"...Titolo: 4 considerazioni da un profano.
Mi permetto di insistere sul sentiero inaugurato da Lara dell'approfondimento del dibattito su quella proposta di legge che dovrà regolamentare il nostro settore. Parto dal presupposto (da tutti accettato) che allo stato attuale è impossibile emanare una legge-quadro onnicomprensiva che abbia in sè i requisiti dell'efficacia e della giustizia. Mi associo quindi all'opinione comune che vuole come necessaria una fase transitoria, magari con Decreto di Delega al Governo per la relativa regolamentazione, dalla quale possano emergere quelle esperienze e quei dati "reali" che poi permetteranno all'organo legislativo di inquadrare nelle sue giuste dimensioni il fenomeno "scommesse" e legiferare di conseguenza. Il primo punto proposto da Lara era l'annullamento del sistema vigente, che di fatto impedisce qualsiasi evoluzione concreta della problematica. Ma come procedere a tale annullamento? Va bene che l'Italia è il paese dei "colpi di spugna", ma non vedo come si possa azzerare il sistema delle Concessioni CONI senza che il successivo percorso di riassetto non venga ostacolato da una valanga di ricorsi provenienti dalle parti più disparate. Faccio un esempio-limite: se uno solo dei Concessionari CONI dovesse pagare il minimo a suo tempo offerto adempiendo così ai suoi obblighi contrattuali, come farebbe poi lo Stato a dirgli che quello stesso "contratto" non vale più? Gioco d'anticipo su chi sostiene la tesi che attualmente i CONI sono tutti inadempienti: essendoci stata una proroga "governativa" per il pagamento dei minimi, fin quando tale proroga non va a scadenza non si può legittimamente parlare di inadempienza. Ecco dunque che si ripropone come necessario il discorso del "doppio binario" di intervento. Dissento da chi lo ritiene impraticabile, poichè i ctd sono semplici raccoglitori mentre i Concessionari sono "banco": sono quindi realtà diverse e legittimamente assoggettabili a regolamentazioni diverse. Così facendo, il problema di chi fa banco diventerebbe quello di rielaborare un sistema di prelievo da parte dello Stato che non penalizzasse oltre ogni limite la sua attività (come succede oggi), e di armonizzarlo con le politiche tributarie degli altri paesi membri UE dove l'attività del bookmaker è lecita (15% dell'utile lordo, perchè no?). E' ovvio che la nota proposta del 2% non può valere per chi fa banco, onde evitare che quasi tutti i book vengano a stabilirsi nel nuovo paradiso del betting, ossia l'Italia! Va altresì detto, a questo punto, che se la quota CONI deve continuare a esistere, essa va "estratta" dal prelievo già definito e non a questo sommata. Rimane ora da affrontare il problema che più ci riguarda da vicino, ossia la definizione del prelievo da effettuare sulla semplice raccolta delle scommesse. Per quantificarlo ritengo necessaria l'apertura di una parentesi "tecnica", dove innanzitutto si faccia una netta distinzione tra i giochi al totalizzatore e quelli a quota fissa, oggetto questi ultimi della nostra attività (tutti noi sappiamo che le due tipologie di gioco presuppongono analisi e conseguenti sintesi profondamente diverse). Parliamoci subito chiaro: il gioco a quota fissa non può sopportare prelievi esosi per il suo stesso meccanismo operativo. Il gioco a quota fissa ridistribuisce in vincite frazioni del montante non quantificabili a priori, quando addirittura non ritorna nelle tasche degli scommettitori somme complessivamente superiori alla raccolta stessa. Il banco deve tener ben presente questo rischio potenziale all'atto dell'elaborazione delle quote, così come deve tener presente che nelle scommesse sportive l'esito è spesso legato a valori tecnici ben precisi e non alla pura sorte (infatti la Juventus vince scudetti su scudetti mentre il Ravenna no). Certo, ogni tanto ci scappa la sorpresa (talvolta anche sospetta visto che, soprattutto nei campionati calcistici minori, gli eventi più che "partite di calcio" sembrano "partite di bilancio"), ma in genere i "favoriti dal pronostico" fanno rispettare la legge del più forte. Da qui la proposta di quote da tanti considerate (a torto) "prudenti" (se il banco non guadagna, nessuno farebbe più il banco e non ci sarebbero più scommesse). Se tali valutazioni dovessero essere ulteriormente appesantite da un prelievo fiscale eccessivo, il gioco perderebbe remuneratività e lo scommettitore rivolgerebbe altrove il suo interesse (probabilmente verso i book "off-shore"), così che nessuno legittimamente operativo ci tirerebbe fuori una lira, fisco compreso. Come espresso da un sicuro esperto del settore quale il Dott. Zuccoli, le scommesse sono un tipo di richiesta "dinamica" del consumatore, non sono cioè beni di prima necessità che vanno comunque acquisiti, e per esistere devono parzialmente rifinanziare il parco-clienti con una certa continuità in modo da rialimentare lo stesso "turn-over". Aggiungo che tale necessità è ancor più sentita nell'attuale congiuntura nella quale si pagano le conseguenze deleterie di una politica monetaria deflazionista (un altro regalo del precedente governo; oh, ne avessero fatta una buona, per noi!). Concludendo penso di poter dire che il prelievo sulla raccolta non può ragionevolmente andare oltre il 2, max. 3%. Su un movimento annuo stimabile sui 5.000 miliardi (ippica esclusa), sono 100-150 miliardi per lo Stato...e dico per lo Stato, non per il CONI...se poi lo Stato decide di girare tale introito al CONI, questi sono affari suoi! E in fondo potrebbe anche farlo, poichè ciò che lo Stato deve considerare interessante ai fini fiscali è l'imposta che incasserebbe sulla creazione di tanti nuovi redditi, per non parlare delle tante nuove opportunità di lavoro autonomo (ripeto: autonomo). Chiuso il capitolo sull'entità del prelievo, resta da affrontare la questione giuridicamente più spinosa: chi lo deve pagare? E non intendo il discorso "di chi si accolla concretamente l'onere", ma di chi giuridicamente deve essere il soggetto su cui deve gravare tale imposta. Sicuramente non può essere il banco: per un banco italiano si risolverebbe nel pagare prima un'imposta sulla raccolta e poi un'altra imposta sull'accettazione, per un banco comunitario non italiano prima un'imposta in Italia sulla raccolta e poi un'altra nel proprio Paese di stabilimento sull'accettazione. In entrambi i casi ci sarebbe una doppia imposizione sullo stesso servizio. Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che debbano essere i punti di raccolta a farsene carico. A prescindere dal fatto che i Concessionari CONI sono contemporaneamente banco e punti di raccolta, giudico l'affermazione del tutto inaccettabile semplicemente perchè il ctd è solo un "intermediario" nell'operazione di perfezionamento della scommessa. In quanto intermediario non può essere il soggetto passivo di un'imposta che riguarda un bene o servizio di cui lui non è nè cedente nè cessionario. Il ctd viene remunerato per la sua attività di "mediazione" con un dato compenso, che andrà sulle voci attive della relativa dichiarazione dei redditi con conseguente calcolo e pagamento della relativa imposta sul reddito: il discorso finisce qui! Tutt'al più può pagare una "ritenuta d'acconto" sui compensi percepiti, ma la ritenuta d'acconto, in quanto anticipazione dell'imposta sul reddito, andrà poi (e uso un termine improprio) "detratta" dall'imposta sul reddito complessivamente determinata e dovuta. Il prelievo alla fonte di cui stiamo invece parlando andrebbe tra gli "oneri deducibili" (o più genericamente a costi), e risulterebbe comunque pagato a prescindere dal fatto che alla fine ci sia o meno reddito d'impresa. Sono quindi due cose formalmente e sostanzialmente diverse. A questo punto rimane purtroppo (come spesso accade) un solo soggetto su cui "caricare" l'onere del prelievo, e cioè l'utente finale: lo scommettitore. Si potrebbe inquadrare il prelievo come una sorta di "virtuale imposta in bollo" da scorporare alla fonte dall'importo puntato (esempio: una scommessa da 100.000 lire si risolverebbe, con un prelievo del 2%, in una scommessa da 98.000 lire). Così facendo si eviterebbe di deprimere le quote, anche se a venir depresse sarebbero le eventuali vincite...ma sappiamo bene che se il discorso non cambia per la singola, per la multipla è "psicologicamente" meglio deprimere la vincita potenziale che non le quote (chi gioca su multipla guarda le quote e raramente fa calcoli e proporzioni tra moltiplicatore espresso e vincita potenziale, mentre chi gioca la singola il calcolo lo fa sempre). Se poi qualche book volesse parzialmente "assorbire" l'onere aggiuntivo passando, ad esempio, da un libro a 114 a un libro a 112 o 111...affari suoi...e comunque bravo! Faccio un esempio: evento calcistico A vs B 1X2 2,30-3,10-2,60 (libro circa 114) con 100.000 sull'X avremmo 98.000 x 3,10 = 303.800 (contro le attuali 310.000), ma se A vs B 1X2 2,35-3,20-2,65 (libro circa 112) con le stesse 100.000 sull'X avremmo 98.000 x 3,20 = 313.600. Certo, cosa diversa sarebbe comunque ripartire il differenziale positivo su un evento del tipo 1X2 1,25-4,00-10,00...ma non si può ottenere tutto! Inoltre anche il ctd darebbe il suo piccolissimo contributo poichè la base di calcolo delle sue competenze verrebbe decurtata dell'entità del prelievo stesso. Delineando così l'imposta sulla raccolta, il ctd diventerebbe una specie di "sostituto d'imposta" che incassa preventivamente quanto dovuto allo Stato e poi, diciamo mensilmente, glielo versa integralmente. Far gravare l'onere del prelievo sullo scommettitore implica però un altro problema: se egli paga alla fonte un'imposta, ha quantomeno diritto che gli venga garantito l'incasso dell'eventuale vincita. Si deve pertanto necessariamente trovare una regola che condizioni l'accesso dei book stranieri al mercato italiano in relazione al loro grado di affidabilità . Scarterei a priori l'ipotesi del "blasone" (il criterio mancherebbe di oggettività ), così come scarterei l'ipotesi della distinzione tra licenze vere e proprie da bookmaker e i "permit gaming" (o come cavolo si chiamano) rinnovabili a scadenza (toglieremmo il monopolio alla SNAI per consegnarlo ai grandi book inglesi, senza trascurare il fatto che gli attuali Concessionari non possono comunque definirsi bookmaker a tutti gli effetti). Io proporrei di vincolare l'accesso a quei book in grado di esibire adeguate fidejussioni bancarie e/o coperture assicurative a garanzia degli scommettitori. Così facendo si proporzionerebbe l'espansione dei book sul territorio nazionale alla loro effettiva solidità finanziaria (è evidente che il livello di copertura esprimibile, esempio, dalla Stanley, è sicuramente superiore a quello esprimibile da un qualsiasi piccolo book di recente formazione). Capisco che ciò risulterà sgradito a molti, ma ribadisco che il problema delle garanzie per lo scommettitore va assolutamente e necessariamente risolto, onde evitare che un'apertura "selvaggia" o "poco regolamentata" possa trasformarsi in una sorta di "dimostrazione per assurdo" della validità di una normativa nazionale restrittiva sulle scommesse, generando quelle esigenze di ordine pubblico e sociale la cui assenza alla data odierna ha portato sul banco degli imputati la Legge 401/89 così come modificata dalla Legge 388/00. Ultimo problema relativo alla fase transitoria: il contingentamento dei ctd e ip. La butto così (e attendo reazioni): ammissibili quelli che sono in grado, entro il 30/09/01, di esibire certificato CCIAA, n° partita IVA, autorizzazione PPTT ai sensi della Delibera 467/00/CONS del 19/07/00, contratto con un book comunitario regolarmente autorizzato nella Nazione di stabilimento. Un affettuoso saluto a quei pochi "martiri" (chiunque essi siano) che sono riusciti ad arrivare fin qui. Paolo
P.S. - Come scritto nel titolo, sono le considerazioni di un profano. Notificatemi eventuali castronerie; servono per capire. Grazie..."
Tenete presente che è roba di due anni fa, e quindi qualcosa andrebbe sicuramente rivisto alla luce delle evoluzioni nel frattempo verificatesi.
C'è nel forum qualche fiscalista che ama scommettere?







