
Dzeko Fazio As Roma, la rivincita degli spilungoni – A Roma li chiamano in tanti modi diversi. Spilungoni. Lungagnoni. Sallucchioni. Indica un personaggio di statura superiore alla norma, quasi sempre magro per non dire allampanato. Tendenzialmente sgraziato, ogni tanto perfino scoordinato, che si mette in evidenza per la sua goffaggine. Eppure oggi nella capitale i personaggi sulla bocca di tutti sono loro. Edin Dzeko e Federico Fazio. Agli antipodi nel ruolo, punta classica e difensore centrale, ma più alti di tutti. Oltre il metro e novanta. E sono la chiave tattica della Roma che espugna il San Paolo, vince la prima trasferta in stagione, scippa il secondo posto al Napoli e si candida a prima inseguitrice della Juve nella serie A che dopo otto giornate sta prendendo una sua fisionomia più definita.
Dzeko Fazio As Roma, il bomber timido – Ecco, Dzeko. Bosniaco, 1,93. E’ alto e grosso, ma non grossissimo. E’ un gigante per statura, ma non per impressione. Non fa paura come le sue dimensioni suggerirebbero. Anzi. Fa simpatia. Ha proprio quei tratti somatici tipici dei bosniaci. Biondo ma non biondissimo. Mitteleuropeo, proprio. Ma a Roma uno con quella faccia potrebbe farvi il cappuccino sorridendo al bar la mattina e disegnarvi un cuore con la schiuma. Starebbe bene come gommista che strizzando l’occhio vi fa la convergenza e vi fa risparmiare dieci euro perché capisce cosa significa guidare dentro il raccordo anulare. Lui invece fa il centravanti della Roma controcorrente. Lo scorso anno dopo otto giornate aveva segnato un solo gol. Di testa. Contro la Juve all’Olimpico. La grande illusione bruciata in fretta, di avere trovato l’attaccante col nove sulla schiena che risolve i problemi. Lui i problemi non li risolveva, semmai li aggiungeva. Lento, impacciato, tanto che a Roma lo si prendeva in giro proprio come si fa con gli spilungoni sgraziati. Non segna mai, dicevano, e infatti era vero.
Però è rimasto. Spalletti ha creduto in lui e una volta tanto non era dichiarazione di facciata. Il gigante sorridente aveva sete di rivincita. Ha cambiato alimentazione, si è allenato lontano dai riflettori, si è ripreso quel posto nel tridente leggero, con Perotti e Salah ai fianchi, che adesso apre soluzioni alternative. Sette gol in otto giornate. Meglio di attaccanti argentini costati un centinaio di milioni. Al pari di Bacca e Icardi. Capocannoniere di un campionato nel quale i bomber classici stanno tornando a fare la differenza. Dzeko è più cattivo nei contrasti, tiene palla, fa salire la squadra. E ha fatto lievitare la sua media realizzativa, invero ancora migliorabile. Se segnasse il 10% in più delle occasioni che ha, sarebbe facilmente già in doppia cifra.
E infatti Spalletti lo pungola a essere ancora più cinico. Il fatto è che Dzeko è un buono, non è una punta tignosa che va a casa col mal di pancia se non segna. Lo sa pure lui. ‘Se fossi uno da 30 gol a stagione, non costerei così e non sarei qui’. Autocitazione. Ma intanto la Roma ha trovato l’attaccante che cercava. Non per una partita ogni tanto. Tre gol sui cinque segnati a Inter e Napoli nelle ultime due giornate. Se dura, è il miglior acquisto di una campagna acquisti convulsa e confusa, ultimo lascito del Sabatini uscente.
Dzeko Fazio As Roma, il difensore mediterraneo – Tanto poco Dzeko sembrava personaggio da calare nella romanità, tanto adatto sembrava Federico Fazio quando è arrivato. Unico problema, sembrava perfetto ma come macchietta. Il nome, intanto. Non è insolito che un argentino porti un nome italiano. Non è il massimo quando il cognome corrisponde a quello di un presentatore televisivo che ha perso appeal e a quello di un ex governatore della Banca d’Italia nemmeno particolarmente amato. E infatti i romanisti per giocare, quando arrivò, dissero che almeno con questo i problemi della difesa erano messi in banca. Il viso giusto per essere uno de noi, con quel riccio accennato e quella barba mai fatta, 1,95 per 90 chili. Che volete di più per lo stereotipo? Però non lo conosceva nessuno, perché nelle ultime due stagioni ha giocato poco, quasi mai, per problemi fisici variegati.
Invece il curriculum c’era, sia pure annegato in una carriera diluita su 29 anni. Nel 2008 vinse l’oro olimpico con l’Argentina under 23. Due Europa League vinte con il Siviglia nel 2014 e 2015. Poi due stagioni al Tottenham, in Premier League, con 20 presenze totali. Poco, perché ci si potesse fidare di lui per fare da custodia al ginocchio di Rudiger, saltato nel pre europeo. Poco anche dopo, quando arrivò Vermaelen perché mica si poteva affidare la difesa a uno che in due anni non ha giocato mai. Talmente poco che Spalletti, nel punto più basso della sua gestione romana, per il ritorno contro il Porto decise che un difensore adattato era meglio di uno di ruolo per giocarsi la qualificazione. E perciò, nella sfida decisiva al preliminare Champions, De Rossi titolare in difesa e Fazio fuori. Poi anche Capitan Futuro fuori, espulso per un fallo tuttora incomprensibile ai più, e fuori anche la Roma dall’Europa che conta. Fuori, peraltro e finora, anche un’intera difesa titolare. A Napoli mancavano Bruno Peres, Mario Rui, Rudiger, Vermaelen. Ci fate destra, sinistra e difensori centrali di una difesa che mezza serie A invidierebbe.
Non che la fortuna a volte non aiuti gli spilungoni, se devono giocare per mancanza di alternative. Però Fazio ha giocato. C’era contro l’Inter e contro il Napoli. E ha sorpreso tutti per la sua capacità di intendersi con Manolas. Il greco è più roccioso e cattivo, ma l’argentino è più gentile di piede. Meno veloce, ma rapido nel riconoscere movimenti e adeguarsi alle posizioni. Perfetto per spazzare di testa i palloni che spiovono e innescare la transizione di Perotti e Salah. Tanto che poi qualche altro numero buono è tornato alla mente per buoni motivi. Per esempio che in carriera, se sei alto 1,95, puoi vincere circa il 70% dei contrasti aerei. E anche se ancora non ha segnato in Italia, dal 2007 a oggi nella Liga soltanto due difensori hanno segnato di testa più di lui: Sergio Ramos e Javi Martinez.
Ora poi Spalletti ritroverà Rudiger e Vermaelen e saranno in tre a giocarsi una maglia. Ma intanto la Roma seconda deve ringraziare due spilungoni nei quali non credeva. E potrebbero essere loro le chiavi di volta di una stagione che pareva sepolta a Torino e che improvvisamente è rifiorita come il caldo avvolgente che ha restituito la capitale a nuova estate. Misteri e magie tipice soltanto del Grande Raccordo Anulare.









