
E’ da tempo che la Gambling Commission lavora seriamente, in collaborazione con i bookmaker, per ridurre l’impatto sociale del gioco d’azzardo. Tuttavia alcuni degli articoli apparsi in questi giorni sui grandi giornali hanno focalizzato sull’argomento ancora maggior attenzione.
Il settore delle scommesse ha delle sue proprie peculiarità, che non vanno dimenticate. Siamo abituati a vedere immagini terrificanti sui pacchetti di sigarette: qualcuno le trova forse eccessive ma nessuno si sognerà mai più di dire che fumare non fa male.
Scommettere però non fa male a tutti. Per molti è solo una passatempo, per altri un lavoro a tutti gli effetti. Solo una parte, più o meno grande a seconda dei vari paesi, è affetta dalla cosiddetta ludopatia.
Trovare un equilibrio tra le varie esigenze non è facile. I bookmaker guadagnano con i clienti perdenti, cercando, sempre più, di liberarsi dei vincenti. Chi è dentro queste cose infatti sa bene che, in giurisdizioni meno oppressive fiscalmente, e meno regolamentate, si punta proprio sul non limitare, o ‘ghiacciare’, come si dice in gergo, i giocatori più furbi e smaliziati.
I bookmaker regolarmente autorizzati generano introiti per i vari stati e danno lavoro a molte persone. Ma per la maggior parte di loro il termine bookmaker è solo relativamente corretto. Ovviamente accettano scommesse, gestiscono giochi di vario tipo, ma il loro focus è ormai principalmente sulle attività di marketing atte ad acquisire nuovi clienti e mantenerli attivi.
Dunque da un lato non vogliono i vincenti, perché davvero non possono permetterselo, dall’altro devono cercare di proteggere quelli che sono ‘troppo perdenti’ per non essere pesantemente sanzionati. Un mix non facile, con effetti a cascata sui vari stakeholder.
Visto che questo articolo è incentrato sulla situazione UK, prima di parlare di casi concreti e commentare le ultime news, vi do qualche dato.
GAMBLING PARTICIPATION
Ossia, il numero di persone coinvolte nel fenomeno. Questi sono dati ufficiali e quindi affidabili. In UK il 48% delle persone, al momento dell’indagine, aveva praticato una qualche attività legata al gioco d’azzardo nelle quattro settimane precedenti. Il 53% degli uomini e il 44% delle donne. Si scende al 33% se, dal dato globale, escludiamo chi ha semplicemente partecipato alla National Lottery.
Solo lo 0.7% però è classificato come problematico, mentre il 5.5% è a rischio.
Consideriamo con una buona approssimazione che la popolazione maggiorenne del Regno Unito ammonti a circa 47 milioni (includendo però anche gli anziani over 80). I dati li ho presi da Wikipedia, e mi servono per dare un’idea del fenomeno a grandi linee, non per fini meramente statistici.
Quello 0.7% corrisponde a oltre 300.000 persone, mentre il 5.5% a oltre 2.5 milioni. Anche questo sito fa un calcolo simile per cui direi che a grandi linee ci siamo.
Veramente tanta gente se il nostro orizzonte si spinge oltre le semplici percentuali. E questo determina per le autorità la necessità di intervenire imponendo limiti più severi non solo alle attività di marketing ma anche alla gestione dei clienti stessi.
Per le ragioni cui accennavo prima, senza sanzioni adeguate nessuna attività preventiva potrebbe essere efficace. Però bisogna stare attenti a non precipitare nel becero proibizionismo visto che la stragrande maggioranza vive il suo essere scommettitore senza alcun problema e una piccola parte ne ha fatto una vera e propria professione.
IL CASO 888 e la ludopatia non correttamente gestita
La commissione ha accertato che, per un problema tecnico, il sistema di autoesclusione non ha funzionato a dovere. E’ infatti possibile per gli utenti escludere se stessi dalle attività di gambling su un determinato sito ed infatti 7000 clienti di 888 avevano scelto questa opzione. Un falla nel sistema ha però permesso loro di continuare a depositare denaro nel loro conto gioco dedicato al bingo.
In 13 mesi questi 7000 clienti hanno versato ben 3.5 milioni di sterline. E’ un dato che fa riflettere. Per alcuni è semplicemente impossibile non giocare: non basta togliersi la possibilità di scommettere su una corsa ippica o su una partita di calcio, dove è almeno possibile illudersi di avere una qualche competenza. Se manca quello ci si butta su un gioco ‘stupido’ come il bingo. In media, ciascuno ha depositato 500 sterline, 38 al mese.
Sicuramente si sarà trattato di un problema tecnico non voluto, ma capite bene che con questi numeri, la tentazione di veicolare verso le proprie casse somme relativamente piccole per ciascun cliente, ma ingenti se moltiplicate migliaia di volte, potrebbe esserci.
La prima parte della sanzione comminata è costituita infatti dal rimborso integrale degli importi versati. Non fa una grinza: il giocatore si autoesclude, fa il passo di riconoscere la propria vulnerabilità. Se il sistema non funziona non è colpa sua.
Ma non è finita qui. Un cliente ha scommesso oltre 1.3 milioni di sterline (non perso, qui si intende il volume delle giocate). Durante un periodo di 13 mesi ha dedicato al gioco in media 3-4 ore al giorno. Per poter continuare ha sottratto 55.000 sterline al datore di lavoro. Ecco un segnale di pericolosità sociale che va oltre i ben noti problemi familiari ed umani. Sanzione? Rimborso con risarcimento danni per il datore di lavoro derubato (62.000 sterline) più maxi-multa di £4.25 milioni da investire in misure per affrontare i danni sociali causati dal gioco d’azzardo. Si arriva così a un totale di circa £7.8 milioni.
NON SOLO 888
Qui nessuna falla tecnica. Entra in gioco la Advertising Standards Authority (o ASA). Altre società sono entrate nel mirino dei vari regolatori. Si tratta in sostanza di quello che in inglese è noto come advertorial style marketing. In italiano articoli pubbliredazionali, ossia informazione pubblicitaria redatta come se fosse un normale articolo. La legge italiana, ad esempio, prevede che, sopra il titolo, venga apposta la scritta “informazione pubblicitaria”, proprio per evitare confusione.
Non conosco bene i dettagli ma credo che sotto questo punto di vista dovremmo abituarci tutti a non scrivere questo tipo di articoli, dicitura apposta o meno. Se avete voglia, questo è l’articolo del Guardian. La storia di William, che con un solo colpo vince una somma pari a 30 volte il suo redditto annuo, con tanto di moglie malata di cancro, è davvero eticamente raccapricciante. Sono spesso agenzie esterne senza scrupoli a produrre queste porcherie, non i bookmaker stessi. Ma l’unico modo per evitare che non succeda e considerare chi materialmente gestisce le scommesse come responsabile. Anche perché può pagare certe multe. Sarebbe inutile comminare sanzioni milionarie a chi non potrebbe mai pagarle.
CONCLUSIONI
Ho voluto citare alcuni casi censurabili e indifendibili. E non per caso. Deve essere chiaro che il Far West non è più tollerabile. Ma bisogna anche fare attenzione a non esagerare. Occorre equilibrio e pragmatismo. L’approccio ideologico non risolverà il problema. Già leggo di alcune posizioni prese dal Labour party che non mi fanno sperare per il meglio e dimostrano scarsa conoscenza della materia.
Mentre da un lato è doveroso tutelare chi è veramente a rischio, non possiamo dimenticare il 94% che non lo è. E anche chi il proprio lavoro lo fa seriamente.
Se un supermercato fa un’offerta promozionale su un tipo di dolce, non si può escludere che lo comprino anche dei clienti diabetici. Ma per le persone senza disfunzioni metaboliche la promozione è un vantaggio. Va solo spiegata bene, senza inventare frottole.
Le promozioni dei bookmaker sono un fatto positivo per la maggior parte dei clienti che hanno consapevolmente deciso di voler scommettere e non creano problemi a nessuno; l’intervento del regolatore dovrebbe puntare sui contenuti, non su dove e come gli annunci vengono posizionati. O magari su chi e come può fare dei pronostici sul proprio sito o blog.
Ben vengano le regole, ma redatte col giusto spirito. E soprattutto che sia possibile farle rispettare e molto spesso questo equivale a porsi di fronte a un problema con la volontà di risolverlo e non per raccogliere facili applausi o, peggio ancora, una manciata di voti in più.







