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Scommesse sulle corse di cavalli italiane e inglesi. Le grandi Classiche internazionali. Analisi e commenti.
Soprattutto pronostici su ippica italiana e inglese. Ma anche le grandi corse francesi del Meeting d'Hiver e le più importanti competizioni internazionali. Questa è una sezione frequentata da tanti appassionati di lunga data, veri ippici, che c'erano già quando anche da noi questo sport era ancora una cosa importante. Rispetta questo luogo virtuale e sarai benvenuto.
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Messaggioda behrajan » 20/12/2003 - 10:48
quanto si deve versare di percentage su ogni
PESAOLA
scritto?
PESAOLA
scritto?
la sola differenza fra un capriccio ed una passione eterna è questa: che il capriccio dura un po' più a lungo(Oscar Wilde il ritratto di Dorian Gray) O'tiempo se ne va e tu non vuoi chiavà (squallor)
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Messaggioda Il Web » 20/12/2003 - 11:01
a mio parere una commissione del 2,5% sul turnover giornaliero andrebbe più che bene ...
a pensarci bene dovrei mettere qualche simbolo apotropaico anche sul forum
e in tasca a Copper ...
saluti
ApoWeb
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saluti
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adess biciclett e vuvuzela ...
I miei articoli scritti per il nostro blog: https://www.infobetting.com/blog/author/ilweb/
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Messaggioda behrajan » 20/12/2003 - 11:04
oggi sono di turno a casa e mi si prospetta un pomeriggio solo equino
speriamo in un
PESAOLA
speriamo in un
PESAOLA
la sola differenza fra un capriccio ed una passione eterna è questa: che il capriccio dura un po' più a lungo(Oscar Wilde il ritratto di Dorian Gray) O'tiempo se ne va e tu non vuoi chiavà (squallor)
come sostiene il noto etnologo Pitrè non lontano da Ameba
Messaggioda behrajan » 22/12/2003 - 13:09
E' incredibile! Eppure, anche un indumento e finanche una benda possono costituire strumento di pena, per ore, per anni, per secoli.
Vediamo in che modo: la desueta fasciatura tradizionale del neonato è tanto antica che le origini di essa si perdono nella notte dei tempi; pur tuttavia, le varianti non sono state numerose.
Insomma, potremmo considerarla l'indumento che più di ogni altro ha resistito alle esigenze e alle stravaganze della moda.
La collezione delle "Madri", custodita nel Museo Provinciale di Capua, prova che, già in Età pre-arcaica, la genitrice italica protegge il corpo del suo piccolo con una lunga benda di stoffa la quale, dispiegata a spire oblique, comprende le spalle, il tronco, gli arti ma, a quanto pare, non le estremità inferiori. Ancora nel IV secolo a.C., le donne sannite e campane cingono i bambini con una fasciatura analoga, ma a volute orizzontali (Vd. figure 1 e 2, da S. Garofano Venosta, Il Museo Campano, E.P.T., Caserta, pp. 13 e 20).
Sculture di diversa provenienza e collocazione documentano una consimile usanza presso i Romani, gli Etruschi e le genti della Magna Grecia: le mamme avvolgono le bende verso sinistra o verso destra e con disposizione orizzontale od obliqua rispetto all'asse longitudinale del corpo; lasciano o no libere le spalle e i piedi, ma coprono la testa con un panno. E' stato tramandato, inoltre, che mentre i Romani impreziosiscono la fascia e non la stringono troppo intorno al corpo, gli Etruschi la applicano alquanto più aderente. Secondo le disponibilità economiche, gli uni, gli altri e le popolazioni della Magna Grecia appendono al collo del neonato, per proteggerlo dal malocchio, la bulla ossia una medaglietta d'oro dalle presunte proprietà apotropaiche (Cfr. G. Penso, La Medicina Romana (…), Ciba-Geigy, Milano, 1989, p. 443, fig. 230-233; p. 514; tav. LIV).
Nella prima metà del II° secolo a.C., Sorano Efesio, medico e scrittore, fornisce utili ammaestramenti sul come infagottare i pargoli; d'altronde, quanto a fasciature, è un'autorità , tanto è vero che, nell'opera Perì epidesmwn, illustra ben sessanta bendaggi, chirurgici e ortopedici, per varie parti del corpo, dalla testa ai piedi; e molti tipi sono ancora attuali (Cfr. AA.VV., I manoscritti della Biblioteca Laurenziana di Firenze, in Kos, Febbraio 1984, pp. 10-14).
Per quanto attiene alla tecnica di fasciatura neonatale, Sorano propone, nel trattato Perì gunaikeiwn paqwn, l'uso di panni diversi nello stesso procedimento e raccomanda di coprire la testa con un tessuto; di accostare gli arti superiori ai fianchi; di avvicinare tra loro le ginocchia e i piedi, dopo avervi interposto un pezzo di stoffa al fine di prevenire lesioni da contatto; di bendare con una lunga fascia di lana il corpicino, tranne, ovviamente, il collo e il capo. L'Autore consiglia, altresì, di avvolgere il neonato fino a quaranta o sessanta giorni dopo la nascita e soltanto in seguito di lasciar libere prima la mano destra, poi la sinistra e quindi le estremità inferiori (Cfr. G. Penso, Op. cit., pp.514; 578; H. Schipperges, Il giardino della salute (…), Garzanti, Milano, 1988, p. 32).
Il risultato finale dell'abbigliamento descritto si apprezza in una stele, della medesima età , murata sulla torre campanaria del duomo di Benevento; il bassorilievo riproduce una donna a mezzo busto, una madre forse o forse un'ostetrica, la quale tiene in braccio un piccino, di quaranta o sessanta giorni, avvolto in una benda embricata a spina di pesce e con il capo protetto da un panno (Vd. fig. 3, fototeca arch. prof. Francesco Morante, Benevento).
Così imbacuccato, il bimbo viene adagiato, in decubito supino o laterale, dentro la culla (Vd. fig. in C. D'Amato, Vita e costumi dei Romani antichi. La medicina, Quasar, Roma, 1993, p. 52).
Le istruzioni di Sorano e la comune pratica quotidiana contribuiranno a trasferire nel Medioevo l'utilizzo di una fasciatura già , purtroppo, attestata saldamente nella storia.
Durante il Medioevo, la "uniforme" del neonato non diventerà meno angosciante; tutt'altro. Il particolare di un porta libro intagliato, databile ai secoli X-XI mostra un Gesù bambino, dormiente e vegliato da angeli, avvolto in bende embricate e ben aderenti al corpo (Vd. fig. in A. S. Lyons, R. J. Petrucelli, La Storia della Medicina, 3, Menarini, Salerno, 1992, p. 284).
Informazioni più tarde vengono dalla serie dei tondi, opera di Andrea della Robbia (1435-1525), collocati sul portico dell'ospedale di Santa Maria degli Innocenti a Firenze. Le ceramiche illustrano, con chiarezza e nelle fasi successive, la vestizione del trovatello: in esse si nota che panno e fascia compongono il materiale indispensabile; che il panno rettangolare, a contatto con il corpo, scende dalla linea mammillare a coprire i piedi; che la benda superficiale procede, a volute, dal margine superiore del panno alle caviglie (Vd. figg. in M.P. Donahue, Nursing (…). Delfino, Roma, 1991, pp. 177-178. Cfr. altresì H. Schipperges, Op. cit., pp. 32-33).
Una consuetudine tanto antica, diffusa e radicata non può esaurirsi e scomparire in breve tempo, se non per cause eccezionali e combinate di ordine, per esempio, economico e scientifico; poiché queste, però, non sono mai intervenute, la consuetudine cui s'è fatto cenno si rivela ancora vivace nei primi anni dell'Età Moderna. Nel 1513, Eucherio Rösslin scrive nel suo trattatello di ostetricia, Il roseto delle gestanti e delle levatrici: "E quando si vuol fasciare il bambino bisogna prendergli e palpargli delicatamente gli arti e stirarglieli a uno a uno, disponendoli e assestandoli come si conviene"; per il resto, il metodo non differisce da quello tradizionale (Cfr. H. Schipperges, Op. cit., p. 32).
Nella seconda metà del secolo successivo, poiché niente è in sostanza mutato, Abraham a' Santa Cruz, voce solitaria nel deserto, condanna quel millenario mezzo di oppressione, lo denuncia alla opinione pubblica e, intanto, ne rivela la ragione principale. "I bambini", egli scrive, "vengono tolti dalla culla e già vengono unti, legati, addobbati, compressi, e nei loro fragili corpicini l'anima ha vita ben dura, se si pensa che fin dalla più tenera età vengono costretti in armature di ferro al petto e al collo che quasi impediscono loro di respirare. Tutto ciò accade perché si abituino ad avere un corpo ritto e a costo di trapassarli con uno spiedo; queste sono le usanze" (Cfr. H. Schipperges, Op. cit., p. 32-33).
Il buonsenso del Santa Cruz non incontra concordanza di giudizi, ragion per cui il tentativo di affrancare la inerme popolazione neonatale da così inutile supplizio non fa proseliti. Appunto nell'ultimo quarto del '700, G. Nessi, aggiornando la levatrice nell'Arte ostetrica teorico-pratica, sostiene che già alla nascita, il piccolo va lavato e asciugato e ne va esaminato con diligenza il corpo per evidenziare eventuali lesioni degne di un qualche intervento; conviene poi avvolgerne il tronco con un panno di lino e assicurare questo con una benda; dopo aver sollevato e sostenuto lo scroto con una pezzuola, è necessario distendere le braccia lungo i fianchi, allungare i piedi e mettere una pezza più volte ripiegata tra i malleoli, allo scopo di prevenire contusioni; da ultimo, occorre "involgere il figlio nelle opportune tele (…) avvertendo di non stringerlo troppo" (Cfr. G. Cosmacini, Storia dell'Ostetricia, 1, Cilag, Milano - Roma - New York, 1989, pp. 121-122. Vd. inoltre, Id., Op. Cit., 2, fig. n. 1, p. 51).
In quegli anni, Giacomo Leopardi scrive nel Canto notturno: "Nasce l'uomo a fatica/ ed è rischio di morte il nascimento/ prova pena e tormento/ per prima cosa", insomma, "in quale forma, in quale/ stato che sia, dentro covile o cuna,/ è funesto a chi nasce il dì natale".
Chissà se a indurlo al pessimistico convincimento non sia stata anche una sia pur fugace riflessione su una fasciatura senza alcun dubbio alla moda, ma - è appunto il caso del poeta - di nessuna utilità per l'armonia del corpo.
Presagio lieto sembra racchiudere, a motivo del titolo e del contenuto, Il risveglio del trovatello, una scultura del 1894, opera del Robert. La raffigurazione porta un nuovo contributo alla conoscenza sulla evoluzione del bendaggio neonatale e pare indurre a liete conclusioni, in quanto fa vedere un bimbo che, in camiciola, pannicello e scolla, si ridesta, serenamente; manca la paurosa tela a spirale, ma soltanto perché l'Artista così ha concepito la scena. (Vd. fig. in N. Simon, N.Saint Fare Garnot, Parigi degli ospedali, in Kos, Maggio 1984, p. 95).
Ancora nel 1939, infatti, G. Pitrè, medico e demologo, segnala in Usi e costumi, credenze e pregiudizi (…) : "In più di due terzi della Sicilia serbano l'uso di mettere prigioniero tra le tenaci fasce il neonato e di ficcare in una delle ripiegature della fasciatura lo Abbizzè" - = a, b, c- "o Buzzeu o Santa Cruci", un libricino di otto pagine con immagini, segni e preghiere, il quale "ha molte virtù e preserva, chi lo ha addosso, di qualche maleficio possibile" (Cfr. G. Cosmacini, Op. cit., 2, p. 60). Negli stessi anni, il bendaggio è attuale in molto più dei due terzi, se non in quasi la totalità , del Beneventano, di Terra di Lavoro e della restante parte del Mezzogiorno peninsulare.
Questo breve excursus ha preso le mosse dall'antica cultura sannitica e si conclude in un centro abitato il cui territorio ha fatto parte del Sannio: Pietraroja, in provincia di Benevento. Così come altrove in Campania, la fasciatura vi è diffusa ancora nella metà del '900.
A memoria d'uomo, la tecnica non è differente da quella in uso all'inizio del secolo. In sostanza e con qualche variante di poco significato, si dispongono sopra un piano orizzontale rigido e l'uno sull'altro, tre panni bianchi, rettangolari, di larghezza e spessore decrescenti e di lunghezza superiore a quella del pargolo; il panno interno, fasciaturu, è di tela, l'intermedio, pannella, e l'esterno, pannone, sono di flanella o, nei mesi freddi, di lana; il panno esterno è di tessuto più fine.
Si veste il bambino con camiciola di lino e blusa di lana a manica lunga, le quali coprano il torace e l'addome. Si adagia supino il neonato sopra i tre panni in modo che il margine superiore degli stessi venga a trovarsi poco sopra la linea dei capezzoli; si tiene sollevato lo scroto con una pezzuola.
I lembi laterali del panno interno vengono ripiegati e, dov'è possibile, sistemati tra gli arti inferiori; la parte eccedente oltre i piedi si ribalta verso l'alto, fin sopra il pube, nel maschio, fin sopra i glutei, nella femmina: in questo modo costituiranno una quantità più cospicua di materiale assorbente. Il panno intermedio si avvolge intorno al corpo, sovrapponendo i lembi e ripiegando, parimenti, la parte esuberante; allo stesso modo si procede per il panno esterno.
Curando, infine, che gli arti superiori stiano aderenti ai fianchi e gli inferiori ben ditesi e a contatto, si avvolge il corpo con il fascione, largo una ventina di centimetri: partendo dalle spalle, la benda raggiunge a spirale i piedi e viene fissata annodando due fettucce cucite sugli angoli inferiori; pertanto, la piega del panno esterno, bellamente aggiustata a cocca, rimane a vista per l'altezza di quattro, sei dita. Una cuffia proteggerà la testa; una scolla, che dalla cervice incrocia sul petto e viene annodata sul torace, conterrà il collo nei movimenti abnormi. Il fascione, la cuffia o la scolla recano spillati amuleti contro il malocchio. Tutta la fasciatura si rinnova ogni volta appaia bagnata di pipì. Dopo otto, quindici giorni, abbassata fin sotto le ascelle, lascia liberi gli arti superiori. Durerà ancora per altri otto, dieci o dodici mesi.
Nei primi anni Settanta del XX° secolo, la puericultura ha già sconfessato e messo al bando il tradizionale bendaggio e ha proposto nuovi indirizzi; le mamme nostrane aderiscono e, sollecitate da una massiccia campagna pubblicitaria sostenuta dalla classe medica, adottano, per i loro piccini, magliette intime, ciripà triangolari assorbenti, pannolini rettangolari e "triangoli" impermeabili di plastica; camiciole di lino, bluse di lana, brachette e, nei mesi freddi, tutine felpate, di colore rosa o celeste secondo il sesso di chi le indossa.
Finalmente, il neonato rientra in possesso e può godere, sia pure a suo modo, di quella sacrosanta libertà che gli è stata negata per così lungo tempo
Vediamo in che modo: la desueta fasciatura tradizionale del neonato è tanto antica che le origini di essa si perdono nella notte dei tempi; pur tuttavia, le varianti non sono state numerose.
Insomma, potremmo considerarla l'indumento che più di ogni altro ha resistito alle esigenze e alle stravaganze della moda.
La collezione delle "Madri", custodita nel Museo Provinciale di Capua, prova che, già in Età pre-arcaica, la genitrice italica protegge il corpo del suo piccolo con una lunga benda di stoffa la quale, dispiegata a spire oblique, comprende le spalle, il tronco, gli arti ma, a quanto pare, non le estremità inferiori. Ancora nel IV secolo a.C., le donne sannite e campane cingono i bambini con una fasciatura analoga, ma a volute orizzontali (Vd. figure 1 e 2, da S. Garofano Venosta, Il Museo Campano, E.P.T., Caserta, pp. 13 e 20).
Sculture di diversa provenienza e collocazione documentano una consimile usanza presso i Romani, gli Etruschi e le genti della Magna Grecia: le mamme avvolgono le bende verso sinistra o verso destra e con disposizione orizzontale od obliqua rispetto all'asse longitudinale del corpo; lasciano o no libere le spalle e i piedi, ma coprono la testa con un panno. E' stato tramandato, inoltre, che mentre i Romani impreziosiscono la fascia e non la stringono troppo intorno al corpo, gli Etruschi la applicano alquanto più aderente. Secondo le disponibilità economiche, gli uni, gli altri e le popolazioni della Magna Grecia appendono al collo del neonato, per proteggerlo dal malocchio, la bulla ossia una medaglietta d'oro dalle presunte proprietà apotropaiche (Cfr. G. Penso, La Medicina Romana (…), Ciba-Geigy, Milano, 1989, p. 443, fig. 230-233; p. 514; tav. LIV).
Nella prima metà del II° secolo a.C., Sorano Efesio, medico e scrittore, fornisce utili ammaestramenti sul come infagottare i pargoli; d'altronde, quanto a fasciature, è un'autorità , tanto è vero che, nell'opera Perì epidesmwn, illustra ben sessanta bendaggi, chirurgici e ortopedici, per varie parti del corpo, dalla testa ai piedi; e molti tipi sono ancora attuali (Cfr. AA.VV., I manoscritti della Biblioteca Laurenziana di Firenze, in Kos, Febbraio 1984, pp. 10-14).
Per quanto attiene alla tecnica di fasciatura neonatale, Sorano propone, nel trattato Perì gunaikeiwn paqwn, l'uso di panni diversi nello stesso procedimento e raccomanda di coprire la testa con un tessuto; di accostare gli arti superiori ai fianchi; di avvicinare tra loro le ginocchia e i piedi, dopo avervi interposto un pezzo di stoffa al fine di prevenire lesioni da contatto; di bendare con una lunga fascia di lana il corpicino, tranne, ovviamente, il collo e il capo. L'Autore consiglia, altresì, di avvolgere il neonato fino a quaranta o sessanta giorni dopo la nascita e soltanto in seguito di lasciar libere prima la mano destra, poi la sinistra e quindi le estremità inferiori (Cfr. G. Penso, Op. cit., pp.514; 578; H. Schipperges, Il giardino della salute (…), Garzanti, Milano, 1988, p. 32).
Il risultato finale dell'abbigliamento descritto si apprezza in una stele, della medesima età , murata sulla torre campanaria del duomo di Benevento; il bassorilievo riproduce una donna a mezzo busto, una madre forse o forse un'ostetrica, la quale tiene in braccio un piccino, di quaranta o sessanta giorni, avvolto in una benda embricata a spina di pesce e con il capo protetto da un panno (Vd. fig. 3, fototeca arch. prof. Francesco Morante, Benevento).
Così imbacuccato, il bimbo viene adagiato, in decubito supino o laterale, dentro la culla (Vd. fig. in C. D'Amato, Vita e costumi dei Romani antichi. La medicina, Quasar, Roma, 1993, p. 52).
Le istruzioni di Sorano e la comune pratica quotidiana contribuiranno a trasferire nel Medioevo l'utilizzo di una fasciatura già , purtroppo, attestata saldamente nella storia.
Durante il Medioevo, la "uniforme" del neonato non diventerà meno angosciante; tutt'altro. Il particolare di un porta libro intagliato, databile ai secoli X-XI mostra un Gesù bambino, dormiente e vegliato da angeli, avvolto in bende embricate e ben aderenti al corpo (Vd. fig. in A. S. Lyons, R. J. Petrucelli, La Storia della Medicina, 3, Menarini, Salerno, 1992, p. 284).
Informazioni più tarde vengono dalla serie dei tondi, opera di Andrea della Robbia (1435-1525), collocati sul portico dell'ospedale di Santa Maria degli Innocenti a Firenze. Le ceramiche illustrano, con chiarezza e nelle fasi successive, la vestizione del trovatello: in esse si nota che panno e fascia compongono il materiale indispensabile; che il panno rettangolare, a contatto con il corpo, scende dalla linea mammillare a coprire i piedi; che la benda superficiale procede, a volute, dal margine superiore del panno alle caviglie (Vd. figg. in M.P. Donahue, Nursing (…). Delfino, Roma, 1991, pp. 177-178. Cfr. altresì H. Schipperges, Op. cit., pp. 32-33).
Una consuetudine tanto antica, diffusa e radicata non può esaurirsi e scomparire in breve tempo, se non per cause eccezionali e combinate di ordine, per esempio, economico e scientifico; poiché queste, però, non sono mai intervenute, la consuetudine cui s'è fatto cenno si rivela ancora vivace nei primi anni dell'Età Moderna. Nel 1513, Eucherio Rösslin scrive nel suo trattatello di ostetricia, Il roseto delle gestanti e delle levatrici: "E quando si vuol fasciare il bambino bisogna prendergli e palpargli delicatamente gli arti e stirarglieli a uno a uno, disponendoli e assestandoli come si conviene"; per il resto, il metodo non differisce da quello tradizionale (Cfr. H. Schipperges, Op. cit., p. 32).
Nella seconda metà del secolo successivo, poiché niente è in sostanza mutato, Abraham a' Santa Cruz, voce solitaria nel deserto, condanna quel millenario mezzo di oppressione, lo denuncia alla opinione pubblica e, intanto, ne rivela la ragione principale. "I bambini", egli scrive, "vengono tolti dalla culla e già vengono unti, legati, addobbati, compressi, e nei loro fragili corpicini l'anima ha vita ben dura, se si pensa che fin dalla più tenera età vengono costretti in armature di ferro al petto e al collo che quasi impediscono loro di respirare. Tutto ciò accade perché si abituino ad avere un corpo ritto e a costo di trapassarli con uno spiedo; queste sono le usanze" (Cfr. H. Schipperges, Op. cit., p. 32-33).
Il buonsenso del Santa Cruz non incontra concordanza di giudizi, ragion per cui il tentativo di affrancare la inerme popolazione neonatale da così inutile supplizio non fa proseliti. Appunto nell'ultimo quarto del '700, G. Nessi, aggiornando la levatrice nell'Arte ostetrica teorico-pratica, sostiene che già alla nascita, il piccolo va lavato e asciugato e ne va esaminato con diligenza il corpo per evidenziare eventuali lesioni degne di un qualche intervento; conviene poi avvolgerne il tronco con un panno di lino e assicurare questo con una benda; dopo aver sollevato e sostenuto lo scroto con una pezzuola, è necessario distendere le braccia lungo i fianchi, allungare i piedi e mettere una pezza più volte ripiegata tra i malleoli, allo scopo di prevenire contusioni; da ultimo, occorre "involgere il figlio nelle opportune tele (…) avvertendo di non stringerlo troppo" (Cfr. G. Cosmacini, Storia dell'Ostetricia, 1, Cilag, Milano - Roma - New York, 1989, pp. 121-122. Vd. inoltre, Id., Op. Cit., 2, fig. n. 1, p. 51).
In quegli anni, Giacomo Leopardi scrive nel Canto notturno: "Nasce l'uomo a fatica/ ed è rischio di morte il nascimento/ prova pena e tormento/ per prima cosa", insomma, "in quale forma, in quale/ stato che sia, dentro covile o cuna,/ è funesto a chi nasce il dì natale".
Chissà se a indurlo al pessimistico convincimento non sia stata anche una sia pur fugace riflessione su una fasciatura senza alcun dubbio alla moda, ma - è appunto il caso del poeta - di nessuna utilità per l'armonia del corpo.
Presagio lieto sembra racchiudere, a motivo del titolo e del contenuto, Il risveglio del trovatello, una scultura del 1894, opera del Robert. La raffigurazione porta un nuovo contributo alla conoscenza sulla evoluzione del bendaggio neonatale e pare indurre a liete conclusioni, in quanto fa vedere un bimbo che, in camiciola, pannicello e scolla, si ridesta, serenamente; manca la paurosa tela a spirale, ma soltanto perché l'Artista così ha concepito la scena. (Vd. fig. in N. Simon, N.Saint Fare Garnot, Parigi degli ospedali, in Kos, Maggio 1984, p. 95).
Ancora nel 1939, infatti, G. Pitrè, medico e demologo, segnala in Usi e costumi, credenze e pregiudizi (…) : "In più di due terzi della Sicilia serbano l'uso di mettere prigioniero tra le tenaci fasce il neonato e di ficcare in una delle ripiegature della fasciatura lo Abbizzè" - = a, b, c- "o Buzzeu o Santa Cruci", un libricino di otto pagine con immagini, segni e preghiere, il quale "ha molte virtù e preserva, chi lo ha addosso, di qualche maleficio possibile" (Cfr. G. Cosmacini, Op. cit., 2, p. 60). Negli stessi anni, il bendaggio è attuale in molto più dei due terzi, se non in quasi la totalità , del Beneventano, di Terra di Lavoro e della restante parte del Mezzogiorno peninsulare.
Questo breve excursus ha preso le mosse dall'antica cultura sannitica e si conclude in un centro abitato il cui territorio ha fatto parte del Sannio: Pietraroja, in provincia di Benevento. Così come altrove in Campania, la fasciatura vi è diffusa ancora nella metà del '900.
A memoria d'uomo, la tecnica non è differente da quella in uso all'inizio del secolo. In sostanza e con qualche variante di poco significato, si dispongono sopra un piano orizzontale rigido e l'uno sull'altro, tre panni bianchi, rettangolari, di larghezza e spessore decrescenti e di lunghezza superiore a quella del pargolo; il panno interno, fasciaturu, è di tela, l'intermedio, pannella, e l'esterno, pannone, sono di flanella o, nei mesi freddi, di lana; il panno esterno è di tessuto più fine.
Si veste il bambino con camiciola di lino e blusa di lana a manica lunga, le quali coprano il torace e l'addome. Si adagia supino il neonato sopra i tre panni in modo che il margine superiore degli stessi venga a trovarsi poco sopra la linea dei capezzoli; si tiene sollevato lo scroto con una pezzuola.
I lembi laterali del panno interno vengono ripiegati e, dov'è possibile, sistemati tra gli arti inferiori; la parte eccedente oltre i piedi si ribalta verso l'alto, fin sopra il pube, nel maschio, fin sopra i glutei, nella femmina: in questo modo costituiranno una quantità più cospicua di materiale assorbente. Il panno intermedio si avvolge intorno al corpo, sovrapponendo i lembi e ripiegando, parimenti, la parte esuberante; allo stesso modo si procede per il panno esterno.
Curando, infine, che gli arti superiori stiano aderenti ai fianchi e gli inferiori ben ditesi e a contatto, si avvolge il corpo con il fascione, largo una ventina di centimetri: partendo dalle spalle, la benda raggiunge a spirale i piedi e viene fissata annodando due fettucce cucite sugli angoli inferiori; pertanto, la piega del panno esterno, bellamente aggiustata a cocca, rimane a vista per l'altezza di quattro, sei dita. Una cuffia proteggerà la testa; una scolla, che dalla cervice incrocia sul petto e viene annodata sul torace, conterrà il collo nei movimenti abnormi. Il fascione, la cuffia o la scolla recano spillati amuleti contro il malocchio. Tutta la fasciatura si rinnova ogni volta appaia bagnata di pipì. Dopo otto, quindici giorni, abbassata fin sotto le ascelle, lascia liberi gli arti superiori. Durerà ancora per altri otto, dieci o dodici mesi.
Nei primi anni Settanta del XX° secolo, la puericultura ha già sconfessato e messo al bando il tradizionale bendaggio e ha proposto nuovi indirizzi; le mamme nostrane aderiscono e, sollecitate da una massiccia campagna pubblicitaria sostenuta dalla classe medica, adottano, per i loro piccini, magliette intime, ciripà triangolari assorbenti, pannolini rettangolari e "triangoli" impermeabili di plastica; camiciole di lino, bluse di lana, brachette e, nei mesi freddi, tutine felpate, di colore rosa o celeste secondo il sesso di chi le indossa.
Finalmente, il neonato rientra in possesso e può godere, sia pure a suo modo, di quella sacrosanta libertà che gli è stata negata per così lungo tempo
la sola differenza fra un capriccio ed una passione eterna è questa: che il capriccio dura un po' più a lungo(Oscar Wilde il ritratto di Dorian Gray) O'tiempo se ne va e tu non vuoi chiavà (squallor)
sempre il pitrè sul nodo di salomone
Messaggioda behrajan » 22/12/2003 - 13:11
E' un segno apotropaico formato da due anelli schiacciati ad ogiva o d'altra forma, incatenati tra loro e che riassumono insieme lo schematismo della stella di David, della croce e della svastica, quest'ultima simbologia è stata già riprodotta sin dalla preistoria dell'umanità . Il simbolo assunse il nome del figlio di David, per il semplice fatto che ad esso si collegava la sapienza, il legame "uomo - Dio", e fu quindi considerato un simbolismo alto e prestigioso capace di sconfiggere qualunque malanno e di risolvere problemi che per gli umani potevano essere a dir poco insormontabili. Anche la stella e la croce sono simbolismi molto diffusi nell'antichità , allegorie che conferiscono una particolare ascendenza al nostro segno salomonico, e ciò indipendentemente dal numero e dalla policromia delle fasce che vi si aggrovigliano.
Per l'età romana l'iconografia del "nodo" è fittamente documentata tra i mosaici pavimentali della villa Saturnini di Capena Roma (inizi I secolo d. C.), negli scavi archeologici di Pompei, a Ostia, a Stabia, a Nora in Sardegna, a Breno (Brescia) e a Sabratha in Libia, solo per citare le località più note del Mediterraneo. Un rilievo inalterato, se non potenziato, il "nodo" lo mantiene nel mosaico paleocristiano, datato dal IV al VII secolo, quando diversi simboli della religione vennero reinterpretati ed affiancati ai nuovi, con lo scopo di collegare la continuità del Supremo con gli ideali stessi della religione cattolica. Oltre che nell'area siro - palestinese, dove i "nodi" si ritrovano in grandi rosoni cruciformi, accompagnati da pavoni, meandri a svastica e a creature marine, il simbolo predomina le opere architettoniche delle popolazioni germaniche (Franchi, Burgundi, Alemanni e Longobardi) che s'insediarono, a vario titolo, entro i confini dell'impero tra il V ed il VI secolo d. C. I "nodi di Salomone" compaiono per lo più in contesti funerari, in corredi di guerrieri di rango, in cippi e in tombe femminili, riccamente ornate.
Nel segno della continuità di "uomo - Dio" e di "terra - cielo" e sulla scia delle valenze tradizionali, la presenza del "nodo" la ritroviamo nei portali, capitelli, mensole e plutei, le cui espressioni più alte, in Italia, sono rappresentati soprattutto in Lombardia. A partire dall'XI secolo, si può costatare la presenza di "nodi salomonici" in un ventaglio di oggetti diversi da quelli sino ad ora considerati, ma pur sempre connessi all'ambito della sacralità , quali croci e reliquari. La particolare destinazione magico funeraria ed il contesto figurativo dell'oggetto, tendono a porre il "nodo" come simbolo di eternità dell'anima, legame con il divino, simbolo guaritore per ogni malanno e difensore dal maligno e contro ogni qualsiasi altra calamità proveniente dal mondo dell'occulto.
Di tutt'altro genere sono le opere in maiolica o in terra smaltata che cominciarono ad essere prodotti in età romanica. Scodelle, borracce e tazze per uso quotidiano di monasteri e di conventi, dal XII al XVIII secolo, mostrano svariati "nodi di Salomone" istoriati sulle facce esterne, a testimonianza della familiarità che avevano i religiosi con i simboli propiziatori e con i loro significati. Sempre in ambito religioso va annotata la voga transalpina di piastrellare le abitazioni con maioliche raffiguranti i "nodi salomonici"; un caso degno di nota si trova nel Palazzo dei Papi ad Avignone, dove nello studium di Benedetto XII, è raffigurato il "nodo", posto a diretto contatto tra la divinità "in terra" e quella che abitualmente sta "in cielo".
Per l'età medievale in Sicilia, lo studioso Franco D'Angelo ne ha documentato il simbolo, ritrovato durante alcune ricerche archeologiche condotte nel sito di Brucato, un villaggio che sorse alle pendici del monte San Calogero (Termini Imerese), a pochi chilometri dal mare e dal fiume Torto .
Il "nodo di Salomone" è disegnato su una borraccia di ceramica, decorata in bruno e verde. In buono stato di conservazione, il manufatto ha collo cilindrico, una faccia tonda ed una piatta, due manici e un fondo piatto ad imitazione del tutto dei recipienti in cuoio in uso ai viaggiatori ed ai pellegrini. Lo scopo era probabilmente quello di "protezione" dei viandanti, contro ogni forma di pericolo.
Nella Sicilia dell'Ottocento venne ridotto a simbolo della lotta ad alcune malattie sintomatiche ed in particolare agli orecchioni. Così il nostro Giuseppe Pitrè, nell'opera Medicina popolare siciliana, ne consiglia l'uso per un'efficace cura: oltre le solite unzioni di pomata di belladonna, di sego, di altre sostanze grasse, si raccomanda l'unzione di grasso della mascella inferiore del maiale e la segnatura del nodo di Salomone pel quale usa la seguente pratica: si riscaldino due cocci di terracotta, su ciascuno de quali sia disegnato con carbone il nodo, e si applichino dalla parte del disegno sul gonfiore . Boh ! Chissà se funzionava davvero.
E' un vero peccato che il Pitrè ci fornisca solo queste lapidarie notizie farmaceutiche e non si sia soffermato a parlare del "nodo", in senso etno - antropologico, ed anche se esso veniva utilizzato maggiormente in città o in contesti agro - pastorali, oppure da quale strato della popolazione era maggiormente in considerazione o come mai, ad esempio, u gruppu, abbia avuta un'inversione di tendenza, ovvero sia passato da simbolo magico - religioso per tutti gli usi, ad uno specifico rimedio alla lotta agli orecchioni.
Il simbolo era sovente scolpito sui portali delle chiese, forse a volere proteggere come nel caso della sinagoga di Trieste inaugurata nel 1910 o in quelle più antiche come l'abbazia di san Tommaso in Foglia a Montelabbate nelle Marche, edificio sacro che sorge sul luogo di antichi culti pagani, come testimoniano i tanti reperti archeologici rinvenuti nella zona. L'intero complesso abbaziale era costituito oltre che dalla chiesa, da un vasto monastero con chiostro, dal cimitero e da una serie di edifici di servizi difesi e circondati da un complesso sistema di chiuse e di canali che, una volta riempiti, rendevano difficoltoso l'accesso alla stessa abbazia .
Parallelamente al continente europeo e all'area mediterranea, la simbologia espressa dal "nodo di Salomone" si manifesta presso altre lontane culture che si svilupparono autonomamente, senza che esse esprimessero alcuna tendenza o affinità di trasmissione culturale con quella occidentale o del bacino mediterraneo. Si avvalora così l'ipotesi di una comune radice archetipale i cui contenuti di fondo generano simboli che assunsero nel segno la loro traduzione. Il "nodo di Salomone" è, infatti, uno dei tanti simboli che appartiene a questa categoria di archetipi e deriva dall'essere emanazione di quell'Olimpo interiore che l'uomo porta con sé. Tra tutti i luoghi extraeuropei in cui esso era rappresentato, ricordiamo l'Africa, dove i motivi a treccia chiusa o continua o nodiformi, appartengono ad un bagaglio culturale di un'ampia fascia dell'area sub - sahariana, e il continente indiano, dove i motivi più ricorrenti sono rappresentati dai disegni pavimentali posti all'interno delle abitazioni private, forse per impedire l'accesso alle forze del male.
Anche grandi pittori come Giotto si cimentarono in alcune opere con la rappresentazione di tale segno ed in seguito fu imitato da Duccio di Boninsegna, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti e ancora nel Cinquecento, persino dallo stesso Raffaello Sanzio.
Sulle rocce levigate della Valcamonica in Lombardia, uno dei siti più importanti d'arte rupestre dell'arco alpino, ricco di notevole testimonianze graffite che vanno dall'età del Ferro a quella romana e medievale, sono stati scoperti alcuni "nodi di Salomone, assieme a disegni di villaggi e a figure antropomorfe e zoomorfe. Anche qui il "nodo" va probabilmente letto nel suo significato originario, ovvero, di unione profonda tra l'umano, il fedele, la comunità ed il divino, il soprannaturale.
Andiamo infine a sbirciare le tracce del "nodo" nel territorio mondellese.
Nel secolo XVI è certo che i Palermitani che venivano sorpresi dai vicini di casa a mirare un segno di Salomone sopra un pezzo di carta e fatto o detto alcune cose , rischiavano di essere trascinati a viva forza davanti ad un tribunale della Santa Inquisizione e di finire bruciati come eretici, su un rogo di piazza Marina o all'Ucciardone. C'è stata poi nel tempo, un'inversione di tendenza, tanto che venne riconsiderato dai Palermitani quale simbolo positivo, un efficace amuleto, un "ombrello" protettivo contro il maligno ed una barriera contro l'inconscio. Oggi (2003), completamente ignorati da disattenti e frettolosi passanti (anche perché ci vuole un buon occhio per riconoscerli), se ne osservano alcuni in via Catalano a Partanna, nelle vie Pazienza e Mondello, tra Partanna e Mondello e nelle vie Apollo e Venere, in località Martini - Valdesi. E' certo che il loro numero doveva essere alquanto maggiore, ma molte recinzioni purtroppo sono stati abbattute per fare posto a muri "moderni", riedificati rigorosamente in cemento armato, lavori che hanno polverizzato, in così poco tempo, anni della nostra storia più recente. I "nodi" magici sono stati tracciati dai nostri avi con mano sicura sulla calce ancora fresca, spalmata sulle pareti delle opere incerte e ci fa piacere supporre che avessero la segreta speranza di un diretto "collegamento" con la divinità , o di un "lasciapassare" per una vita più serena nell'aldilà , oppure ancora, di essere un antidoto contro il malocchio e l'invidia del prossimo. Dalla tipologia dei muri, dalla grafia sicura e dal contenuto delle tante frasi graffite, è da supporre una datazione che va tra la fine del Settecento ed il primo decennio di quello successivo.
Nell'era tecnologica del secolo XXI, il "nodo" ha purtroppo perso ogni sua millenaria funzione di simbolo guaritore, di ponte "uomo - dio" ed anche di "terra - cielo" e di liberare dal male degli orecchioni e da altre malattie, divenendo solamente una curiosa, gradevole e folkloristica raffigurazione. Tali labili tracce dei nostri antenati, che come visto hanno alle spalle secoli di vita, sebbene reputati beni culturali così detti minori, prima che della loro definitiva scomparsa dai muri del nostro quartiere e dalla nostra memoria visiva ad opera dell'onnipresente Homo cementificus, sarebbe opportuno documentarli e censirli accuratamente.
[/img]http://www.mondellolido.it/pagine/cenni%20storici/lo%20cascio/immagini/nodo01.jpg[/img]
Per l'età romana l'iconografia del "nodo" è fittamente documentata tra i mosaici pavimentali della villa Saturnini di Capena Roma (inizi I secolo d. C.), negli scavi archeologici di Pompei, a Ostia, a Stabia, a Nora in Sardegna, a Breno (Brescia) e a Sabratha in Libia, solo per citare le località più note del Mediterraneo. Un rilievo inalterato, se non potenziato, il "nodo" lo mantiene nel mosaico paleocristiano, datato dal IV al VII secolo, quando diversi simboli della religione vennero reinterpretati ed affiancati ai nuovi, con lo scopo di collegare la continuità del Supremo con gli ideali stessi della religione cattolica. Oltre che nell'area siro - palestinese, dove i "nodi" si ritrovano in grandi rosoni cruciformi, accompagnati da pavoni, meandri a svastica e a creature marine, il simbolo predomina le opere architettoniche delle popolazioni germaniche (Franchi, Burgundi, Alemanni e Longobardi) che s'insediarono, a vario titolo, entro i confini dell'impero tra il V ed il VI secolo d. C. I "nodi di Salomone" compaiono per lo più in contesti funerari, in corredi di guerrieri di rango, in cippi e in tombe femminili, riccamente ornate.
Nel segno della continuità di "uomo - Dio" e di "terra - cielo" e sulla scia delle valenze tradizionali, la presenza del "nodo" la ritroviamo nei portali, capitelli, mensole e plutei, le cui espressioni più alte, in Italia, sono rappresentati soprattutto in Lombardia. A partire dall'XI secolo, si può costatare la presenza di "nodi salomonici" in un ventaglio di oggetti diversi da quelli sino ad ora considerati, ma pur sempre connessi all'ambito della sacralità , quali croci e reliquari. La particolare destinazione magico funeraria ed il contesto figurativo dell'oggetto, tendono a porre il "nodo" come simbolo di eternità dell'anima, legame con il divino, simbolo guaritore per ogni malanno e difensore dal maligno e contro ogni qualsiasi altra calamità proveniente dal mondo dell'occulto.
Di tutt'altro genere sono le opere in maiolica o in terra smaltata che cominciarono ad essere prodotti in età romanica. Scodelle, borracce e tazze per uso quotidiano di monasteri e di conventi, dal XII al XVIII secolo, mostrano svariati "nodi di Salomone" istoriati sulle facce esterne, a testimonianza della familiarità che avevano i religiosi con i simboli propiziatori e con i loro significati. Sempre in ambito religioso va annotata la voga transalpina di piastrellare le abitazioni con maioliche raffiguranti i "nodi salomonici"; un caso degno di nota si trova nel Palazzo dei Papi ad Avignone, dove nello studium di Benedetto XII, è raffigurato il "nodo", posto a diretto contatto tra la divinità "in terra" e quella che abitualmente sta "in cielo".
Per l'età medievale in Sicilia, lo studioso Franco D'Angelo ne ha documentato il simbolo, ritrovato durante alcune ricerche archeologiche condotte nel sito di Brucato, un villaggio che sorse alle pendici del monte San Calogero (Termini Imerese), a pochi chilometri dal mare e dal fiume Torto .
Il "nodo di Salomone" è disegnato su una borraccia di ceramica, decorata in bruno e verde. In buono stato di conservazione, il manufatto ha collo cilindrico, una faccia tonda ed una piatta, due manici e un fondo piatto ad imitazione del tutto dei recipienti in cuoio in uso ai viaggiatori ed ai pellegrini. Lo scopo era probabilmente quello di "protezione" dei viandanti, contro ogni forma di pericolo.
Nella Sicilia dell'Ottocento venne ridotto a simbolo della lotta ad alcune malattie sintomatiche ed in particolare agli orecchioni. Così il nostro Giuseppe Pitrè, nell'opera Medicina popolare siciliana, ne consiglia l'uso per un'efficace cura: oltre le solite unzioni di pomata di belladonna, di sego, di altre sostanze grasse, si raccomanda l'unzione di grasso della mascella inferiore del maiale e la segnatura del nodo di Salomone pel quale usa la seguente pratica: si riscaldino due cocci di terracotta, su ciascuno de quali sia disegnato con carbone il nodo, e si applichino dalla parte del disegno sul gonfiore . Boh ! Chissà se funzionava davvero.
E' un vero peccato che il Pitrè ci fornisca solo queste lapidarie notizie farmaceutiche e non si sia soffermato a parlare del "nodo", in senso etno - antropologico, ed anche se esso veniva utilizzato maggiormente in città o in contesti agro - pastorali, oppure da quale strato della popolazione era maggiormente in considerazione o come mai, ad esempio, u gruppu, abbia avuta un'inversione di tendenza, ovvero sia passato da simbolo magico - religioso per tutti gli usi, ad uno specifico rimedio alla lotta agli orecchioni.
Il simbolo era sovente scolpito sui portali delle chiese, forse a volere proteggere come nel caso della sinagoga di Trieste inaugurata nel 1910 o in quelle più antiche come l'abbazia di san Tommaso in Foglia a Montelabbate nelle Marche, edificio sacro che sorge sul luogo di antichi culti pagani, come testimoniano i tanti reperti archeologici rinvenuti nella zona. L'intero complesso abbaziale era costituito oltre che dalla chiesa, da un vasto monastero con chiostro, dal cimitero e da una serie di edifici di servizi difesi e circondati da un complesso sistema di chiuse e di canali che, una volta riempiti, rendevano difficoltoso l'accesso alla stessa abbazia .
Parallelamente al continente europeo e all'area mediterranea, la simbologia espressa dal "nodo di Salomone" si manifesta presso altre lontane culture che si svilupparono autonomamente, senza che esse esprimessero alcuna tendenza o affinità di trasmissione culturale con quella occidentale o del bacino mediterraneo. Si avvalora così l'ipotesi di una comune radice archetipale i cui contenuti di fondo generano simboli che assunsero nel segno la loro traduzione. Il "nodo di Salomone" è, infatti, uno dei tanti simboli che appartiene a questa categoria di archetipi e deriva dall'essere emanazione di quell'Olimpo interiore che l'uomo porta con sé. Tra tutti i luoghi extraeuropei in cui esso era rappresentato, ricordiamo l'Africa, dove i motivi a treccia chiusa o continua o nodiformi, appartengono ad un bagaglio culturale di un'ampia fascia dell'area sub - sahariana, e il continente indiano, dove i motivi più ricorrenti sono rappresentati dai disegni pavimentali posti all'interno delle abitazioni private, forse per impedire l'accesso alle forze del male.
Anche grandi pittori come Giotto si cimentarono in alcune opere con la rappresentazione di tale segno ed in seguito fu imitato da Duccio di Boninsegna, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti e ancora nel Cinquecento, persino dallo stesso Raffaello Sanzio.
Sulle rocce levigate della Valcamonica in Lombardia, uno dei siti più importanti d'arte rupestre dell'arco alpino, ricco di notevole testimonianze graffite che vanno dall'età del Ferro a quella romana e medievale, sono stati scoperti alcuni "nodi di Salomone, assieme a disegni di villaggi e a figure antropomorfe e zoomorfe. Anche qui il "nodo" va probabilmente letto nel suo significato originario, ovvero, di unione profonda tra l'umano, il fedele, la comunità ed il divino, il soprannaturale.
Andiamo infine a sbirciare le tracce del "nodo" nel territorio mondellese.
Nel secolo XVI è certo che i Palermitani che venivano sorpresi dai vicini di casa a mirare un segno di Salomone sopra un pezzo di carta e fatto o detto alcune cose , rischiavano di essere trascinati a viva forza davanti ad un tribunale della Santa Inquisizione e di finire bruciati come eretici, su un rogo di piazza Marina o all'Ucciardone. C'è stata poi nel tempo, un'inversione di tendenza, tanto che venne riconsiderato dai Palermitani quale simbolo positivo, un efficace amuleto, un "ombrello" protettivo contro il maligno ed una barriera contro l'inconscio. Oggi (2003), completamente ignorati da disattenti e frettolosi passanti (anche perché ci vuole un buon occhio per riconoscerli), se ne osservano alcuni in via Catalano a Partanna, nelle vie Pazienza e Mondello, tra Partanna e Mondello e nelle vie Apollo e Venere, in località Martini - Valdesi. E' certo che il loro numero doveva essere alquanto maggiore, ma molte recinzioni purtroppo sono stati abbattute per fare posto a muri "moderni", riedificati rigorosamente in cemento armato, lavori che hanno polverizzato, in così poco tempo, anni della nostra storia più recente. I "nodi" magici sono stati tracciati dai nostri avi con mano sicura sulla calce ancora fresca, spalmata sulle pareti delle opere incerte e ci fa piacere supporre che avessero la segreta speranza di un diretto "collegamento" con la divinità , o di un "lasciapassare" per una vita più serena nell'aldilà , oppure ancora, di essere un antidoto contro il malocchio e l'invidia del prossimo. Dalla tipologia dei muri, dalla grafia sicura e dal contenuto delle tante frasi graffite, è da supporre una datazione che va tra la fine del Settecento ed il primo decennio di quello successivo.
Nell'era tecnologica del secolo XXI, il "nodo" ha purtroppo perso ogni sua millenaria funzione di simbolo guaritore, di ponte "uomo - dio" ed anche di "terra - cielo" e di liberare dal male degli orecchioni e da altre malattie, divenendo solamente una curiosa, gradevole e folkloristica raffigurazione. Tali labili tracce dei nostri antenati, che come visto hanno alle spalle secoli di vita, sebbene reputati beni culturali così detti minori, prima che della loro definitiva scomparsa dai muri del nostro quartiere e dalla nostra memoria visiva ad opera dell'onnipresente Homo cementificus, sarebbe opportuno documentarli e censirli accuratamente.
[/img]http://www.mondellolido.it/pagine/cenni%20storici/lo%20cascio/immagini/nodo01.jpg[/img]
la sola differenza fra un capriccio ed una passione eterna è questa: che il capriccio dura un po' più a lungo(Oscar Wilde il ritratto di Dorian Gray) O'tiempo se ne va e tu non vuoi chiavà (squallor)
Messaggioda behrajan » 22/12/2003 - 13:17
consiglio a tutti la lettura del ramo d'oro di Frazer
Sir James Frazer ha portato l'ultimo significativo contributo alla corrente antropologica britannica di fine ottocento. Come Robertson Smith, Frazer nacque in Scozia nell'ambiente dell'alta borghesia e fu avviato alla carriera di avvocato. Tuttavia predilesse lo studio delle discipline umanistiche, dai classici greci e latini fino all'arte. Proprio in questo ambito si inserì la passione per gli studi sui "primitivi", che si concretizzarono nel 1908 con l'assegnazione della cattedra di antropologia sociale a Liverpool.
Al di là delle note bibliografiche, l'approccio più efficace a Frazer avviene attraverso la considerazione diretta di "The Golden Bough. A Study in Comparative Religion" (tr. it."Il Ramo d'Oro"). Il testo è costituito da un'enciclopedica raccolta di tutti gli studi di Frazer, dei dati, delle fonti e delle teorie elaborate nell'arco della sua attività di ricerca. Questa sterminata quantità di materiale ha trovato sistemazione, con aggiunte, integrazioni e snellimenti, nelle diverse edizioni che hanno caratterizzato la pubblicazione de "Il Ramo d'Oro" che iniziarono nel 1890. L'ultima versione del testo, curata da Frazer stesso, è del 1922 ed è una riduzione dell'editio major, priva dell'enorme apparato documentario che le note raccoglievano. La prima edizione italiana è del 1925, tradotta dal letterato e poeta Lauro Adolfo de Bosis per la casa editrice Stock; la stessa traduzione è stata usata per la edizione Einaudi del 1950, all'interno della Collana Viola curata da Pavese e de Martino. Ancora, la traduzione di de Bosis verrà usata per l'edizione Bollati Boringhieri del 1990. Il Ramo d'Oro è stato un testo fondamentale per il primo '900 e ha portato note di influenza in molti e diversi ambiti della produzione culturale europea: tale fortuna è forse da attribuire alla capacità del testo di raccogliere le istanze del proprio tempo.
Il trattato difatti, dal punto di vista estetico e scientifico segue i termini precisi dell'evoluzionismo, enucleando fatti misteriosi ed esotici dell'Ur, attraverso la forma del romanzo vittoriano, circolare e non privo delle sue caratteristiche "nere". Per l'aspetto politico, le teorie di Frazer, come quelle dei suoi colleghi di corrente evoluzionista, si prestavano a dare una solida legittimità scientifica ed etica al dominio coloniale della civiltà occidentale sul mondo "altro".
Passando alle teorie espresse da Frazer, esse si fondano sui concetti già trattati per Tylor, di unità del genere umano, di sopravvivenza (come elemento o forma della vita primitiva che si trascina nelle fasi successive della civiltà ), e di fasi evolutive progressive, ma il centro del sistema frazeriano è il passaggio magia-religione-scienza. Il punto di vista su queste tre categorie riserva unicamente alla scienza moderna dell'Europa industriale la capacità di spiegare esattamente la realtà : ne deriva che la magia, attorno cui ruota la "filosofia della storia primordiale", ha certamente lo stesso scopo: spiegare e orientare a proprio favore la realtà , pur mancando dei caratteri scientifici. Essa si basa infatti su una fallace applicazione dell'associazione delle idee (sulla similarità si basa la magia omeopatica, sulla contiguità quella contagiosa). Nonostante ciò Frazer sottolineò la "perfezione" e l'efficacia interna al sistema magico come istituzione, e tentò di renderne la portata con la narrazione del "fatto etnologico" centrale ne Il Ramo d'Oro, ovvero la questione del re-mago e della sua uccisione rituale.
Solo in un momento evolutivo seguente compare la religione, che è comunque un tentativo di orientare la realtà a proprio vantaggio, ma differisce dalla magia in quanto vi è la credenza in esseri sovraumani che governano le forze naturali. Lo sforzo di orientamento si basa a questo punto sui rapporti - di favore o ostilità - che è possibile intraprendere con gli esseri sovraumani. A questo punto la magia, che condivide con la scienza l'adesione alla immutabilità e rigidezza delle leggi che regolano la natura, sembra sorpassare a sinistra la visione religiosa, che tuttavia le è successiva.
I limiti dell'impianto frazeriano si materializzano nell'eccessivo meccanicismo del suo sistema teorico, nella castrante visione eurocentrica e scientistica, che a volte generò contraddizioni interne. A supporto delle sue teorie, Frazer si sforzò di incastrare e far quadrare molteplicità di dati e fatti, etnologici e folklorici, con un comparativismo poco rigoroso e con una forte decontestualizzazione, poiché tutto era funzionale a rendere impeccabile la sua ricostruzione della storia della civiltà . Tuttavia la figura e l'opera di Frazer non possono non essere considerate fondamentali nella storia degli studi antropologici
Sir James Frazer ha portato l'ultimo significativo contributo alla corrente antropologica britannica di fine ottocento. Come Robertson Smith, Frazer nacque in Scozia nell'ambiente dell'alta borghesia e fu avviato alla carriera di avvocato. Tuttavia predilesse lo studio delle discipline umanistiche, dai classici greci e latini fino all'arte. Proprio in questo ambito si inserì la passione per gli studi sui "primitivi", che si concretizzarono nel 1908 con l'assegnazione della cattedra di antropologia sociale a Liverpool.
Al di là delle note bibliografiche, l'approccio più efficace a Frazer avviene attraverso la considerazione diretta di "The Golden Bough. A Study in Comparative Religion" (tr. it."Il Ramo d'Oro"). Il testo è costituito da un'enciclopedica raccolta di tutti gli studi di Frazer, dei dati, delle fonti e delle teorie elaborate nell'arco della sua attività di ricerca. Questa sterminata quantità di materiale ha trovato sistemazione, con aggiunte, integrazioni e snellimenti, nelle diverse edizioni che hanno caratterizzato la pubblicazione de "Il Ramo d'Oro" che iniziarono nel 1890. L'ultima versione del testo, curata da Frazer stesso, è del 1922 ed è una riduzione dell'editio major, priva dell'enorme apparato documentario che le note raccoglievano. La prima edizione italiana è del 1925, tradotta dal letterato e poeta Lauro Adolfo de Bosis per la casa editrice Stock; la stessa traduzione è stata usata per la edizione Einaudi del 1950, all'interno della Collana Viola curata da Pavese e de Martino. Ancora, la traduzione di de Bosis verrà usata per l'edizione Bollati Boringhieri del 1990. Il Ramo d'Oro è stato un testo fondamentale per il primo '900 e ha portato note di influenza in molti e diversi ambiti della produzione culturale europea: tale fortuna è forse da attribuire alla capacità del testo di raccogliere le istanze del proprio tempo.
Il trattato difatti, dal punto di vista estetico e scientifico segue i termini precisi dell'evoluzionismo, enucleando fatti misteriosi ed esotici dell'Ur, attraverso la forma del romanzo vittoriano, circolare e non privo delle sue caratteristiche "nere". Per l'aspetto politico, le teorie di Frazer, come quelle dei suoi colleghi di corrente evoluzionista, si prestavano a dare una solida legittimità scientifica ed etica al dominio coloniale della civiltà occidentale sul mondo "altro".
Passando alle teorie espresse da Frazer, esse si fondano sui concetti già trattati per Tylor, di unità del genere umano, di sopravvivenza (come elemento o forma della vita primitiva che si trascina nelle fasi successive della civiltà ), e di fasi evolutive progressive, ma il centro del sistema frazeriano è il passaggio magia-religione-scienza. Il punto di vista su queste tre categorie riserva unicamente alla scienza moderna dell'Europa industriale la capacità di spiegare esattamente la realtà : ne deriva che la magia, attorno cui ruota la "filosofia della storia primordiale", ha certamente lo stesso scopo: spiegare e orientare a proprio favore la realtà , pur mancando dei caratteri scientifici. Essa si basa infatti su una fallace applicazione dell'associazione delle idee (sulla similarità si basa la magia omeopatica, sulla contiguità quella contagiosa). Nonostante ciò Frazer sottolineò la "perfezione" e l'efficacia interna al sistema magico come istituzione, e tentò di renderne la portata con la narrazione del "fatto etnologico" centrale ne Il Ramo d'Oro, ovvero la questione del re-mago e della sua uccisione rituale.
Solo in un momento evolutivo seguente compare la religione, che è comunque un tentativo di orientare la realtà a proprio vantaggio, ma differisce dalla magia in quanto vi è la credenza in esseri sovraumani che governano le forze naturali. Lo sforzo di orientamento si basa a questo punto sui rapporti - di favore o ostilità - che è possibile intraprendere con gli esseri sovraumani. A questo punto la magia, che condivide con la scienza l'adesione alla immutabilità e rigidezza delle leggi che regolano la natura, sembra sorpassare a sinistra la visione religiosa, che tuttavia le è successiva.
I limiti dell'impianto frazeriano si materializzano nell'eccessivo meccanicismo del suo sistema teorico, nella castrante visione eurocentrica e scientistica, che a volte generò contraddizioni interne. A supporto delle sue teorie, Frazer si sforzò di incastrare e far quadrare molteplicità di dati e fatti, etnologici e folklorici, con un comparativismo poco rigoroso e con una forte decontestualizzazione, poiché tutto era funzionale a rendere impeccabile la sua ricostruzione della storia della civiltà . Tuttavia la figura e l'opera di Frazer non possono non essere considerate fondamentali nella storia degli studi antropologici
la sola differenza fra un capriccio ed una passione eterna è questa: che il capriccio dura un po' più a lungo(Oscar Wilde il ritratto di Dorian Gray) O'tiempo se ne va e tu non vuoi chiavà (squallor)
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