
Basket italiano, crescita o crisi? – Lo spunto per questo articolo è venuto dal fiume di parole che si sono spese sul derby di Bologna, serie A2, che si è giocato venerdì scorso e che mancava al basket italiano da oltre un lustro. Come sempre le chiavi di lettura sono molteplici e l’argomento è complesso. Da un lato si potrebbe dire che la rivalità ritrovata tra Virtus e Fortitudo a Basket City, come era nota un tempo, sia un segnale positivo. Ma se la valutiamo oggi per ciò che è effettivamente, una stracittadina tra due squadre che sono fallite, o retrocesse, o entrambe le cose nel corso degli ultimi quindici anni, ci rendiamo conto che stiamo vivendo l’onda lunga di una recessione e non quella corta di una crescita. Spieghiamolo.
Come l’editoria – C’è un dato che quando si parla del basket di vertice italiano viene sempre preso come esempio di crescita. Il numero degli spettatori nei palazzetti. Si dovrebbe aprire un capitolo che qui toccheremo marginalmente, ovvero la qualità deprimenti degli impianti italiani, problema che accomuna il basket al calcio e a tanti altri sport. Rimane che la gente che va a vedere la pallacanestro di serie A o serie A2 è costante e tende ad aumentare, di piccoli punti percentuali, ad ogni stagione. Questo ricorda anche statisticamente la crisi dell’editoria che si è vissuta in Italia negli ultimi dieci anni. A dicembre vengono divulgati dati di vendita che puntualmente sono in crescita: in questo paese ogni anno si vendono più libri dell’anno precedente. Il che non significa che il settore sia sano, tutt’altro. Se una casa editrice vende (concetto semplificato per capire) un milione di libri e in totale se ne vendono due milioni, significa che una quantità enorme di case editrici sono destinate a fallire perché il sistema non permette loro di vendere abbastanza per sopravvivere. Anche se tecnicamente i libri venduti in totale sono in crescita, quelli che vendono i singoli produttori diminuiscono. E se le case editrici chiudono, il numero di libri venduti di per sé non spiega lo stato di salute del settore. Esattamente come il numero di spettatori non spiega lo stato di salute del basket italiano.
L’eclissi delle protagoniste – Ecco quello che succede. Se prendete l’albo d’oro della Serie A dal 2000, quindi a partire dal nuovo millennio, fino al 2014, avrete questo. Due scudetti della Fortitudo Bologna, fallita e che gioca in A2. Uno scudetto della Virtus Bologna, fallita una volta nel 2003 e retrocessa due anni fa. Due scudetti di Treviso, fallita e oggi in A2. Otto scudetti di Siena, fallita e oggi in A2, gli ultimi due dei quali revocati per doping finanziario. Significa che in serie A, oggi, non esiste nessuna delle squadre che insieme hanno vinto quindici degli ultimi diciotto scudetti. Allarghiamo il discorso? Non c’è più nemmeno Roma, che si è autoretrocessa due anni fa in A2 (scelta senza precedenti) e che aveva giocato due finali nel 2008 e 2013. Non c’è più Verona, che vinse una coppa Korac nel 1998. E’ sparita Napoli, che vinse la Coppa Italia nel 2006. C’è un’intera geografia di nobili decadute che adesso affollano il campionato di A2, paradossalmente per storia e appeal più appetibile di quello di serie A. La morale, direbbe Esopo, è: puoi anche vincere nel basket italiano nel nuovo millennio, ma un movimento in crisi ti impedisce di durare nel tempo. Perché è questo che è successo: tutti quelli che hanno vinto sono scomparsi.
Le alternative – Chi rimane e vince, Milano, lo fa perché si basa su un sistema assolutamente anacronistico. I soldi che per amore e passione, con pochi ritorni e tante spese, vanno a disposizione della società da un mecenate. Giorgio Armani, oggi, come Berlusconi e Moratti nel calcio tra gli anni Ottanta e Novanta. Funziona in Italia ma non in Europa: una delle anomalie, di cui parleremo più in basso, è vedere una squadra che comanda a piacimento nel proprio campionato perdere dieci partite consecutive in Euroleague facendo spesso brutte figure. Tutti gli altri devono arrangiarsi con quello che hanno, ovvero fondi ridotti e fantasia che aumenta. Sassari ha vinto uno scudetto a suo modo rivoluzionario nel 2015 con una squadra spettacolare e finanziata da un pool di piccoli sponsor. Reggio Emilia affonda nel territorio alla ricerca di marchi e giocatori nostrani e ha giocato due finali consecutive. Entrambi sono sistemi che mostrano limiti: Milano continua a collezionare brutte figure quando esce dai confini domestici, le altre sono costrette a convivere con regolamenti confusi che tendono a premiare la sporadicità (azzeccare un roster funzionale di giocatori che cambiano a grappoli ogni anno) e a impedire la progettualità.
Le anomalie – Perciò la gente va a vedere il basket perché rimane tra gli sport più spettacolari e fruibili a disposizione del vasto pubblico. Ma nel vederlo, ha anche visto scendere progressivamente e inesorabilmente il livello tecnico, perché i giocatori più forti costano e vanno tutti altrove, in Europa e in Nba, e un appiattimento di valori e tradizioni che fa gridare al miracolo quando quei sapori e quei colori tornano (vedi derby di Bologna) senza considerare che quella dovrebbe essere la normalità e non l’eccezione. Quello che succede è che uno sport con poco appeal mediatico ha faticato fino a gennaio per trovare un main sponsor che comunque paga briciole rispetto a quanto incassano altre leghe, con meno tradizione ma più programmazione. Che ci sono veri paradossi, come la pausa dello scorso fine settimana che nelle intenzioni avrebbe dovuto ospitare l’All Star Game, vetrina del campionato, ma annullato a novembre. Il risultato è che non ci sarà pallacanestro di vertice e non ci sarà vetrina. Il movimento fatica a produrre giocatori di personalità e leadership perché giocano in contesti non competitivi (la maggior parte), o perché le sue eccellenze non sono state abituate a livello emotivo a essere dominanti (prima Bargnani, poi Belinelli e Gallinari, quindi Datome: tutti giocatori tecnicamente impeccabili, nessuno di loro un trascinatore). Il risultato lo si vede con la nazionale, che ha fallito l’accesso a Rio 2016 proprio perché priva di una forte personalità. O che il migliore giocatore italiano del momento, Pietro Aradori, per emergere ha dovuto indossare una quantità infinita di canotte: Milano, Roma, Biella, Siena, Cantù, Galatasaray, Estudiantes, Venezia, prima dell’approdo felice a Reggio Emilia. Che un giocatore simbolo del movimento, per responsabilità proprie e altrui, debba cambiare nove squadre a 28 anni appena compiuti è un’altra anomalia rispetto al percorso stabile di crescita che ci si aspetta dai frutti migliori del cesto.
La prospettiva – Per questo la situazione è meno rosea di come venga dipinta, anche se migliore di quanto fosse tre anni fa. Perché più passa il tempo e più gli addetti ai lavori imparano a far fruttare i mezzi che hanno a disposizione. Ma rimane il punto di partenza di questo articolo: molti di coloro che vissero il basket degli anni Novanta e di inizio Duemila vedono il ritorno del derby come un ridimensionamento e non come un allargamento di prospettive. Un modellino, una scala ridotta in dimensioni A2 di ciò che per decenni era stato la normalità. Che sia meglio averlo che non averlo è evidente. Che sia però anche uno spunto di riflessione per evitare che una nuova ecatombe di società si abbatta sul nostro basket. E questo è un po’ meno evidente.






