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LO STATO SIA PRESENTE: NON SI GIOCHI SULLA RIPARTENZA di Alessio Crisantemi
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LO STATO SIA PRESENTE: NON SI GIOCHI SULLA RIPARTENZA di Alessio Crisantemi
Messaggioda advocatus » 14/04/2020 - 10:32
LO STATO SIA PRESENTE: NON SI GIOCHI SULLA RIPARTENZA
Aprile 14, 2020 Scritto da Alessio Crisantemi
Un intero paese attende di ripartire: ma oltre alle riaperture, serve la presenza dello Stato. Per tutti e senza distinzioni, evitando gli errori del passato.
Lo abbiamo già detto (e scritto) in apertura della scorsa settimana, ma oggi vale ancora di più: la principale esigenza, per l'intero paese, è quella di ripartire. E' questo il nuovo sentimento di indentità nazionale che accomuna l'intera popolazione. Dopo i concerti dai balconi, i manifesti di (auto)rassicurazione e le altre iniziative di solidarietà spontanea che hanno caratterizzato le prime settimane di quarantena generale e unito la cittadinanza, adesso è il momento della concretezza. Trascorso un mese dalla serrata generale della Penisola, la soliderietà spontanea non basta più a tranquillizzare gli italiani del fatto che #andràtuttobene. Nella settimana della mancata ripartenza, quella cioè in cui sarebbe dovuta iniziare la tanto attesa “fase due”, come indicato nel primo provvedimento del governo che aveva fissato il termine del lockdown al 13 aprile, la reclusione pesa oggi ancora di più sugli italiani, andandosi a sommare alla preoccupazione ormai generale dell'impatto che questa situazione di emergenza avrà sull'economia, provocando la chiusura di tante aziende e attività economiche e la conseguente perdita di posti di lavoro.
Per questo diventa sempre più importante e necessario il ruolo dello Stato: chiamato non soltanto a rassicurare i cittadini attraverso un'adeguata comunicazione e un'efficace gestione dell'emergenza (due aspetti dove già si contano già fin troppe lacune e svariati errori), ma col dovere di garantire la ripartenza dell'intero motore economico del paese. Dell'industria e delle attività produttive, ma anche dei consumi. Un compito tutt'altro che facile, è evidente a tutti, tenento conto della straordinarietà e della portata di questa emergenza: ma proprio per questo diventa ancora più indispensabile il cambio di passo. Avviando una nuova fase politica (anche economica) ed evitando di commettere gli errori del passato. Mostrandosi presente, e per tutti. Senza esclusioni.
Invece, con l'emanazione delle prime misure di aiuto alle imprese e ai cittadini, emergono già prime disuguaglianze: di nome e di fatto. Oltre alle limitazioni di accesso ai sussidi governativi che riguardano alcune categorie di lavoratori, a preoccupare di più le imprese italiane sono le difficoltà – se non, addirittura, l'impossibilità – di accedere ai finanziamenti agevolati promessi dal decreto difficoltà. Con un caso limite e altamente preoccupante che vede protagoniste – ancora una volta – le imprese del gioco. Nonostante le norme non prevedano l'esclusione di determinate categorie di imprese (come avveniva spesso in passato, con le aziende del gioco estromesse da tante misure) a rappresentare un ostacolo, in questa fase, sono i “codici etici” adottati da tanti istituti bancari, all'interno dei quali sono sempre più diffuse delle limitazioni che riguardano chi opera nel settore del “gioco d'azzardo”. Un fatto ben noto agli addetti ai lavori contro il quale si battono da tempo, avendo molto spesso difficoltà anche soltanto ad aprire un nuovo conto bancario per colpa di tali clausole etiche, ma che diventa ancor più grave in una situazione di mancanza di liquidità come quella attuale. A pochi giorni dall'entrata in vigore del cosiddetto “decreto liquidità” sono centinaia le segnalzioni che ci arrivano dalle imprese del gioco che si sono viste respingere le domande a causa di tali restrizioni: e per quanto assurdo possa apparire – ricordando che il gioco pubblico rappresenta un settore economico legalmente riconosciuto e, anzi, offerto in concessione proprio dallo stato, quindi ben diverso dalle attività illecite alle quali viene accostati nei codici etici delle banche – questo è ciò che accade nel nostro paese. Ancora una volta e sotto gli occhi di tutti. Nel silenzio più generale. Sì, perché in periodi di crisi come quello attuale, figuriamoci se può trovare spazio la richiesta di un'azienda del gioco o di una categoria di lavoratori di questo settore.
Ma sarà bene che lo Stato dimostri la sua presenza e il suo ruolo di garante dei principi costituzionali anche per questo settore, dimostrando che i suoi lavoratori non sono figli di un Dio minore, ma sono cittadini come gli altri, con famiglie come le altre, gli stessi problemi e le stesse esigenze. Non si tratta – si badi bene – di una “concessione” da fare in tempi di emergenza, bensì di una grave anomalia e di un'autentica stortura del nostro sistema (peraltro più volte denunciata dalle associazioni di categorie) da risolvere e ripristinare, prima che sia troppo tardi. Non è neppure l'unica stortura, va detto, di questo assurdo e travagliato rapporto tra lo Stato e il Gioco pubblico: ma si tratta soltanto del primo punto e il più urgente da risolvere, per garantire che anche queste imprese riescano a rimanere in vita, senza lasciare a casa troppe persone. Per questo, oltre a garantire la liquidità alle imprese del comparto, lo Stato ha il dovere di risolvere anche le tante altre criticità che affliggono il sistema, prima di ritrovarsi con un buco incolmabile nelle proprie casse – andando a perdere gli oltre 10 miliardi garantiti ogni anno dal settore – e con un'esplosione della disoccupazione, tenendo conto delle centinana di migliaia di persone che impiega questo settore anche attraverso il suo indotto.
Ma oltre alle ragioni di carattere economico e occupazionale, se ne possono individuare moltre altre, che rendono non solo legittimo, bensì doveroso, il salvataggio (anche) delle aziende del gioco, che vogliamo qui ricordare, onde evitare future e ulteriori strumentalizzazione che probabilmente non tarderanno ad arrivare. Da più parti ci si aspetta l'intervento di qualcuno, da qualche gruppo politico o amministratore locale, che chieda di mantenere chiusi i locali di gioco anche dopo la ripartenza, appellandosi al rischio di vedere gli italiani dilapidare anche gli ultimi risparmi, che sarebbe ancor più grave in tempi di crisi come quella che si spalanca di fronte a noi. Invece, un ragionamento di questo tipo sarebbe non solo miope, ma anche decisamente sbagliato, ed ecco perché.
Il mantenimento dell'intero sistema del gioco pubblico, al contrario, ha tante ragioni, sia dal punto di vista tecnico, politico e istituzionale, ma anche da un punto di vista etico e morale. Il fatto di poter giocare, prima di tutto, è un qualcosa che impatta direttamente sulla libertà personale di ogni cittadino e se è vero (come è vero) che si deve evitare il rischio di una spesa sconsiderata da parte dei soggetti più deboli e a rischio, è altrettanto vero che l'Italia – come ogni altro paese e forse anche molto più di altri – è costituita anche da una larga fetta di cittadini benestanti, per i quali esisteranno comunque le possibilità di spesa anche dopo e durante la crisi. Per tale ragione, dunque, non avrebbe alcun senso, per lo Stato, rinunciare alle entrate che deriverebbero dalle giocate di ricchi o più abbienti: fermo restando che dovranno essere adottati tutti gli strumenti di tutela e prevenzione per scongiurare che a spendere soldi nel gioco siano i meno abbienti. E sarà questa, dunque, l'occasione, per avviare una vera attività di prevenzione e informazione da parte dello Stato. Ma oltre a questi aspetti, ce ne sono altri anche ben più rilevanti sulla tenuta del gioco pubblico. In primis, quello del mantenimento di una rete legale, quale principale antidoto al ritorno e alla diffusione dell'illegalità. Il gioco, lo sappiamo bene, ha un passato fatto di gestione illecita e spesso criminale, che si è sviluppato ampiamente nel nostro paese fino agli inizi del Duemila, quanto il legislatore attuò la regolamentazione del gioco pubblico sottraendo questa florida economia dalle mani della criminalità. Da quel momento, le mafie non aspettano altro che un passo indietro da parte dello Stato per riprendersi questa economia, che un tempo era sommersa e oggi è diventata invece un capo saldo dell'Erario. E se in questi giorni leggiamo diversi allarmi lanciati da procuratori, politici o giornalisti sull'esigenza di presidiare il rischio di un boom della criminalità organizzata dovuto alla disponibilità economica delle organizzazioni che potrebbero renderla disponibile alle imprese in difficoltà, un passo indietro sul gioco sarebbe un ulteriore regalo per alimentare il vero cancro che affligge il nostro paese.
Ma non è tutto. Anche dal punto di vista tecnico ed economico, l'esistenza (e il mantenimento) di una rete del gioco legale rappresenta anche un strumento a disposizione dello Stato per rimettere in circolo denaro in tempi di forti restrizioni e difficoltà, essendo in grado di garantire entrare dirette e immediate meglio di qualunque altro settore: fermo restando, come detto, che le entrate dovranno provenire dai benestanti. Ma senza un'offerta legale, lo sappiamo bene, gli italiani non smetteranno certo di giocare, dopo anni di abitudine e di una propensione sempre maggiore nel tentare la sorte: e se l'unica offerta di gioco sarà quella illecita, allora sì che non ci sarà più alcun controllo su chi saranno i giocatori, né alcuna sicurezza.
Per tutte queste ragioni (e non solo), dunque, è importante non soltanto che continui a esistere un'offerta di gioco lecito, ma anche che ripartano al più presto le attività esistenti: che aiuteranno il paese a tornare alla normalità – per quanto possibile –, fatta anche di spensieratezza e intrattenimento, e ai tanti lavoratori del comparto di difendere il proprio posto di lavoro. Per una Ricostruzione che passa – e deve passare - anche per il gioco pubblico.
https://www.gioconews.it/editoriali/638 ... ripartenza
Aprile 14, 2020 Scritto da Alessio Crisantemi
Un intero paese attende di ripartire: ma oltre alle riaperture, serve la presenza dello Stato. Per tutti e senza distinzioni, evitando gli errori del passato.
Lo abbiamo già detto (e scritto) in apertura della scorsa settimana, ma oggi vale ancora di più: la principale esigenza, per l'intero paese, è quella di ripartire. E' questo il nuovo sentimento di indentità nazionale che accomuna l'intera popolazione. Dopo i concerti dai balconi, i manifesti di (auto)rassicurazione e le altre iniziative di solidarietà spontanea che hanno caratterizzato le prime settimane di quarantena generale e unito la cittadinanza, adesso è il momento della concretezza. Trascorso un mese dalla serrata generale della Penisola, la soliderietà spontanea non basta più a tranquillizzare gli italiani del fatto che #andràtuttobene. Nella settimana della mancata ripartenza, quella cioè in cui sarebbe dovuta iniziare la tanto attesa “fase due”, come indicato nel primo provvedimento del governo che aveva fissato il termine del lockdown al 13 aprile, la reclusione pesa oggi ancora di più sugli italiani, andandosi a sommare alla preoccupazione ormai generale dell'impatto che questa situazione di emergenza avrà sull'economia, provocando la chiusura di tante aziende e attività economiche e la conseguente perdita di posti di lavoro.
Per questo diventa sempre più importante e necessario il ruolo dello Stato: chiamato non soltanto a rassicurare i cittadini attraverso un'adeguata comunicazione e un'efficace gestione dell'emergenza (due aspetti dove già si contano già fin troppe lacune e svariati errori), ma col dovere di garantire la ripartenza dell'intero motore economico del paese. Dell'industria e delle attività produttive, ma anche dei consumi. Un compito tutt'altro che facile, è evidente a tutti, tenento conto della straordinarietà e della portata di questa emergenza: ma proprio per questo diventa ancora più indispensabile il cambio di passo. Avviando una nuova fase politica (anche economica) ed evitando di commettere gli errori del passato. Mostrandosi presente, e per tutti. Senza esclusioni.
Invece, con l'emanazione delle prime misure di aiuto alle imprese e ai cittadini, emergono già prime disuguaglianze: di nome e di fatto. Oltre alle limitazioni di accesso ai sussidi governativi che riguardano alcune categorie di lavoratori, a preoccupare di più le imprese italiane sono le difficoltà – se non, addirittura, l'impossibilità – di accedere ai finanziamenti agevolati promessi dal decreto difficoltà. Con un caso limite e altamente preoccupante che vede protagoniste – ancora una volta – le imprese del gioco. Nonostante le norme non prevedano l'esclusione di determinate categorie di imprese (come avveniva spesso in passato, con le aziende del gioco estromesse da tante misure) a rappresentare un ostacolo, in questa fase, sono i “codici etici” adottati da tanti istituti bancari, all'interno dei quali sono sempre più diffuse delle limitazioni che riguardano chi opera nel settore del “gioco d'azzardo”. Un fatto ben noto agli addetti ai lavori contro il quale si battono da tempo, avendo molto spesso difficoltà anche soltanto ad aprire un nuovo conto bancario per colpa di tali clausole etiche, ma che diventa ancor più grave in una situazione di mancanza di liquidità come quella attuale. A pochi giorni dall'entrata in vigore del cosiddetto “decreto liquidità” sono centinaia le segnalzioni che ci arrivano dalle imprese del gioco che si sono viste respingere le domande a causa di tali restrizioni: e per quanto assurdo possa apparire – ricordando che il gioco pubblico rappresenta un settore economico legalmente riconosciuto e, anzi, offerto in concessione proprio dallo stato, quindi ben diverso dalle attività illecite alle quali viene accostati nei codici etici delle banche – questo è ciò che accade nel nostro paese. Ancora una volta e sotto gli occhi di tutti. Nel silenzio più generale. Sì, perché in periodi di crisi come quello attuale, figuriamoci se può trovare spazio la richiesta di un'azienda del gioco o di una categoria di lavoratori di questo settore.
Ma sarà bene che lo Stato dimostri la sua presenza e il suo ruolo di garante dei principi costituzionali anche per questo settore, dimostrando che i suoi lavoratori non sono figli di un Dio minore, ma sono cittadini come gli altri, con famiglie come le altre, gli stessi problemi e le stesse esigenze. Non si tratta – si badi bene – di una “concessione” da fare in tempi di emergenza, bensì di una grave anomalia e di un'autentica stortura del nostro sistema (peraltro più volte denunciata dalle associazioni di categorie) da risolvere e ripristinare, prima che sia troppo tardi. Non è neppure l'unica stortura, va detto, di questo assurdo e travagliato rapporto tra lo Stato e il Gioco pubblico: ma si tratta soltanto del primo punto e il più urgente da risolvere, per garantire che anche queste imprese riescano a rimanere in vita, senza lasciare a casa troppe persone. Per questo, oltre a garantire la liquidità alle imprese del comparto, lo Stato ha il dovere di risolvere anche le tante altre criticità che affliggono il sistema, prima di ritrovarsi con un buco incolmabile nelle proprie casse – andando a perdere gli oltre 10 miliardi garantiti ogni anno dal settore – e con un'esplosione della disoccupazione, tenendo conto delle centinana di migliaia di persone che impiega questo settore anche attraverso il suo indotto.
Ma oltre alle ragioni di carattere economico e occupazionale, se ne possono individuare moltre altre, che rendono non solo legittimo, bensì doveroso, il salvataggio (anche) delle aziende del gioco, che vogliamo qui ricordare, onde evitare future e ulteriori strumentalizzazione che probabilmente non tarderanno ad arrivare. Da più parti ci si aspetta l'intervento di qualcuno, da qualche gruppo politico o amministratore locale, che chieda di mantenere chiusi i locali di gioco anche dopo la ripartenza, appellandosi al rischio di vedere gli italiani dilapidare anche gli ultimi risparmi, che sarebbe ancor più grave in tempi di crisi come quella che si spalanca di fronte a noi. Invece, un ragionamento di questo tipo sarebbe non solo miope, ma anche decisamente sbagliato, ed ecco perché.
Il mantenimento dell'intero sistema del gioco pubblico, al contrario, ha tante ragioni, sia dal punto di vista tecnico, politico e istituzionale, ma anche da un punto di vista etico e morale. Il fatto di poter giocare, prima di tutto, è un qualcosa che impatta direttamente sulla libertà personale di ogni cittadino e se è vero (come è vero) che si deve evitare il rischio di una spesa sconsiderata da parte dei soggetti più deboli e a rischio, è altrettanto vero che l'Italia – come ogni altro paese e forse anche molto più di altri – è costituita anche da una larga fetta di cittadini benestanti, per i quali esisteranno comunque le possibilità di spesa anche dopo e durante la crisi. Per tale ragione, dunque, non avrebbe alcun senso, per lo Stato, rinunciare alle entrate che deriverebbero dalle giocate di ricchi o più abbienti: fermo restando che dovranno essere adottati tutti gli strumenti di tutela e prevenzione per scongiurare che a spendere soldi nel gioco siano i meno abbienti. E sarà questa, dunque, l'occasione, per avviare una vera attività di prevenzione e informazione da parte dello Stato. Ma oltre a questi aspetti, ce ne sono altri anche ben più rilevanti sulla tenuta del gioco pubblico. In primis, quello del mantenimento di una rete legale, quale principale antidoto al ritorno e alla diffusione dell'illegalità. Il gioco, lo sappiamo bene, ha un passato fatto di gestione illecita e spesso criminale, che si è sviluppato ampiamente nel nostro paese fino agli inizi del Duemila, quanto il legislatore attuò la regolamentazione del gioco pubblico sottraendo questa florida economia dalle mani della criminalità. Da quel momento, le mafie non aspettano altro che un passo indietro da parte dello Stato per riprendersi questa economia, che un tempo era sommersa e oggi è diventata invece un capo saldo dell'Erario. E se in questi giorni leggiamo diversi allarmi lanciati da procuratori, politici o giornalisti sull'esigenza di presidiare il rischio di un boom della criminalità organizzata dovuto alla disponibilità economica delle organizzazioni che potrebbero renderla disponibile alle imprese in difficoltà, un passo indietro sul gioco sarebbe un ulteriore regalo per alimentare il vero cancro che affligge il nostro paese.
Ma non è tutto. Anche dal punto di vista tecnico ed economico, l'esistenza (e il mantenimento) di una rete del gioco legale rappresenta anche un strumento a disposizione dello Stato per rimettere in circolo denaro in tempi di forti restrizioni e difficoltà, essendo in grado di garantire entrare dirette e immediate meglio di qualunque altro settore: fermo restando, come detto, che le entrate dovranno provenire dai benestanti. Ma senza un'offerta legale, lo sappiamo bene, gli italiani non smetteranno certo di giocare, dopo anni di abitudine e di una propensione sempre maggiore nel tentare la sorte: e se l'unica offerta di gioco sarà quella illecita, allora sì che non ci sarà più alcun controllo su chi saranno i giocatori, né alcuna sicurezza.
Per tutte queste ragioni (e non solo), dunque, è importante non soltanto che continui a esistere un'offerta di gioco lecito, ma anche che ripartano al più presto le attività esistenti: che aiuteranno il paese a tornare alla normalità – per quanto possibile –, fatta anche di spensieratezza e intrattenimento, e ai tanti lavoratori del comparto di difendere il proprio posto di lavoro. Per una Ricostruzione che passa – e deve passare - anche per il gioco pubblico.
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