Inchiesta : le scommesse legali nel mirino .........
Inviato: 15/01/2008 - 17:08
INCHIESTA / Le scommesse legali nel mirino della criminalità
di Claudio Gatti
Che gioco d'azzardo e scommesse clandestine siano terreno d'azione della criminalità organizzata lo si sa da tempo. L'anno scorso, in un suo documento di denuncia intitolato «Sos impresa», la Confesercenti ha calcolato che quei due settori generano, per i sodalizi criminali, 2,5 miliardi di euro di fatturato annuo.
Nessuno si è perciò sorpreso più di tanto quando dagli archivi segreti di Salvatore Lo Piccolo, l'erede di Provenzano arrestato il 5 novembre scorso, si è scoperto che soltanto dalle scommesse clandestine il boss incassava dai 140mila ai 200mila euro a settimana. La novità è piuttosto emersa da un pizzino sequestrato, dal quale è risultato che Lo Piccolo era anche interessato al controllo di sale Bingo. Insomma, oltre il gioco illegale, puntava a controllare quello riconosciuto e governato dallo Stato.
Sul fronte delle scommesse, l'attenzione di tutti è rimasta finora sempre concentrata sulle attività clandestine, ma un'inchiesta de «Il Sole 24 Ore» porta a concludere che è bene guardare al settore legale nato per contrastare la rete di raccolta abusiva. In particolare, ai risultati del bando di gara svolto a fine dicembre 2006, con il quale l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato ha quasi decuplicato i punti di accettazione per le scommesse ippiche e non, passati da 1.500 a 14mila.
Lacune normative
L'obiettivo di quel bando era far emergere dalla clandestinità un business da miliardi di euro l'anno (e parallelamente rimpinguare le casse dell'erario.) Esattamente come era successo con le sale Bingo. «Le persone che scommettono sono numerose, meglio lasciarle giocare alla luce del sole, e del fisco, piuttosto che renderle involontari strumenti del riciclaggio in bische clandestine» aveva scritto il senatore Franco Debenedetti nel 2001 spiegando il suo voto a favore del provvedimento che regolamentava il Bingo. Argomentazione applicabile anche alle scommesse.
Il problema è che il settore ha una vulnerabilità normativa che permette a chiunque di puntare anonimamente decine di migliaia di euro ogni giorno per poi incassarne più o meno altrettanti. Puliti e dichiarabili. Nonostante Governo e Parlamento siano stati impegnati per mesi nello studio e nella stesura del testo del decreto legislativo con cui il 16 novembre scorso il nostro Paese ha formalmente recepito la terza direttiva europea sulle misure di prevenzione dell'uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio, il settore delle scommesse in sala è infatti rimasto immune da qualsiasi obbligo di sorveglianza.
A rischio quasi 4 miliardi
Pur avendo imposto regole più stringenti e allargato il ventaglio dei settori interessati a categorie professionali quali i notai e i commercialisti, il decreto approvato il 16 novembre scorso dal Consiglio dei ministri non ha cambiato la normativa che governa le scommesse in sala. Gli scontrini rimangono anonimi e al portatore. L'unico limite è il tetto di vincita di 10mila euro. Ma non c'è niente che vieti ai giocatori di frazionare puntate e vincite in più scontrini, distribuiti su una o più agenzie. Il risultato è che, di fatto, le sale scommesse sono escluse dalle norme antiriciclaggio e possano essere usate per "lavare" centinaia di migliaia di euro al giorno senza che scommettitori o esercenti trasgrediscano alcuna norma (l'esercente ha l'obbligo di segnalare il gioco sospetto, ma la legge non specifica il significato del termine «sospetto»).
Una svista? «Su una questione come questa, con oltre 3,5 miliardi di euro in ballo, non possono esserci sviste. Si può solo condividere o meno le preoccupazioni sul rischio di riciclaggio» sostiene Fabrizio D'Aloia, presidente di Microgame Spa, principale provider di gioco online (che invece è nominativo e sotto obbligo di tracciabilità ).
«Il Sole 24 Ore» ha effettivamente accertato che non c'è stata alcuna svista. Al contrario, i membri di due commissioni parlamentari alle quali era delegata la responsabilità di sviscerare il problema hanno ricevuto, in tre modalità e due occasioni, diverse segnalazioni tanto specifiche quanto allarmanti sul rischio di lasciare una falla normativa da miliardi di euro in un settore storicamente infiltrato dalla criminalità organizzata (il tema sarà al centro della seconda puntata della nostra inchiesta, che verrà pubblicata domani).
«Che le sale scommesse siano oggi la più grande lavanderia di denaro alla luce del sole, tra chi opera nel settore del gioco è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno che è il miglior sistema per riciclare soldi sporchi senza correre praticamente alcun rischio» dice un imprenditore del settore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di Stato sui punti scommesse e chiede l'anonimato.
«Poiché nelle sale scommesse il gioco è anonimo e al portatore, il rischio di riciclaggio di proventi illeciti è altissimo» conferma D'Aloia. La vulnerabilità normativa consiste proprio nella garanzia di anonimato offerta dalle sale scommesse. E con il bando del 2006, oltre al numero di agenzie si è moltiplicato anche il rischio che gli stessi gestori e non più solo i clienti siano collusi, o peggio organici a formazioni criminali. Il che vanifica l'unica argomentazione spendibile contro la regolamentazione del settore, e cioè che tale metodo di movimentazione del denaro sarebbe troppo dispersivo perché le cifre giocate con una singola scommessa sono relativamente basse. Quando si va a guardare il volume di talune agenzie si scoprono infatti cifre di tutto rispetto.
«Tutte le attività finanziarie, anche quelle di rilievo minore, sono sottoposte a vigilanza. Eccetto la rete dei punti di vendita a terra delle scommesse. Il che non può che renderla estremamente appetibile a chi ha interesse ad attività di riciclaggio» insiste l'avvocato Fernando Petrivelli, presidente di Sistel, l'associazione di categoria degli imprenditori del gioco telematico.
Un escamotage conveniente
Quello delle sale scommesse potrebbe essere non solo il metodo più sicuro per ripulire denaro sporco. Ma anche il più economico. «Il costo del riciclaggio del denaro varia, ma in media si stima intorno al 30%» spiega Donato Masciandaro, ordinario di regolamentazione finanziaria alla Bocconi, uno dei più attenti studiosi del fenomeno e membro della commissione istituita dal ministero dell'Economia il 3 aprile scorso, con il compito di procedere alla stesura di un testo unico delle disposizioni legislative antiriciclaggio.
Riciclare attraverso le scommesse può costare meno della metà della media. Ci sono infatti programmi di software che permettono a chi gioca di quantificare le cifre da scommettere sulle partite di calcio distribuendole tra 1, X e 2, in modo tale da non perdere più del 12% della cifra totale. E se a riciclare fosse lo stesso esercente che gestisce il punto vendita, il costo si ridurrebbe a un decimo di quello medio. «Essendo le quote stabilite dallo stesso gestore, si può tranquillamente fare in modo di vincere tanto quanto si gioca» spiega D'Aloia. A quel punto l'unico costo sarebbe dato dal 3% di tassazione sul volume giocato nelle scommesse singole.
«Già si sapeva di organizzazioni criminali interessate a biglietti o schedine vincenti. Nel 2003, a Locri, alcuni affiliati di un clan della 'ndrangheta contattarono il titolare di un biglietto vincente del superenalotto per convincerlo a farsi corrispondere la somma vinta, pari a oltre otto milioni di euro, in cambio dello scontrino al fine di riciclare proventi del narcotraffico» ci dice un magistrato della direzione antimafia a cui abbiamo descritto il fenomeno. «Con le sale scommesse si fa però un enorme salto qualitativo. E quantitativo, essendo ormai le sale distribuite capillarmente su tutto il territorio nazionale».
àˆ ovviamente impossibile stimare quanto dei circa 3,7 miliardi di euro giocati ogni anno entri nel circuito delle sale scommesse a scopi di "lavanderia". «Come addetto ai lavori credo di avere il polso della situazione e mi sento di dire che la percentuale di denaro immesso per riciclare non è irrilevante. Se fosse anche solo il 10%, si parlerebbe di 370 milioni all'anno, ma secondo me è più del 10%» ci dice l'imprenditore anonimo. Forse è allarmismo. Ma quale altra attività finanziaria ha un giro d'affari in contanti di questa portata senza obblighi di tracciabilità ? «Non mi risulta che in Italia ve ne sia alcuna» risponde il professor Masciandaro.
La ricca gara dei Monopoli
Una cosa è certa: alla gara per le agenzie scommesse non ippiche tenuta nel dicembre 2006 dai Monopoli di Stato hanno concorso soggetti che pur di aggiudicarsi un punto vendita erano pronti a pagare cifre inimmaginabili. «Sono arrivate offerte con cifre sproporzionate» conferma Fabio Felici, uno dei maggiori esperti del settore, direttore di Agicos, l'agenzia giornalistica specializzata nel settore del gioco.
«Il Sole 24 Ore» ha chiesto all'imprenditore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di condurre un'analisi tecnica delle offerte più alte. Applicando la griglia parametrica da lui sviluppata per la gara, che prendeva in considerazione sia aspetti territoriali, quali il numero di abitanti o la loro propensione al gioco, che valutazioni sullo sviluppo del settore, l'imprenditore ha concluso che alcune offerte in città come Lecce, Palermo, Catania e Napoli o in piccoli comuni di quelle province erano prive di senso economico. «Con quei numeri e in quelle dislocazioni» conclude l'imprenditore, «la griglia parametrica dimostra che è impossibile rientrare con l'investimento».
La prima cosa che balza agli occhi guardando alle offerte per il bando sulle agenzie scommesse del 2006 è che le 14 più alte in assoluto sono venute da piccole società a gestione familiare. Non c'è invece nessuno dei colossi del settore.
Cinque di quelle 14 offerte sono state presentate dalla Primal Srl, una società della provincia di Catania che, spendendo quasi otto milioni e mezzo di euro, si è aggiudicata 24 sale e 71 corner o punti di vendita.
Gli attuali proprietari di Primal risultano essere Michele Spina e sua moglie Donata Genoveffa Ferrara, rispettivamente con il 55 e il 45% delle quote. Andando però a scavare nella storia societaria, si scopre che fino al dicembre 1999 il partner di Michele Spina non era sua moglie bensì suo zio, Sebastiano Scuto. Il nome probabilmente non dice niente alla maggior parte dei lettori, ma nella provincia di Catania il signor Scuto è noto come "il re dei supermercati e dei centri commerciali", avendo costruito un vero e proprio impero nel settore partendo da un piccolo minimarket nella sua cittadina, San Giovanni La Punta. Per la magistratura, quell'impero, che secondo una perizia ammonterebbe a 50 milioni di euro, potrebbe essere frutto della sua connivenza con il clan mafioso dei Laudani, importanti alleati del mammasantissima catanese Nitto Santapaola.
Il signor Scuto è oggi sotto processo per associazione mafiosa ed estorsione ed è stato accusato da un pentito di fare "da cassaforte" dei Laudani. A queste accuse, Scuto ha risposto negando fermamente e spiegando di essere, come molti imprenditori siciliani, vittima del ricatto mafioso (si veda l'articolo a fianco).
Raggiunto telefonicamente da «Il Sole 24 Ore», Michele Spina ha detto di essere pronto ad aprire le prime sale nuove «tra una quindicina di giorni» e ha spiegato di aver «fatto queste offerte un po' più alte perché volevamo a tutti i costi assicurarci le piazze». Spina ha inoltre confermato che tra i suoi partner nella gara c'era anche Saverio De Lorenzis, coproprietario di Minnie Srl assieme al fratello Pasquale.
Ebbene, anche la famiglia De Lorenzis, come Sebastiano Scuto, è stata accusata dalla magistratura di legami con la criminalità organizzata. Nello specifico, trattandosi di pugliesi, con un clan salentino della Sacra Corona Unita. Nel 2002, Rocco De Lorenzis e i suoi figli Salvatore, Piero e Pasquale hanno subito il sequestro di beni, incluso i titoli della stessa Minnie Srl, dalla magistratura per sospetta associazione mafiosa. Mentre a Pasquale non venne mai imputato nulla, Salvatore è stato condannato in primo e in secondo grado per associazione al clan di Vito Paolo Troisi (il ricorso risulta ora pendente in Cassazione), mentre Piero è stato oggetto di una misura di prevenzione patrimoniale definitiva per associazione mafiosa.
«Quando furono rese note le offerte di Primal, rimanemmo tutti a bocca aperta. Fu così clamoroso che ne parlarono anche i giornali – spiega un addetto ai lavori – «Ci domandammo tutti chi ci fosse dietro a offerte così aggressive». Gli unici addetti ai lavori che non si sono mai posti questa domanda risiedono evidentemente ai vertici dell'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams). Nonostante i campanelli di allarme su Primal abbiano squillato più volte.
Il comma 1 dell'articolo 17 del capitolato degli oneri del bando diceva che «la sottoscrizione della convenzione è subordinata alla presentazione ad Aams, entro 15 giorni dalla pubblicazione dell'elenco dei relativi aggiudicatari, della... ricevuta del versamento dei corrispettivi relativi ai diritti aggiudicati». Il successivo comma 4 spiegava poi che «ove tale termine non venga rispettato... la concessione non è assegnata». L'elenco degli aggiudicatari fu pubblicato il 28 dicembre dell'anno scorso, e a «Il Sole 24 Ore» risulta che nell'aprile successivo i Monopoli sottoscrissero e firmarono la convenzione di concessione alla Primal nonostante il versamento non fosse mai stato completato.
«Abbiamo avuto delle vicissitudini e non siamo riusciti a completare» conferma lo stesso Spina. Ma quali vicissitudini? A «Il Sole 24 Ore» risulta che una delle due lettere di impegno di fideiussione presentate dalla società catanese ai Monopoli di Stato per partecipare alla gara sia stata disconosciuta dalla banca che risultava averla scritta. Si trattava di una lettera datata 20 ottobre 2006, con cui il Credito Siciliano si impegnava a rilasciare una fideiussione da oltre 1,5 milioni di euro per conto di Primal Srl. Â«àˆ vero, il Credito Siciliano ha disconosciuto quel testo. Quel testo non è mai stato redatto dal Credito Siciliano» ha confermato a «Il Sole 24 Ore» un dirigente della Direzione Crediti. Non era certamente cosa banale né tantomeno usuale. «Credo che sia successo due volte solo da 40 anni a questa parte» spiega il dirigente.
Non basta. Un problema equivalente risulta essere emerso da un bollettino postale attestante l'avvenuto versamento della cifra dovuta dalla Primal per le concessioni, che non risulta essere mai stato convalidato dall'ufficio postale di Catania che lo avrebbe emesso.
Di fronte a cotante infrazioni e inadempienze, sarebbe stato logico aspettarsi che i Monopoli di Stato dichiarassero decaduta l'aggiudicazione. Invece no. A Primal è stato concesso tempo fino alla fine del dicembre scorso per completare il pagamento. Nei primissimi giorni di gennaio, è stato inviato in Sicilia un funzionario, il dottor Pietro Ceccarelli, con il compito per chiudere la pratica. Ceccarelli ha personalmente acquisito dal legale rappresentante della Primal la quietanza di versamento dell'importo, cioè il certificato bancario che attesta l'avvenuto pagamento, e in cambio ha consegnato la convenzione di concessione. In altre parole, il titolo formale che permette a Primal di aprire sale e corner.
«Il Sole 24 Ore» avrebbe voluto chiedere spiegazioni di questa decisione ad Antonio nonspammare, il dirigente della Aams responsabile dei giochi. Avrebbe voluto chiedergli come mai non ha pensato che fosse opportuno squalificare Primal nonostante le omissioni, le inadempienze e persino sospetti falsi. Ma nonspammare non ha voluto concederci un'intervista.
Al di là delle strane anomalie della Primal, che il settore del gioco legale sia stato infiltrato da gruppi mafiosi è ormai cosa provata. Le evidenze sono arrivate in questi ultimi mesi dalla Sicilia. Da Giardinello, il paesino del Palermitano dove è stato arrestato Salvatore Lo Piccolo e sono stati sequestrati pizzini in cui si discuteva della gestione di sala Bingo nel nord Italia. Da Palermo, dove è stata posta sotto sequestro una delle più grandi sale Bingo d'Europa, una megastruttura da 3.500 metri quadrati chiamata Las Vegas. E da Villabate, un comune a nove chilometri da Palermo dove sono state invece sequestrate una sala Bingo, due agenzie per la raccolta di scommesse e alcune sale corse. Erano tutte di proprietà della Enterprise Srl, società ritenuta cassaforte del presunto mafioso Nicola Mandalà , arrestato nell'ambito dell'inchiesta sui favoreggiatori di Provenzano.
«A me pare che qui si sia individuato una falla nella regolamentazione. Ma si possono utilizzare i 18 mesi previsti dalla normativa per chiuderla» osserva in conclusione il professor Masciandaro.
Insomma, la falla c'è, ma una volta tanto c'è anche la soluzione. E non è neppure complessa: basta identificare una soglia di vincita oltre la quale rendere obbligatoria l'identificazione del giocatore. Sta adesso a governo e legislatori fare in modo che ciò avvenga al più presto.
San Giovanni La Punta è un piccolo paese alle porte di Catania al centro di grandi interessi mafiosi. Negli ultimi 15 anni è stato commissariato per infiltrazioni mafiose non una, ma ben due volte. La prima nel 1993 e la seconda esattamente dieci anni dopo, nel 2003. Da tempo immemorabile è feudo del clan dei Laudani, famiglia mafiosa alleata del clan dominante della provincia di Catania, quello di Nitto Santapaola. Ed è proprio al clan dei Laudani che Sebastiano Scuto, detto Nello, è accusato di far riferimento.
Scuto, noto in zona come "il re dei supermercati" è il più ricco cittadino di San Giovanni La Punta. Partendo da un minimarket aperto un quarto di secolo fa in una via centrale del suo paese, Scuto ha costruito un impero che oggi include una cinquantina di megastrutture commerciali e oltre un centinaio di negozi affiliati sparsi per buona parte della Sicilia. La magistratura sospetta che questo successo commerciale sia frutto di collusione con il clan dei Laudani.
Arrestato una prima volta nel 1998 e una seconda nel 2001, Scuto è in questi giorni sotto processo a Catania. Il rinvio a giudizio del luglio 2004 ha a che vedere con un omicidio. Secondo l'accusa, nel 1993, Salvatore Aiello, affiliato a un clan concorrente dei Laudani, avrebbe tentato di estorcere il pizzo a Scuto, il quale lo avrebbe segnalato ai Laudani, indicando loro luogo e momento di un incontro concordato per il pagamento. Ad accogliere Aiello sarebbero poi stati uomini dei Laudani guidati da Alfio Giuffrida (catturato tre anni dopo e divenuto collaboratore di giustizia) che lo avrebbero strangolato e dato alle fiamme.
Nella richiesta di misure cautelari avanzata dalla procura di Catania, l'accusa per Scuto è «associazione di tipo mafioso per avere fatto parte, insieme ad altre persone... di un'associazione di tipo mafioso, denominata Laudani». Tra i delitti attribuiti a tale associazione c'è anche quello di riciclaggio di denaro.
Scuto ha sempre negato con decisione ogni suo coinvolgimento, spiegando di essere un imprenditore «vittima della mafia» e delle sue richieste di pizzo anziché un colluso. Ma tra vari elementi contro di lui, c'è la testimonianza di un pentito, Giuseppe Ferone.
Nel corso dell'incidente probatorio, Ferone ha dichiarato: «Lo Scuto non era sottoposto, come si dice in gergo, a estorsione da parte dei Laudani, ma era direttamente la cassaforte dei Laudani, la cosiddetta cassaforte dei Laudani. Noi lo chiamavano "la cassaforte, vai nella cassaforte, se ti servono soldi vai a prenderli...", scherzando, spesse volte si parlava di queste cose, "valli a prendere nella cassaforte", la cassaforte si intendeva Scuto, in quanto girava tutti i soldi dei Laudani... girava, riciclava, girava, nel commercio praticamente i soldi dei Laudani.... essendo che erano in società , erano soci, noi sapevamo che erano soci a tutti gli effetti... io non so se erano soci, non so di... di quote azionarie eccetera, eccetera. Soci nel senso, come dire soci, erano insieme, praticamente era uno dei cosiddetti prestanomi dei Laudani». (C. G.)
di Claudio Gatti
Che gioco d'azzardo e scommesse clandestine siano terreno d'azione della criminalità organizzata lo si sa da tempo. L'anno scorso, in un suo documento di denuncia intitolato «Sos impresa», la Confesercenti ha calcolato che quei due settori generano, per i sodalizi criminali, 2,5 miliardi di euro di fatturato annuo.
Nessuno si è perciò sorpreso più di tanto quando dagli archivi segreti di Salvatore Lo Piccolo, l'erede di Provenzano arrestato il 5 novembre scorso, si è scoperto che soltanto dalle scommesse clandestine il boss incassava dai 140mila ai 200mila euro a settimana. La novità è piuttosto emersa da un pizzino sequestrato, dal quale è risultato che Lo Piccolo era anche interessato al controllo di sale Bingo. Insomma, oltre il gioco illegale, puntava a controllare quello riconosciuto e governato dallo Stato.
Sul fronte delle scommesse, l'attenzione di tutti è rimasta finora sempre concentrata sulle attività clandestine, ma un'inchiesta de «Il Sole 24 Ore» porta a concludere che è bene guardare al settore legale nato per contrastare la rete di raccolta abusiva. In particolare, ai risultati del bando di gara svolto a fine dicembre 2006, con il quale l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato ha quasi decuplicato i punti di accettazione per le scommesse ippiche e non, passati da 1.500 a 14mila.
Lacune normative
L'obiettivo di quel bando era far emergere dalla clandestinità un business da miliardi di euro l'anno (e parallelamente rimpinguare le casse dell'erario.) Esattamente come era successo con le sale Bingo. «Le persone che scommettono sono numerose, meglio lasciarle giocare alla luce del sole, e del fisco, piuttosto che renderle involontari strumenti del riciclaggio in bische clandestine» aveva scritto il senatore Franco Debenedetti nel 2001 spiegando il suo voto a favore del provvedimento che regolamentava il Bingo. Argomentazione applicabile anche alle scommesse.
Il problema è che il settore ha una vulnerabilità normativa che permette a chiunque di puntare anonimamente decine di migliaia di euro ogni giorno per poi incassarne più o meno altrettanti. Puliti e dichiarabili. Nonostante Governo e Parlamento siano stati impegnati per mesi nello studio e nella stesura del testo del decreto legislativo con cui il 16 novembre scorso il nostro Paese ha formalmente recepito la terza direttiva europea sulle misure di prevenzione dell'uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio, il settore delle scommesse in sala è infatti rimasto immune da qualsiasi obbligo di sorveglianza.
A rischio quasi 4 miliardi
Pur avendo imposto regole più stringenti e allargato il ventaglio dei settori interessati a categorie professionali quali i notai e i commercialisti, il decreto approvato il 16 novembre scorso dal Consiglio dei ministri non ha cambiato la normativa che governa le scommesse in sala. Gli scontrini rimangono anonimi e al portatore. L'unico limite è il tetto di vincita di 10mila euro. Ma non c'è niente che vieti ai giocatori di frazionare puntate e vincite in più scontrini, distribuiti su una o più agenzie. Il risultato è che, di fatto, le sale scommesse sono escluse dalle norme antiriciclaggio e possano essere usate per "lavare" centinaia di migliaia di euro al giorno senza che scommettitori o esercenti trasgrediscano alcuna norma (l'esercente ha l'obbligo di segnalare il gioco sospetto, ma la legge non specifica il significato del termine «sospetto»).
Una svista? «Su una questione come questa, con oltre 3,5 miliardi di euro in ballo, non possono esserci sviste. Si può solo condividere o meno le preoccupazioni sul rischio di riciclaggio» sostiene Fabrizio D'Aloia, presidente di Microgame Spa, principale provider di gioco online (che invece è nominativo e sotto obbligo di tracciabilità ).
«Il Sole 24 Ore» ha effettivamente accertato che non c'è stata alcuna svista. Al contrario, i membri di due commissioni parlamentari alle quali era delegata la responsabilità di sviscerare il problema hanno ricevuto, in tre modalità e due occasioni, diverse segnalazioni tanto specifiche quanto allarmanti sul rischio di lasciare una falla normativa da miliardi di euro in un settore storicamente infiltrato dalla criminalità organizzata (il tema sarà al centro della seconda puntata della nostra inchiesta, che verrà pubblicata domani).
«Che le sale scommesse siano oggi la più grande lavanderia di denaro alla luce del sole, tra chi opera nel settore del gioco è un segreto di Pulcinella. Tutti sanno che è il miglior sistema per riciclare soldi sporchi senza correre praticamente alcun rischio» dice un imprenditore del settore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di Stato sui punti scommesse e chiede l'anonimato.
«Poiché nelle sale scommesse il gioco è anonimo e al portatore, il rischio di riciclaggio di proventi illeciti è altissimo» conferma D'Aloia. La vulnerabilità normativa consiste proprio nella garanzia di anonimato offerta dalle sale scommesse. E con il bando del 2006, oltre al numero di agenzie si è moltiplicato anche il rischio che gli stessi gestori e non più solo i clienti siano collusi, o peggio organici a formazioni criminali. Il che vanifica l'unica argomentazione spendibile contro la regolamentazione del settore, e cioè che tale metodo di movimentazione del denaro sarebbe troppo dispersivo perché le cifre giocate con una singola scommessa sono relativamente basse. Quando si va a guardare il volume di talune agenzie si scoprono infatti cifre di tutto rispetto.
«Tutte le attività finanziarie, anche quelle di rilievo minore, sono sottoposte a vigilanza. Eccetto la rete dei punti di vendita a terra delle scommesse. Il che non può che renderla estremamente appetibile a chi ha interesse ad attività di riciclaggio» insiste l'avvocato Fernando Petrivelli, presidente di Sistel, l'associazione di categoria degli imprenditori del gioco telematico.
Un escamotage conveniente
Quello delle sale scommesse potrebbe essere non solo il metodo più sicuro per ripulire denaro sporco. Ma anche il più economico. «Il costo del riciclaggio del denaro varia, ma in media si stima intorno al 30%» spiega Donato Masciandaro, ordinario di regolamentazione finanziaria alla Bocconi, uno dei più attenti studiosi del fenomeno e membro della commissione istituita dal ministero dell'Economia il 3 aprile scorso, con il compito di procedere alla stesura di un testo unico delle disposizioni legislative antiriciclaggio.
Riciclare attraverso le scommesse può costare meno della metà della media. Ci sono infatti programmi di software che permettono a chi gioca di quantificare le cifre da scommettere sulle partite di calcio distribuendole tra 1, X e 2, in modo tale da non perdere più del 12% della cifra totale. E se a riciclare fosse lo stesso esercente che gestisce il punto vendita, il costo si ridurrebbe a un decimo di quello medio. «Essendo le quote stabilite dallo stesso gestore, si può tranquillamente fare in modo di vincere tanto quanto si gioca» spiega D'Aloia. A quel punto l'unico costo sarebbe dato dal 3% di tassazione sul volume giocato nelle scommesse singole.
«Già si sapeva di organizzazioni criminali interessate a biglietti o schedine vincenti. Nel 2003, a Locri, alcuni affiliati di un clan della 'ndrangheta contattarono il titolare di un biglietto vincente del superenalotto per convincerlo a farsi corrispondere la somma vinta, pari a oltre otto milioni di euro, in cambio dello scontrino al fine di riciclare proventi del narcotraffico» ci dice un magistrato della direzione antimafia a cui abbiamo descritto il fenomeno. «Con le sale scommesse si fa però un enorme salto qualitativo. E quantitativo, essendo ormai le sale distribuite capillarmente su tutto il territorio nazionale».
àˆ ovviamente impossibile stimare quanto dei circa 3,7 miliardi di euro giocati ogni anno entri nel circuito delle sale scommesse a scopi di "lavanderia". «Come addetto ai lavori credo di avere il polso della situazione e mi sento di dire che la percentuale di denaro immesso per riciclare non è irrilevante. Se fosse anche solo il 10%, si parlerebbe di 370 milioni all'anno, ma secondo me è più del 10%» ci dice l'imprenditore anonimo. Forse è allarmismo. Ma quale altra attività finanziaria ha un giro d'affari in contanti di questa portata senza obblighi di tracciabilità ? «Non mi risulta che in Italia ve ne sia alcuna» risponde il professor Masciandaro.
La ricca gara dei Monopoli
Una cosa è certa: alla gara per le agenzie scommesse non ippiche tenuta nel dicembre 2006 dai Monopoli di Stato hanno concorso soggetti che pur di aggiudicarsi un punto vendita erano pronti a pagare cifre inimmaginabili. «Sono arrivate offerte con cifre sproporzionate» conferma Fabio Felici, uno dei maggiori esperti del settore, direttore di Agicos, l'agenzia giornalistica specializzata nel settore del gioco.
«Il Sole 24 Ore» ha chiesto all'imprenditore che ha partecipato alla gara dei Monopoli di condurre un'analisi tecnica delle offerte più alte. Applicando la griglia parametrica da lui sviluppata per la gara, che prendeva in considerazione sia aspetti territoriali, quali il numero di abitanti o la loro propensione al gioco, che valutazioni sullo sviluppo del settore, l'imprenditore ha concluso che alcune offerte in città come Lecce, Palermo, Catania e Napoli o in piccoli comuni di quelle province erano prive di senso economico. «Con quei numeri e in quelle dislocazioni» conclude l'imprenditore, «la griglia parametrica dimostra che è impossibile rientrare con l'investimento».
La prima cosa che balza agli occhi guardando alle offerte per il bando sulle agenzie scommesse del 2006 è che le 14 più alte in assoluto sono venute da piccole società a gestione familiare. Non c'è invece nessuno dei colossi del settore.
Cinque di quelle 14 offerte sono state presentate dalla Primal Srl, una società della provincia di Catania che, spendendo quasi otto milioni e mezzo di euro, si è aggiudicata 24 sale e 71 corner o punti di vendita.
Gli attuali proprietari di Primal risultano essere Michele Spina e sua moglie Donata Genoveffa Ferrara, rispettivamente con il 55 e il 45% delle quote. Andando però a scavare nella storia societaria, si scopre che fino al dicembre 1999 il partner di Michele Spina non era sua moglie bensì suo zio, Sebastiano Scuto. Il nome probabilmente non dice niente alla maggior parte dei lettori, ma nella provincia di Catania il signor Scuto è noto come "il re dei supermercati e dei centri commerciali", avendo costruito un vero e proprio impero nel settore partendo da un piccolo minimarket nella sua cittadina, San Giovanni La Punta. Per la magistratura, quell'impero, che secondo una perizia ammonterebbe a 50 milioni di euro, potrebbe essere frutto della sua connivenza con il clan mafioso dei Laudani, importanti alleati del mammasantissima catanese Nitto Santapaola.
Il signor Scuto è oggi sotto processo per associazione mafiosa ed estorsione ed è stato accusato da un pentito di fare "da cassaforte" dei Laudani. A queste accuse, Scuto ha risposto negando fermamente e spiegando di essere, come molti imprenditori siciliani, vittima del ricatto mafioso (si veda l'articolo a fianco).
Raggiunto telefonicamente da «Il Sole 24 Ore», Michele Spina ha detto di essere pronto ad aprire le prime sale nuove «tra una quindicina di giorni» e ha spiegato di aver «fatto queste offerte un po' più alte perché volevamo a tutti i costi assicurarci le piazze». Spina ha inoltre confermato che tra i suoi partner nella gara c'era anche Saverio De Lorenzis, coproprietario di Minnie Srl assieme al fratello Pasquale.
Ebbene, anche la famiglia De Lorenzis, come Sebastiano Scuto, è stata accusata dalla magistratura di legami con la criminalità organizzata. Nello specifico, trattandosi di pugliesi, con un clan salentino della Sacra Corona Unita. Nel 2002, Rocco De Lorenzis e i suoi figli Salvatore, Piero e Pasquale hanno subito il sequestro di beni, incluso i titoli della stessa Minnie Srl, dalla magistratura per sospetta associazione mafiosa. Mentre a Pasquale non venne mai imputato nulla, Salvatore è stato condannato in primo e in secondo grado per associazione al clan di Vito Paolo Troisi (il ricorso risulta ora pendente in Cassazione), mentre Piero è stato oggetto di una misura di prevenzione patrimoniale definitiva per associazione mafiosa.
«Quando furono rese note le offerte di Primal, rimanemmo tutti a bocca aperta. Fu così clamoroso che ne parlarono anche i giornali – spiega un addetto ai lavori – «Ci domandammo tutti chi ci fosse dietro a offerte così aggressive». Gli unici addetti ai lavori che non si sono mai posti questa domanda risiedono evidentemente ai vertici dell'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams). Nonostante i campanelli di allarme su Primal abbiano squillato più volte.
Il comma 1 dell'articolo 17 del capitolato degli oneri del bando diceva che «la sottoscrizione della convenzione è subordinata alla presentazione ad Aams, entro 15 giorni dalla pubblicazione dell'elenco dei relativi aggiudicatari, della... ricevuta del versamento dei corrispettivi relativi ai diritti aggiudicati». Il successivo comma 4 spiegava poi che «ove tale termine non venga rispettato... la concessione non è assegnata». L'elenco degli aggiudicatari fu pubblicato il 28 dicembre dell'anno scorso, e a «Il Sole 24 Ore» risulta che nell'aprile successivo i Monopoli sottoscrissero e firmarono la convenzione di concessione alla Primal nonostante il versamento non fosse mai stato completato.
«Abbiamo avuto delle vicissitudini e non siamo riusciti a completare» conferma lo stesso Spina. Ma quali vicissitudini? A «Il Sole 24 Ore» risulta che una delle due lettere di impegno di fideiussione presentate dalla società catanese ai Monopoli di Stato per partecipare alla gara sia stata disconosciuta dalla banca che risultava averla scritta. Si trattava di una lettera datata 20 ottobre 2006, con cui il Credito Siciliano si impegnava a rilasciare una fideiussione da oltre 1,5 milioni di euro per conto di Primal Srl. Â«àˆ vero, il Credito Siciliano ha disconosciuto quel testo. Quel testo non è mai stato redatto dal Credito Siciliano» ha confermato a «Il Sole 24 Ore» un dirigente della Direzione Crediti. Non era certamente cosa banale né tantomeno usuale. «Credo che sia successo due volte solo da 40 anni a questa parte» spiega il dirigente.
Non basta. Un problema equivalente risulta essere emerso da un bollettino postale attestante l'avvenuto versamento della cifra dovuta dalla Primal per le concessioni, che non risulta essere mai stato convalidato dall'ufficio postale di Catania che lo avrebbe emesso.
Di fronte a cotante infrazioni e inadempienze, sarebbe stato logico aspettarsi che i Monopoli di Stato dichiarassero decaduta l'aggiudicazione. Invece no. A Primal è stato concesso tempo fino alla fine del dicembre scorso per completare il pagamento. Nei primissimi giorni di gennaio, è stato inviato in Sicilia un funzionario, il dottor Pietro Ceccarelli, con il compito per chiudere la pratica. Ceccarelli ha personalmente acquisito dal legale rappresentante della Primal la quietanza di versamento dell'importo, cioè il certificato bancario che attesta l'avvenuto pagamento, e in cambio ha consegnato la convenzione di concessione. In altre parole, il titolo formale che permette a Primal di aprire sale e corner.
«Il Sole 24 Ore» avrebbe voluto chiedere spiegazioni di questa decisione ad Antonio nonspammare, il dirigente della Aams responsabile dei giochi. Avrebbe voluto chiedergli come mai non ha pensato che fosse opportuno squalificare Primal nonostante le omissioni, le inadempienze e persino sospetti falsi. Ma nonspammare non ha voluto concederci un'intervista.
Al di là delle strane anomalie della Primal, che il settore del gioco legale sia stato infiltrato da gruppi mafiosi è ormai cosa provata. Le evidenze sono arrivate in questi ultimi mesi dalla Sicilia. Da Giardinello, il paesino del Palermitano dove è stato arrestato Salvatore Lo Piccolo e sono stati sequestrati pizzini in cui si discuteva della gestione di sala Bingo nel nord Italia. Da Palermo, dove è stata posta sotto sequestro una delle più grandi sale Bingo d'Europa, una megastruttura da 3.500 metri quadrati chiamata Las Vegas. E da Villabate, un comune a nove chilometri da Palermo dove sono state invece sequestrate una sala Bingo, due agenzie per la raccolta di scommesse e alcune sale corse. Erano tutte di proprietà della Enterprise Srl, società ritenuta cassaforte del presunto mafioso Nicola Mandalà , arrestato nell'ambito dell'inchiesta sui favoreggiatori di Provenzano.
«A me pare che qui si sia individuato una falla nella regolamentazione. Ma si possono utilizzare i 18 mesi previsti dalla normativa per chiuderla» osserva in conclusione il professor Masciandaro.
Insomma, la falla c'è, ma una volta tanto c'è anche la soluzione. E non è neppure complessa: basta identificare una soglia di vincita oltre la quale rendere obbligatoria l'identificazione del giocatore. Sta adesso a governo e legislatori fare in modo che ciò avvenga al più presto.
San Giovanni La Punta è un piccolo paese alle porte di Catania al centro di grandi interessi mafiosi. Negli ultimi 15 anni è stato commissariato per infiltrazioni mafiose non una, ma ben due volte. La prima nel 1993 e la seconda esattamente dieci anni dopo, nel 2003. Da tempo immemorabile è feudo del clan dei Laudani, famiglia mafiosa alleata del clan dominante della provincia di Catania, quello di Nitto Santapaola. Ed è proprio al clan dei Laudani che Sebastiano Scuto, detto Nello, è accusato di far riferimento.
Scuto, noto in zona come "il re dei supermercati" è il più ricco cittadino di San Giovanni La Punta. Partendo da un minimarket aperto un quarto di secolo fa in una via centrale del suo paese, Scuto ha costruito un impero che oggi include una cinquantina di megastrutture commerciali e oltre un centinaio di negozi affiliati sparsi per buona parte della Sicilia. La magistratura sospetta che questo successo commerciale sia frutto di collusione con il clan dei Laudani.
Arrestato una prima volta nel 1998 e una seconda nel 2001, Scuto è in questi giorni sotto processo a Catania. Il rinvio a giudizio del luglio 2004 ha a che vedere con un omicidio. Secondo l'accusa, nel 1993, Salvatore Aiello, affiliato a un clan concorrente dei Laudani, avrebbe tentato di estorcere il pizzo a Scuto, il quale lo avrebbe segnalato ai Laudani, indicando loro luogo e momento di un incontro concordato per il pagamento. Ad accogliere Aiello sarebbero poi stati uomini dei Laudani guidati da Alfio Giuffrida (catturato tre anni dopo e divenuto collaboratore di giustizia) che lo avrebbero strangolato e dato alle fiamme.
Nella richiesta di misure cautelari avanzata dalla procura di Catania, l'accusa per Scuto è «associazione di tipo mafioso per avere fatto parte, insieme ad altre persone... di un'associazione di tipo mafioso, denominata Laudani». Tra i delitti attribuiti a tale associazione c'è anche quello di riciclaggio di denaro.
Scuto ha sempre negato con decisione ogni suo coinvolgimento, spiegando di essere un imprenditore «vittima della mafia» e delle sue richieste di pizzo anziché un colluso. Ma tra vari elementi contro di lui, c'è la testimonianza di un pentito, Giuseppe Ferone.
Nel corso dell'incidente probatorio, Ferone ha dichiarato: «Lo Scuto non era sottoposto, come si dice in gergo, a estorsione da parte dei Laudani, ma era direttamente la cassaforte dei Laudani, la cosiddetta cassaforte dei Laudani. Noi lo chiamavano "la cassaforte, vai nella cassaforte, se ti servono soldi vai a prenderli...", scherzando, spesse volte si parlava di queste cose, "valli a prendere nella cassaforte", la cassaforte si intendeva Scuto, in quanto girava tutti i soldi dei Laudani... girava, riciclava, girava, nel commercio praticamente i soldi dei Laudani.... essendo che erano in società , erano soci, noi sapevamo che erano soci a tutti gli effetti... io non so se erano soci, non so di... di quote azionarie eccetera, eccetera. Soci nel senso, come dire soci, erano insieme, praticamente era uno dei cosiddetti prestanomi dei Laudani». (C. G.)