
Per il ministro Luigi Di Maio il blocco della pubblicità al gioco d’azzardo sembra una questione di fondamentale importanza. Pensa che sia necessario “intervenire su un meccanismo che sta portando più famiglie verso la povertà assoluta” e la sua posizione è largamente condivisa all’interno del Movimento 5 Stelle.
Il deputato Francesco Silvestri ha recentemente dichiarato: “Bisogna colpire culturalmente l’azzardo, nella percezione che ha nell’immaginario collettivo”.
Dichiarazioni rispettabili che però non convincono, e non perché la lotta al gioco patologico non sia una questione molto seria. Su queste pagine ci eravamo già occupati del problema ludopatia del Regno Unito, la nostra posizione è chiara e non è cambiata: l’approccio ideologico non condurrà verso una risposta adeguata.
Il caso italiano però si arricchisce di un altro elemento.
Ieri Claudio Tito ha scritto che la manovra di Tria è “povera”. La cosiddetta flessibilità, in termini di spesa supplementare, che l’Italia spera di ottenere dai negoziati europei è piuttosto limitata e non permetterebbe quindi di realizzare, in tempi brevi, nessuno dei provvedimenti bandiera previsti dal contratto di governo, primo fra tutti il reddito di cittadinanza, vero turbo del consenso pentastellato.
Mentre Salvini ha trovato nella questione migratoria un terreno fertile per accrescere il suo consenso, per non dire prestigio, Di Maio, invece, appare più defilato sul piano personale anche se nei sondaggi la sua parte politica tiene ancora bene. Dice di non avere alcun complesso (excusatio non petita?) ma ha fretta di portare a casa qualcosa.
In un contesto del genere è facile dubitare che il provvedimento, atteso per la prossima settimana dopo essere stato annunciato per quella in corso, possa rispondere alle reali esigenze del paese.
- Ai fini del rafforzamento della tutela del consumatore e per un più efficace contrasto al gioco d’azzardo e alla ludopatia, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni ed internet. Dal 1° gennaio 2019 il divieto di cui al presente comma si applica anche alle sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni programmi, prodotti o servizi e a tutte le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale, comprese le citazioni visive ed acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli, attività o prodotti la cui pubblicità, ai sensi del presente articolo, è vietata.
Ma come? Senza dare tempo ai soggetti coinvolti di prepararsi adeguatamente, a meno che non si tratti di sponsorizzazioni? C’è ben poco di ragionevole.
Inoltre, non si capisce bene quale potrebbe essere l’impatto del provvedimento per le finanze pubbliche. Ci si limita a considerazioni approssimative, prive di fondamento, senza considerare gli effetti distorsivi che potrebbe avere sul mercato. E’ facile ipotizzare che gli operatori che dispongono di una vasta rete fisica possano avvantaggiarsi rispetto ai competitor con sola, o prevalente, presenza online. Un mercato regolamentato che non da certezze agli investitori non è un mercato affidabile.
La questione va presa molto seriamente, il problema esiste e non può per nessuna ragione essere sottovalutato. Ma bisogna agire con competenza, valutando bene il contesto nei minimi dettagli.
I “giochi” non sono tutti uguali. Un colpo di roulette non ha nulla a che vedere con una scommessa a quota fissa su una partita di calcio. C’è azzardo e azzardo, e a volte non c’è proprio nulla.
Il paragone con il fumo, evocato da alcuni, non regge. Fumare nuoce alla salute in assoluto, tanto è vero che persino farlo passivamente aumenta il rischio che i soggetti esposti contraggano determinate patologie. Il gioco no. Non nuoce in modo assoluto, è la sua degenerazione in ludopatia a farlo.
Nel Regno Unito le sanzioni per gli operatori che sgarrano sono ormai la prassi. E si parla di milioni. L’ultimo caso è quello di 32Red ma la casistica ormai è abbastanza vasta.
Si prendano spunti da un mercato storico come quello britannico, abituato a confrontarsi con il gioco legale da molto più tempo.
Non si abbandonino i più vulnerabili, ma allo stesso tempo non si introducano leggi proibizioniste e illiberali.









