
Wimbledon Museo Tour, un’esperienza emozionante. Ma noi italiani…
Entrare questa mattina nel tempio di Wimbledon è stato molto emozionante. Sono cresciuto tifando Jimmy Connors inginocchiato davanti ai primi televisori a colori e anche se Jimbo veniva regolarmente preso a pallate da Bjorn Borg e poi da John McEnroe, dall’incanto del Centre Court verde all’inizio e spelacchiato alla fine non mi sono mai staccato facilmente.
Il verde e il viola, il tabellone elettronico ma mica poi tanto, gli inchini verso il palco reale regolarmente disertato dalla Regina Elisabetta (in tutto 4 presenze in 91 anni, peggio di Gabygol e Gerson), l’obbligo di indossare il bianco, il quinto set senza tie-break, il pericolo di interruzione per ogni nuvola che solcava il cielo di Londra, i rimbalzi irregolari e gli scambi che duravano mediamente quattro o cinque colpi. Con Borg. Con McEnroe molti di meno.
Wimbledon Museo Tour, un’esperienza emozionante. Ma noi italiani…
Sono entrato a Wimbledon e mi sono lasciato raccontare una favola all’interno di un tour organizzato e organizzato bene. Ho scoperto tante cose nuove e mille altre mi sono tornate alla mente: di fatto l’All England Lawn Tennis and Croquet Club è un cantiere aperto 351 giorni o poco meno, quelli che separano la fine di un torneo dall’inizio dell’altro.
Durante il torneo vengono usate 40.000 palline, testate per peso, compressione e bilanciamento. Sono circa 27.000 chili le fragole offerte agli spettatori, 300.000 le tazze di thé bevute durante il torneo, 90.000 le pinte di birra e 12.000 le bottiglie di champagne.
La cura dell’erba è maniacale e necessita di attenzioni in tutti i periodi dell’anno, 8 millimetri è la lunghezza ideale per una superficie perfetta. Quella del Centre Court la possono testare, prima del torneo, solo quattro donne. Intorno ai campi una rete elettrica sconsiglia le volpi ed altri animali a calpestare la sacra erba dei campi. Gli uomini no, farebbero troppi danni al manto. E l’idea è che chi viene a Wimbledon deve provare la sensazione di giocare in un giardino inglese, così tutto è straordinariamente verde.
Wimbledon Museo Tour, un’esperienza emozionante. Ma noi italiani…
Impressionante anche il Media Centre, con tutte le informazioni dei 19 campi che vengono inviate in tempo reale al sistema centrale e ridistribuite in rete 4 secondi più tardi. E’ stato calcolato che 7 secondi sarebbero troppi per l’aspettativa media di un Millennial. Categoria alla quale pure un’organizzazione tendenzialmente refrattaria al cambiamento come Wimbledon deve badare.
Sono stati 90 minuti di pura poesia, insomma, tra storia, aneddoti, leggende e futuro. Quello che nel 2019 saluterà la copertura anche del campo 1, oltre che l’inaugurazione di un’enorme nuova area destinata alla ristorazione e all’entertainment. L’All England Lawn Tennis and Croquet Club mantiene la tradizione ma guarda avanti.
Wimbledon Museo Tour, un’esperienza emozionante. Ma noi italiani…
Una sola raccomandazione, al momento di avviare il Tour. “Nessuno si deve permettere di toccare o calpestare l’erba di un campo”. La gentilissima guida britannica ce l’ha intimato con i lineamenti improvvisamente induriti, modalità Margaret Thatcher.
Poi il via al Tour, non prima di aver chiesto a noi 30 turisti la nazione di provenienza. “Scozia, Australia, Stati Uniti, Francia, Svizzera, Germania, Serbia, Spagna, Olanda”. E giù battute e curiosità su Laver, Murray, Borotra, Nadal, Sampras, Becker. Unici a non aver mai vinto a Wimbledon io e una coppia dello Sri Lanka. Che forse ci sono andati pure più vicini di me, a trionfare all’All England Lawn Tennis Club. Le uniche gioie sono arrivate dalle ragazze, col successo in doppio ottenuto nel 2014 da Sara Errani e Roberta Vinci.
Wimbledon Museo Tour, un’esperienza emozionante. Ma noi italiani…
Tornando al Maschile giova ricordare che la migliore prestazione di un italiano a Wimbledon rimane quella di Nicola Pietrangeli, che nel 1960 arrivò in semifinale e la perse con Rod Laver.
Nel 1998 Davide Sanguinetti ha raggiunto i quarti di finale, come Adriano Panatta che nel 1979 si rese colpevole di un suicidio tennistico con pochi altri riscontri. A detta dello stesso tennista romano. “Ero nei quarti con Pat Dupre, un tipo simpatico che sapevo di poter battere. Cominciai a vedermi in finale, contro Borg. Se batto Dupré, mi dicevo, gioco con Tanner e non ho problemi. Lui serve bene ma prima o poi un break glielo faccio. Lo dissi anche a Bjorn: “Preparati, domenica in finale ti faccio un culo così. Ero in vantaggio e giocavo in modo così spigliato che considerai l’incontro già vinto. Giuro che quella fu la prima e unica volta nella mia carriera che commisi l’errore di sottovalutare un match”. Nel giorno giusto, verrebbe da dire.
Sta di fatto che oggi a Londra se sei italiano e vuoi fare bella figura devi nominare Antonio Conte, non certo Fabio Fognini…




