INTERISTA RESTITUISCI LO SCUDETTO DI CARTONE
Inviato: 09/01/2009 - 22:59
Calciopoli non esiste, non c'era nessuna cupola, nessuna associazione
imperdista ora ricaccia lo scudetto di cartone e lo scudetto made in china
http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni ... girata.asp
imperdista ora ricaccia lo scudetto di cartone e lo scudetto made in china
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I Moggi condannati, ma il "sistema" viene smontato. Cobolli: «Se è così la Juve ha meritato 29 scudetti»
GUGLIELMO BUCCHERI
ROMA
«Dai Ale, dai...». Ale (Moggi jr) è immobile, seduto sulla sedia con le mani sulle gambe. Dietro, una fila soltanto, c’è Luciano Moggi. Fra i due, toghe, telecamere e il verdetto. Un anno e sei mesi per l’ex direttore generale della Juventus; quattro mesi in meno per il figlio: si chiude così il processo alla Gea, sentenza di primo grado che assolve gli altri quattro imputati, Davide Lippi, Franco Zavaglia, Pasquale Gallo e Francesco Ceravolo. Il pallone del dopo Calciopoli conosce la prima svolta in un’aula di tribunale che non sia quella sportiva.
Una tappa veloce e, per certi versi, sorprendentemente significativa. Il verdetto che arriva da Piazzale Clodio è soltanto parente di quello che, fra qualche anno, ci farà capire chi, come e perché ha, secondo l’accusa dei pm napoletani, alterato partite e campionati. Oggi, il mondo del calcio italiano e non solo è chiamato ad interrogarsi su una sentenza che condanna i Moggi, ma, allo stesso tempo, assolve con formula piena un sistema-Gea finito sotto i riflettori della giustizia con il peso di aver condizionato tramite violenza e minacce il mercato giocatori. La Gea non era un’associazione a delinquere, Moggi padre e figlio vengono condannati per violenza privata a danno di giocatori in situazioni diverse fra loro. Questa è la conclusione a cui sono arrivati i giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma. Un sipario che, in attesa dell’appello, sgretola l’impianto accusatorio del pm Luca Palamara e riconduce a singoli episodi quello che l’accusa presentava come un’associazione «che mirava al controllo del mondo del calcio» tramite le procure di centinaia di giocatori e la possibilità di pilotare le strategie di alcune società del nostro campionato.
Luciano e Alessandro Moggi pagano il fatto di aver esercitato pressioni su giocatori più o meno famosi. Il primo, big Luciano, nei confronti di Nicola Amoruso (passaggio dalla Juventus al Perugia e revoca della procura ad Antonio Caliendo) e di Emanuele Blasi (offerta di rinnovo del contratto se non dopo la revoca della procura all’agente Stefano Antonelli). Il figlio Alessandro è condannato per violenza privata ai danni di Victor Budiansky e Ilia Zetulayev (affidamento della procura) e allo stesso Amoruso. L’ex direttore generale della Juventus sogna il «golden gol» in appello, il figlio appare amareggiato. «Il cerino è rimasto nella mia mano visto che giustamente tutti i rappresentanti della Gea sono stati assolti. Pago con un anno e due mesi l’aver parlato sì e no trenta secondi con Budiansky e Zetulayev e - così Alessandro Moggi - per non aver impedito una telefonata di un dirigente, mio padre, ad Amoruso. Questo è stato il processo più veloce nella storia della nostra Repubblica, aspettiamo la fine dell’iter giudiziario e, poi, potrei pensare anche ad una richiesta danni. Il sistema Gea non è mai esistito, i magistrati l’hanno appena detto cancellando l’accusa di associazione a delinquere: il calcio non è malato. E’ il mio mondo».
Ma quale violenza, quali intimidazioni, ripete Moggi jr nel lungo corridoio fuori dall’aula. Pochi metri più in là , il grande accusatore Palamara aspetta di leggere le motivazioni, ma, intanto, racconta di «un mondo del calcio dove resta il fatto che episodi di violenza sono avvenuti. I giocatori - spiega il pm - non hanno collaborato, fanno parte di questo mondo ed evidentemente hanno altri interessi». Il primo verdetto sulla Gea fa rumore, l’indulto copre i fatti che hanno determinato le uniche due condanne. Sorride Davide Lippi, figlio del ct mondiale, e, ora, felice per «aver messo fine ad una grande sofferenza vissuta da innocente e che mi ha insegnato molto». La truppa dei legali dei difensori guarda al processo su Calciopoli pronto ad alzare il proprio sipario a Napoli e si dice convinta che «sebbene procedimenti diversi, anche là l’accusa di associazione a delinquere è destinata a cadere...». E, ai prossimi appuntamenti in tribunale pensa anche il presidente della Juventus, Cobolli Gigli. «Se in futuro constateremo che ci saranno altre assoluzioni o sentenze miti, allora - precisa Cobolli - dovremo avere la coscienza che gli scudetti della Juve sono 29 e non due in meno che ci sono stati tolti». Moggi padre e figlio erano entrati, ieri, nell’aula al primo piano dell'edificio A del tribunale di Roma con la richiesta, rispettivamente, di 6 e 5 anni di condanna da parte del pm. Una giornata vissuta quasi in silenzio, interrotta solo dalla pausa prima della camera di consiglio e da una battuta di Lucianone a campanella del verdetto suonata («Inquadra Franco (Zavaglia, ndr) ha il profilo meglio del mio», così ad un operatore di LA7). Fuori dall’aula, curiosi, reporter stranieri e due fra i capi storici della curva della Roma negli anni ‘80, passati per un saluto a big Luciano. Poi, la sentenza. «Dai Ale, dai...», la preoccupazione di Moggi padre davanti allo sbandamento del figlio.