Giancarlo e l’innamoramento per il Basket: “Me piace ‘sto ggggggioco”

Nessuno nella mia famiglia seguiva la pallacanestro, poi un giorno varcai la porta del PalaTiziano e rimasi fulminato da Larry Wright...

Mio padre è un grande appassionato di calcio e un romanista fondamentalista. Nessuno nella mia famiglia (zii, cugini, ecc.) e nessun mio amico aveva mai visto una partita di pallacanestro dal vivo, prima di me. Sono cresciuto giocando a calcio con gli amici, ovunque, e praticando tennis a livello agonistico, tifoso di Jimmy Connors senza però mai trascurare la Roma.

Poi, a 14 anni, l’illuminazione: correva l’anno 1982 e mentre Falcao stava per essere incoronato ottavo re di Roma, Larry Wright infiammava il PalaTiziano e il Bancoroma si ritrovava in testa alla classifica: una domenica, uscito dall’Olimpico attraversai il Tevere per Banco-Birra Peroni Livorno, da solo. Fulminato. Rimasi fulminato quel giorno perché altrimenti non si può spiegare come un 14enne da un mese all’altro possa cambiare priorità, passioni e in parte anche amicizie.

Il Banco mi aiutò: al termine di quella stagione arrivò lo scudetto e l’anno dopo la Coppa dei Campioni a Ginevra. Ricordo mio padre osservarmi uscire una sera per andare al Palaeur, il Banco giocava una partita di Coppa: in tv c’era Roma-Goteborg e lo sguardo Paolo tradiva delusione: “Dove ho sbagliato nell’educazione di questo figlio?” avrebbe voluto chiedere a mia madre mentre io li salutavo con una sciarpa blu-arancio al collo.

L’innamoramento con la pallacanestro è stato violento e irreversibile: ho iniziato a giocare nei playground da (imbarazzante) autodidatta sempre tirando e mai passando o difendendo, proprio come Larry, e sono stato abbonato della Virtus dal 1982 al 1994, anno in cui sono mi sono auto-proclamato direttore irresponsabile di Coast to Coast e ho iniziato a entrare al Palaeur da privilegiato. Dal giorno in cui la pallacanestro è entrata nella mia vita non ne è più uscita, neanche prima che diventasse il mio lavoro: dall’NBA al Minibasket, da Michael Jordan a Giorgia Sottana, il filo che unisce chi ama la pallacanestro è sottile ma indistruttibile.

Le passioni che attraversano le nostre esistenze sono spesso indotte dalle persone e dall’ambiente che ci circondano: io e la pallacanestro ci siamo trovati e ci siamo voluti, come se fossi salito in aereo e vicino a me, fortuitamente, si fosse seduta la compagna della mia vita.

Continuo a tifare Roma, continuo a giocare a tennis ma sono solo belle amicizie. L’amore è altro. Da quando seguo la pallacanestro tutti gli altri sport mi sembrano difettosi: la mancanza del contatto fisico mi squalifica la pallavolo, i tempi morti diluiscono le emozioni del tennis, le simulazioni e le speculazioni mi hanno allontanato dal calcio. E della Formula 1 non parlo perché alla quarta curva come molti svengo sul divano.

Nel basket succede sempre qualcosa, non puoi vincere se passi in vantaggio su autorete e ti metti lì a difendere il risultato. Quando un’accozzaglia di stelle NBA prepara male Mondiali e Olimpiadi, mi solleva vederla perdere contro squadre infinitamente più deboli ma che si sono preparate con scrupolo.

Il basket è scientifico, in questo. Il talento ti aiuta a ricucire parte del gap ma se non metti insieme una squadra, nel senso più completo e bello del termine, alla lunga soccombi.

Palpitante, onesto, immaginifico, contemporaneo. Questo è il basket che mi ha sedotto e mai abbandonato.

I love this game, o come si dice dalle mie parti, “Me piace sto gggioco”…

Foto Archivio Privato Giancarlo Migliola