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I Sopranos ai Monopoli
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I Sopranos ai Monopoli
Messaggioda maurox » 27/11/2004 - 11:59
Attualità IL MEGA-BUSINESS DELLE MACCHINE MANGIASOLDI
Il gioco piace alla destra
Legata a uomini di An la società che ha vinto l'appalto per le slot machine
di Peter Gomez e Marco Lillo
Esce il nero sulle roulette dei quattro casinò gestiti ai Caraibi dalla Atlantis World, la multinazionale off-shore oggi partner dei Monopoli di Stato nel nuovo business delle slot machine. Mentre procedono spediti i lavori dei tecnici pagati dall'Atlantis per collegare direttamente con i computer del ministero del Tesoro 32 mila macchinette mangiasoldi legali piazzate nei locali pubblici di mezza Italia, emergono una serie di rapporti tra i vertici di questa società di Saint Maarten (Antille Olandesi) e Alleanza nazionale, il partito che più di ogni altro si batte per l'apertura di case da gioco in tutte le regioni.
La connection ruota tutta intorno al nome di Francesco Corallo, 44 anni, incensurato, figlio di Gaetano, detto Tanino, il celebre latitante catanese legato a doppio filo al boss di Cosa nostra Nitto Santapaola. Francesco è l'azionista di riferimento (22 per cento del capitale) dell'Atlantis World, una delle società alle quali, per un singolare scherzo del destino, i Monopoli di Stato hanno affidato il delicato compito di mettere on line tutte le slot machine col dichiarato obiettivo di evitare, grazie al controllo in tempo reale sulle giocate, infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Un affare che dovrebbe fruttare almeno 20 milioni di euro al quale se ne potrebbe aggiungere presto un altro ancor più remunerativo: la commercializzazione e la gestione delle famigerate macchinette, tramite una società italiana da poco costituita.
Economicamente parlando, la posta è altissima. Per questo, per seguire gli aspetti legali del business, Corallo ha deciso di avvalersi della consulenza di un professionista napoletano d'eccezione: l'avvocato civilista Giancarlo Lanna, fino al '98 commissario della locale federazione di An, poi per quattro anni vice-coordinatore regionale del partito e ora consigliere di amministrazione con delega per il Mediterraneo della Simest, la società pubblica incaricata di finanziare le imprese italiane che vanno oltre frontiera. Una spa che dipende dal ministero del Commercio con l'estero, il dicastero retto da Adolfo Urso, grande sponsor politico di Lanna (Urso lo ha anche fatto entrare nell'Osservatorio parlamentare, una sorta di think thank della destra) e convinto sostenitore dell'apertura in Italia di nuovi casinò. Una tesi rilanciata pubblicamente dal viceministro per le Attività produttive anche il 20 settembre durante l'ultima Conferenza nazionale sul turismo.
Ma come nasce il rapporto tra Corallo e Lanna? E perché la società italiana della Atlantis ha addirittura sede in via Cola di Rienzo nello studio romano del legale? A spiegarlo a 'L'espresso' ci pensa un altro uomo di An, Amedeo Laboccetta, celebre nel consiglio comunale di Napoli per le sue battaglie anticorruzione all'epoca di Mani pulite. "Qualche anno fa", racconta, "sono stato io a presentare Francesco Corallo a Lanna. Giancarlo era con me in vacanza a Saint Maarten. Sono convinto che Lanna abbia ricevuto incarichi dall'Atlantis perché è un noto avvocato di grande professionalità ".
Il viaggio a Saint Maarten non deve stupire. Per Laboccetta, infatti, quest'isola dei Caraibi, tutta spiagge, palme e casinò è una sorta di seconda patria. A partire dal '95 ci torna ogni anno accompagnato da parenti e amici. Francesco Corallo però non lo ha conosciuto lì. La loro amicizia è molto più antica. E risale all'epoca in cui, secondo la magistratura milanese, il giovane Francesco dava una mano al padre in complicati giri di cambiali destinati a finanziare i clienti dei tavoli verdi. "Francesco era un amico della famiglia di mia moglie", ricorda Laboccetta, "io l'ho incontrato per la prima volta nel 1980 al matrimonio di mia cognata. Lui è una persona estremamente diretta, sincera e genuina che ama il dialogo. àˆ pacato e misurato. In questi anni però non mi sono mai occupato delle vicende giudiziarie di suo padre, né lui me ne ha mai accennato".
Ma Laboccetta ha pure altre amicizie. In An viene considerato un uomo del vicepresidente del Consiglio e neo ministro degli Esteri, Gianfranco Fini. Anche per questo in ottobre, alle elezioni suppletive, è stato candidato alla Camera come rappresentante della Casa delle libertà nel collegio Napoli-Ischia. Un'esperienza sfortunata conclusa con una sconfitta per mano di Sergio D'Antoni. Un duro colpo per Laboccetta che in quella campagna elettorale si era speso anima e corpo. Su 'Il Mattino', per sottolineare la sua vicinanza con i vertici del partito, era stato persino fatto pubblicare un servizio fotografico dal titolo 'Fini tra gli squali' che ritraeva la famiglia Fini e la famiglia Laboccetta in vacanza assieme a Saint Maarten. Un servizio di fine agosto che, oltre a illustrare le prodezze subacque del vice-premier, immortalava anche la cena per l'onomastico di Patrizia, la moglie del candidato, tenuta in un ristorante italiano pubblicizzato sul sito Internet dell'Atlantis, accanto ad altri sette locali notturni e tre casinò del gruppo: il Beach Plaza, il Paradise Plaza e, ovviamente, l'Atlantis World. "Francesco Corallo però non c'era", assicura Laboccetta, "e non mi risulta nemmeno che gestisca quel ristorante. Il conto comunque, visto che era l'onomastico di mia moglie, l'ho pagato io". Francesco del resto vola alto. Si occupa direttamente solo di grandi affari e di case da gioco. Il quotidiano locale di Saint Maarten è suo e nell'Atlantis si trova seduto accanto a soci di peso come la Nagico, la prima assicurazione dell'isola, e la Rbpt, la prima banca dei Caraibi. Le sue qualità di manager, insomma, non si discutono.
Il mestiere però lo ha imparato dal padre, protagonista principale dello scandalo dei casinò, cioè il tentativo di un gruppo di malavitosi vicini a Santapaola di mettere le mani sui tavoli verdi di Sanremo a colpi di minacce e mazzette destinate a politici corrotti di Dc e Psi. Un assalto fallito grazie a un blitz ordinato l'11 novembre del 1983 dalla Procura di Milano e costato a Tanino Corallo una condanna, mai scontata, a sette anni e mezzo di reclusione per associazione per delinquere. A quel tempo Francesco aveva solo 22 anni, ma per i magistrati, che pure non l'hanno mai inquisito, non era uno sconosciuto: alcuni testimoni lo avevano segnalato negli uffici della finanziaria utilizzata per prestare denaro ai giocatori e una società a lui intestata era persino finita sotto sequestro.
Da allora molto è cambiato. Tanino Corallo, dopo aver trascorso anni a Miami in Florida, è uccel di bosco. E suo figlio assicura di non vederlo da tempo quasi immemorabile. Resta però un mistero come Francesco abbia fatto a mettere in piedi un impero proprio a Saint Maarten, l'isola in cui Tanino, dopo essersi fatto le ossa a Catania nelle bische di Santapaola, aveva aperto la sua prima casa da gioco, il Rouge et Noir. Oggi comunque gli affari vanno a gonfie vele. E il 'rien ne va plus' dei croupier dell'Atlantis risuona anche a Santo Domingo e in Canada, dove ha sede una società di gioco on line, partecipata al 35 per cento. Adesso il passo ulteriore potrebbe essere l'Italia. Il gruppo non fa mistero di tifare per una legge che autorizzi nuove aperture. Il 7 e il 26 ottobre, i parlamentari di An, hanno presentato, come fanno ormai da due anni, una serie di emendamenti alla Finanziaria per arrivare all'installazione di roulette e tavoli verdi regionali. Tra i più accesi sostenitori della proposta si segnalano il vice-ministro Urso, il deputato comasco Alessio Butti, titolare della Media Nord, la società che si è aggiudicata i ricchi contratti pubblicitari del casinò di Campione, e quello catanese Nino Strano, nel '93 tra i fondatori di Sicilia Libera, un movimento indipendentista caldeggiato, secondo i pentiti, anche dal boss Santapaola di Catania.
Per Francesco Corallo l'ombra di zu' Nitto è ormai un incubo che torna ciclicamente. Una sorta di eredità non voluta che ritorna senza che però nessuna inchiesta giudiziaria sia mai arrivata a coinvolgerlo direttamente. àˆ accaduto anche in Bolivia, dove il nome del giovane Corallo a partire dal '99 è finito su tutti i giornali in seguito all'arresto per narcotraffico di una mezza dozzina d'italiani considerati agli ordini di Marco Marino Diodato, un ex parà di Chieti diventato istruttore delle forze paramilitari governative dopo aver sposato una nipote del presidente-dittatore Hugo Banzer. Tra le accuse a Diodato, titolare in Italia di una società per la commercializzazione di slot, c'era anche quella di aver aperto con Corallo alcuni mini casinò clandestini.
L'ex parà ha però sempre smentito e Francesco non è nemmeno stato processato. E così anche un rapporto dell'americana Dea (Drug enforcement agency), riportato dalla stampa boliviana, nel quale sulla base di una fonte confidenziale si sosteneva che "Francesco Corallo avesse raggiunto un elevata posizione" nel clan Santapaola, va considerato, in assenza di riscontri, solo carta straccia. Diodato invece è stato condannato in appello. In molti sono però convinti che il suo sia stato un processo farsa. Tanto che il caso è stato portato all'attenzione di Amnesty International e del Parlamento italiano con due interrogazioni. A firmarle tra il '99 e il 2000 erano sette tra deputati e senatori. Sei dei quali di An.
hanno collaborato Jaime Loayza e Antonio Nicaso
da L'Espresso 26 novmbre 2004
Il gioco piace alla destra
Legata a uomini di An la società che ha vinto l'appalto per le slot machine
di Peter Gomez e Marco Lillo
Esce il nero sulle roulette dei quattro casinò gestiti ai Caraibi dalla Atlantis World, la multinazionale off-shore oggi partner dei Monopoli di Stato nel nuovo business delle slot machine. Mentre procedono spediti i lavori dei tecnici pagati dall'Atlantis per collegare direttamente con i computer del ministero del Tesoro 32 mila macchinette mangiasoldi legali piazzate nei locali pubblici di mezza Italia, emergono una serie di rapporti tra i vertici di questa società di Saint Maarten (Antille Olandesi) e Alleanza nazionale, il partito che più di ogni altro si batte per l'apertura di case da gioco in tutte le regioni.
La connection ruota tutta intorno al nome di Francesco Corallo, 44 anni, incensurato, figlio di Gaetano, detto Tanino, il celebre latitante catanese legato a doppio filo al boss di Cosa nostra Nitto Santapaola. Francesco è l'azionista di riferimento (22 per cento del capitale) dell'Atlantis World, una delle società alle quali, per un singolare scherzo del destino, i Monopoli di Stato hanno affidato il delicato compito di mettere on line tutte le slot machine col dichiarato obiettivo di evitare, grazie al controllo in tempo reale sulle giocate, infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. Un affare che dovrebbe fruttare almeno 20 milioni di euro al quale se ne potrebbe aggiungere presto un altro ancor più remunerativo: la commercializzazione e la gestione delle famigerate macchinette, tramite una società italiana da poco costituita.
Economicamente parlando, la posta è altissima. Per questo, per seguire gli aspetti legali del business, Corallo ha deciso di avvalersi della consulenza di un professionista napoletano d'eccezione: l'avvocato civilista Giancarlo Lanna, fino al '98 commissario della locale federazione di An, poi per quattro anni vice-coordinatore regionale del partito e ora consigliere di amministrazione con delega per il Mediterraneo della Simest, la società pubblica incaricata di finanziare le imprese italiane che vanno oltre frontiera. Una spa che dipende dal ministero del Commercio con l'estero, il dicastero retto da Adolfo Urso, grande sponsor politico di Lanna (Urso lo ha anche fatto entrare nell'Osservatorio parlamentare, una sorta di think thank della destra) e convinto sostenitore dell'apertura in Italia di nuovi casinò. Una tesi rilanciata pubblicamente dal viceministro per le Attività produttive anche il 20 settembre durante l'ultima Conferenza nazionale sul turismo.
Ma come nasce il rapporto tra Corallo e Lanna? E perché la società italiana della Atlantis ha addirittura sede in via Cola di Rienzo nello studio romano del legale? A spiegarlo a 'L'espresso' ci pensa un altro uomo di An, Amedeo Laboccetta, celebre nel consiglio comunale di Napoli per le sue battaglie anticorruzione all'epoca di Mani pulite. "Qualche anno fa", racconta, "sono stato io a presentare Francesco Corallo a Lanna. Giancarlo era con me in vacanza a Saint Maarten. Sono convinto che Lanna abbia ricevuto incarichi dall'Atlantis perché è un noto avvocato di grande professionalità ".
Il viaggio a Saint Maarten non deve stupire. Per Laboccetta, infatti, quest'isola dei Caraibi, tutta spiagge, palme e casinò è una sorta di seconda patria. A partire dal '95 ci torna ogni anno accompagnato da parenti e amici. Francesco Corallo però non lo ha conosciuto lì. La loro amicizia è molto più antica. E risale all'epoca in cui, secondo la magistratura milanese, il giovane Francesco dava una mano al padre in complicati giri di cambiali destinati a finanziare i clienti dei tavoli verdi. "Francesco era un amico della famiglia di mia moglie", ricorda Laboccetta, "io l'ho incontrato per la prima volta nel 1980 al matrimonio di mia cognata. Lui è una persona estremamente diretta, sincera e genuina che ama il dialogo. àˆ pacato e misurato. In questi anni però non mi sono mai occupato delle vicende giudiziarie di suo padre, né lui me ne ha mai accennato".
Ma Laboccetta ha pure altre amicizie. In An viene considerato un uomo del vicepresidente del Consiglio e neo ministro degli Esteri, Gianfranco Fini. Anche per questo in ottobre, alle elezioni suppletive, è stato candidato alla Camera come rappresentante della Casa delle libertà nel collegio Napoli-Ischia. Un'esperienza sfortunata conclusa con una sconfitta per mano di Sergio D'Antoni. Un duro colpo per Laboccetta che in quella campagna elettorale si era speso anima e corpo. Su 'Il Mattino', per sottolineare la sua vicinanza con i vertici del partito, era stato persino fatto pubblicare un servizio fotografico dal titolo 'Fini tra gli squali' che ritraeva la famiglia Fini e la famiglia Laboccetta in vacanza assieme a Saint Maarten. Un servizio di fine agosto che, oltre a illustrare le prodezze subacque del vice-premier, immortalava anche la cena per l'onomastico di Patrizia, la moglie del candidato, tenuta in un ristorante italiano pubblicizzato sul sito Internet dell'Atlantis, accanto ad altri sette locali notturni e tre casinò del gruppo: il Beach Plaza, il Paradise Plaza e, ovviamente, l'Atlantis World. "Francesco Corallo però non c'era", assicura Laboccetta, "e non mi risulta nemmeno che gestisca quel ristorante. Il conto comunque, visto che era l'onomastico di mia moglie, l'ho pagato io". Francesco del resto vola alto. Si occupa direttamente solo di grandi affari e di case da gioco. Il quotidiano locale di Saint Maarten è suo e nell'Atlantis si trova seduto accanto a soci di peso come la Nagico, la prima assicurazione dell'isola, e la Rbpt, la prima banca dei Caraibi. Le sue qualità di manager, insomma, non si discutono.
Il mestiere però lo ha imparato dal padre, protagonista principale dello scandalo dei casinò, cioè il tentativo di un gruppo di malavitosi vicini a Santapaola di mettere le mani sui tavoli verdi di Sanremo a colpi di minacce e mazzette destinate a politici corrotti di Dc e Psi. Un assalto fallito grazie a un blitz ordinato l'11 novembre del 1983 dalla Procura di Milano e costato a Tanino Corallo una condanna, mai scontata, a sette anni e mezzo di reclusione per associazione per delinquere. A quel tempo Francesco aveva solo 22 anni, ma per i magistrati, che pure non l'hanno mai inquisito, non era uno sconosciuto: alcuni testimoni lo avevano segnalato negli uffici della finanziaria utilizzata per prestare denaro ai giocatori e una società a lui intestata era persino finita sotto sequestro.
Da allora molto è cambiato. Tanino Corallo, dopo aver trascorso anni a Miami in Florida, è uccel di bosco. E suo figlio assicura di non vederlo da tempo quasi immemorabile. Resta però un mistero come Francesco abbia fatto a mettere in piedi un impero proprio a Saint Maarten, l'isola in cui Tanino, dopo essersi fatto le ossa a Catania nelle bische di Santapaola, aveva aperto la sua prima casa da gioco, il Rouge et Noir. Oggi comunque gli affari vanno a gonfie vele. E il 'rien ne va plus' dei croupier dell'Atlantis risuona anche a Santo Domingo e in Canada, dove ha sede una società di gioco on line, partecipata al 35 per cento. Adesso il passo ulteriore potrebbe essere l'Italia. Il gruppo non fa mistero di tifare per una legge che autorizzi nuove aperture. Il 7 e il 26 ottobre, i parlamentari di An, hanno presentato, come fanno ormai da due anni, una serie di emendamenti alla Finanziaria per arrivare all'installazione di roulette e tavoli verdi regionali. Tra i più accesi sostenitori della proposta si segnalano il vice-ministro Urso, il deputato comasco Alessio Butti, titolare della Media Nord, la società che si è aggiudicata i ricchi contratti pubblicitari del casinò di Campione, e quello catanese Nino Strano, nel '93 tra i fondatori di Sicilia Libera, un movimento indipendentista caldeggiato, secondo i pentiti, anche dal boss Santapaola di Catania.
Per Francesco Corallo l'ombra di zu' Nitto è ormai un incubo che torna ciclicamente. Una sorta di eredità non voluta che ritorna senza che però nessuna inchiesta giudiziaria sia mai arrivata a coinvolgerlo direttamente. àˆ accaduto anche in Bolivia, dove il nome del giovane Corallo a partire dal '99 è finito su tutti i giornali in seguito all'arresto per narcotraffico di una mezza dozzina d'italiani considerati agli ordini di Marco Marino Diodato, un ex parà di Chieti diventato istruttore delle forze paramilitari governative dopo aver sposato una nipote del presidente-dittatore Hugo Banzer. Tra le accuse a Diodato, titolare in Italia di una società per la commercializzazione di slot, c'era anche quella di aver aperto con Corallo alcuni mini casinò clandestini.
L'ex parà ha però sempre smentito e Francesco non è nemmeno stato processato. E così anche un rapporto dell'americana Dea (Drug enforcement agency), riportato dalla stampa boliviana, nel quale sulla base di una fonte confidenziale si sosteneva che "Francesco Corallo avesse raggiunto un elevata posizione" nel clan Santapaola, va considerato, in assenza di riscontri, solo carta straccia. Diodato invece è stato condannato in appello. In molti sono però convinti che il suo sia stato un processo farsa. Tanto che il caso è stato portato all'attenzione di Amnesty International e del Parlamento italiano con due interrogazioni. A firmarle tra il '99 e il 2000 erano sette tra deputati e senatori. Sei dei quali di An.
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