
{"id":1113187,"date":"2022-01-20T09:27:33","date_gmt":"2022-01-20T08:27:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.infobetting.com\/blog\/?p=1113187"},"modified":"2022-01-20T09:41:47","modified_gmt":"2022-01-20T08:41:47","slug":"20-aprile-1986-lolimpico-la-primavera-e-soltanto-due-parole-roma-lecce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.infobetting.com\/blog\/20-aprile-1986-lolimpico-la-primavera-e-soltanto-due-parole-roma-lecce\/","title":{"rendered":"20 aprile 1986, l&#8217;Olimpico, la primavera e soltanto due parole: Roma-Lecce"},"content":{"rendered":"<p>Lo stadio Olimpico pre Italia 90 era molto diverso da quello che conosciamo oggi. Non aveva la copertura, ospitava circa 60000 persone, era pi\u00f9 basso. La sua struttura ovale, con i marmi e la pietra e il legno a farla da padroni anche sugli spalti, lo faceva somigliare a una sorta di senato dell&#8217;antichit\u00e0 dedicato allo sport. E i due tabelloni luminosi in cima alle curve erano un segno distintivo cos\u00ec come le porte con i pali bianchi e le reti nere. Il calcio degli anni Ottanta aveva un&#8217;identit\u00e0 perennemente rimpianta anche per questi piccoli dettagli. <strong>Gli stadi si riconoscevano anche dalle porte e dalle reti, vedi quelle del Comunale di Torino. Ogni squadra giocava con il proprio pallone, non c&#8217;era quello della Nike uguale per tutti, perci\u00f2 a Bergamo trovavi il classico a pentagoni neri ed esagoni bianchi, la Juve giocava col Samba della Diadora che era anche il pallone della nazionale, la Roma col Select bianco e rosso. E in questa cornice naturalmente lo stadio Olimpico spiccava per la sua pista di atletica, per il proprio nome maestoso e per la curva Sud quando giocavano i giallorossi. E proprio nessun tifoso della Roma, diciamo a met\u00e0 maggio del 1984, avrebbe mai potuto immaginare che in meno di due anni quello stadio sarebbe stato teatro delle due beffe in assoluto pi\u00f9 atroci vissute da una squadra che il melodramma sportivo non se l&#8217;\u00e8 mai fatto mancare, in questo come nel secolo scorso.<\/strong> Il 20 aprile 1986 \u00e8 nella memoria della citt\u00e0, una cosa e una soltanto. Anzi due. Due parole. Roma-Lecce. Il risultato non conta, non viene mai citato, neanche dalle giovani generazioni che all&#8217;epoca non erano nate e l&#8217;Olimpico senza copertura l&#8217;hanno visto solo su Youtube. Non serve, esattamente come non serve aggiungere altro dopo l&#8217;altro anatema capitolino. Roma-Liverpool.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: center;\">Lo scudetto 1985-86<\/h2>\n<p>E insomma i tifosi della Roma il 30 maggio 1984 avevano gi\u00e0 dovuto ingoiare la sorte di vedere la propria squadra perdere ai rigori la finale di coppa dei campioni contro il Liverpool. Sotto la curva Sud. Con Falcao che sul dischetto non ci va, e a Testaccio tuttora discutono se si tratt\u00f2 di tradimento, codardia o di uno stiramento. Che pu\u00f2 esserci di peggio, in un universo calciocentrico? Molto poco. Eppure quella finale si giocava contro una squadra gigantesca, che dominava il calcio europeo, partita secca. Le possibilit\u00e0 erano cinquanta e cinquanta e sebbene la modalit\u00e0 fosse particolarmente ed epicamente dolorosa, perdere era un&#8217;eventualit\u00e0 magari non accettabile, ma oggettivamente plausibile. Invece il 20 aprile 1986 la Roma si gioca lo scudetto contro la Juve e in un pomeriggio di tipica primavera romana che pare giugno, all&#8217;Olimpico arriva il Lecce. E il Lecce \u00e8 gi\u00e0 retrocesso. <strong>Ora precisiamo, perch\u00e9 nei ricordi leggendari a volte altri dettagli sfuggono e invece sono importanti. La Roma quel pomeriggio non si sta giocando lo scudetto in senso stretto. Sta a pari punti con la Juve a quota 41 in classifica, dopo una folle rincorsa durata per l&#8217;intero girone di ritorno, sei punti recuperati ai bianconeri e il tripudio del 3-0 rifilato proprio all&#8217;Olimpico il 16 marzo alla squadra di Trapattoni. Quindi lo scudetto \u00e8 in palio ma la Roma non ce l&#8217;ha ancora in mano, non \u00e8 padrona del proprio destino e la prospettiva nella peggiore delle ipotesi \u00e8 arrivare allo spareggio contro i bianconeri. Il 20 aprile 1986 la Roma sa che per arrivarci le basta vincere le ultime due partite e non sono impegni insormontabili. Il Lecce \u00e8 fanalino di coda e l&#8217;ultima giornata, a Como, \u00e8 contro una squadra placidamente a met\u00e0 classifica e che non ha pi\u00f9 niente da chiedere al campionato. Invece la Juve rischia di pi\u00f9.<\/strong> Alla penultima giornata ospita il Milan al Comunale e i rossoneri sono l\u00ec che si giocano un posto in coppa Uefa con Inter, Fiorentina e Torino. Vai a sapere, magari ci scappa un pareggio. Ma non solo. Quel ciclo trapattoniano \u00e8 fisiologicamente arrivato alla conclusione. La vittoria dell&#8217;Heysel per quanto contestata ha regalato la prima coppa dei campioni, a dicembre a Tokyo \u00e8 arrivata anche l&#8217;Intercontinentale che ricordiamo principalmente per Platini sdraiato sull&#8217;erba dopo essersi visto annullare il gol pi\u00f9 bello della carriera e quella \u00e8 una squadra usurata fisicamente ed emotivamente che ha Serena e Laudrup in attacco, i polmoni di Bonini a centrocampo e due campioni del mondo come Scirea e Cabrini in difesa. Prima del 20 aprile 1986, la Juve viene da un punto in due giornate. Perde 2-0 sul campo della Fiorentina, non va oltre lo 0-0 a Marassi contro la Sampdoria. Zero gol segnati in due partite, pile esaurite. Se non \u00e8 questa la stagione in cui puoi batterli, quando? La prospettiva peggiore \u00e8 uno spareggio che decida il campionato in gara secca, ve lo immaginate un Roma-Juve che mette in palio lo scudetto in novanta minuti? Ma niente distopia. La prospettiva migliore \u00e8 che la Juve non vinca anche col Milan, e il Milan \u00e8 allenato da Liedholm, l&#8217;uomo dello scudetto del 1983. Magari ti fa un altro regalo. Se batti il Lecce all&#8217;Olimpico \u00e8 sorpasso. E&#8217; come se la resistenza, finalmente, fosse pronta a sconfiggere l&#8217;impero in una sorta di Star Wars calcistico.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: center;\">Il 20 aprile 1986<\/h2>\n<p>Il pomeriggio arriva e, come dicevamo, \u00e8 una tipica domenica di primavera che solo Roma ti sa regalare. Sole, caldo e tutte le partite che si giocano di pomeriggio. Anche la Roma sul campo equivale alla primavera in quel girone di ritorno. Gioca il calcio pi\u00f9 bello e spensierato della serie A, senza calcoli, all&#8217;arrembaggio con le armi di un giovanissimo Eriksson che poi avrebbe messo il proprio segno sullo scudetto della Lazio quattordici anni dopo. <strong>In porta c&#8217;\u00e8 Tancredi che rischier\u00e0 di essere titolare ai mondiali in Messico due mesi dopo, c&#8217;\u00e8 Boniek che ci mette poco a scordarsi dei colori che vestiva fino all&#8217;anno prima, c&#8217;\u00e8 un giovane Giannini in cabina di regia e l&#8217;inossidabile Bruno Conti sulla fascia, ci sono Nela e Righetti, c&#8217;\u00e8 un implacabile Pruzzo a firmare i gol della rimonta e c&#8217;\u00e8 un insieme di giovent\u00f9 ed esperienza che si raccorda intorno a Ciccio Graziani. L&#8217;ipotesi dello spareggio \u00e8 nei fatti concreta, ma a Roma l&#8217;entusiasmo \u00e8 un avversario difficile da contenere, soprattutto quando scappa in campo aperto. I giornali si chiedono come possa la Juve trovare le forze per l&#8217;ultimo sprint con un Trapattoni ormai alla porta e negli ambienti romanisti, non ultimo proprio Boniek, certe dichiarazioni fanno inconsciamente pensare che ormai il lavoro \u00e8 stato completato, che la Juve \u00e8 alle corde, che Lecce e Como saranno due formalit\u00e0.<\/strong> Se volete una cartolina dei calcoli di cui forse anche Eriksson fu autore, troverete che un Bruno Conti ormai recuperato dall&#8217;infortunio venne inizialmente mandato in panchina quel 20 aprile 1986, forse per averlo pi\u00f9 fresco in vista dello spareggio. Peraltro il Lecce di Fascetti \u00e8 la vittima sacrificale perfetta. Promosso e gi\u00e0 retrocesso. E poi \u00e8 giallorosso, come la Roma e nessuno all&#8217;Olimpico quando Lo Bello, figlio di cotanto arbitro padre, fischia l&#8217;inizio pu\u00f2 pensare che chi \u00e8 giallorosso possa fare male ad altri giallorossi.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: center;\">Primo tempo<\/h2>\n<p>L&#8217;Olimpico contiene 60000 spettatori, c&#8217;\u00e8 chi dice 65000, forse sono anche di pi\u00f9. La curva Sud sventola bandiere e tricolori in un tripudio cromatico che da sempre ha pochi paragoni in Italia, e se riguardate quelle immagini del prepartita facilmente accessibili sul web non sembrano quelle di una tifoseria che incita la propria squadra prima del calcio di inizio. Pare proprio una festa. Sembra l&#8217;ante litteram del 17 giugno 2001, nell&#8217;Olimpico coperto e il 3-1 contro il Parma che diede il terzo scudetto alla Roma di Capello e Totti e Batistuta. Invece il 20 aprile 1986 ci sono ancora due squadre a pari punti eppure sembra che il terzo scudetto sia gi\u00e0 cosa fatta. Dino Viola fa una specie di giro di campo accompagnato da autorit\u00e0 di spicco del paese, pare proprio che la celebrazione del titolo sia iniziata molto prima del calcio di inizio. E la festa inizia sul serio dopo appena sette minuti, tanti ne bastano a Graziani per sbocciare di testa e battere Ciucci (puoi perdere lo scudetto contro una squadra il cui portiere si chiama Ciucci, che tra l&#8217;altro al 26&#8242; del primo tempo si infortuna e viene pure sostituito?) con la difesa del Lecce che dimostra perch\u00e9 \u00e8 gi\u00e0 retrocessa, posizionata in modo incomprensibile e assolutamente statica.<strong> La Roma \u00e8 in classica tenuta con maglia rossa, il celebre lupetto sul cuore e l&#8217;iconica scritta Barilla sul petto. Il Lecce invece della solita maglia a strisce giallorosse ha la seconda divisa tipica delle squadre di serie A degli anni Ottanta, maglia e calzettoni bianchi e pantaloncini gialli. Pare quasi il Parma di inizio anni Novanta, quello che con Nevio Scala conquister\u00e0 nel 1993 la coppa delle coppe. La citazione non \u00e8 casuale. In quel Parma giocher\u00e0 Alberto Di Chiara. E Alberto Di Chiara \u00e8 in campo quel pomeriggio all&#8217;Olimpico e insieme a lui il fratello maggiore Stefano. Sono entrambi romani e lui con la Roma di Liedholm ha esordito in serie A nel 1981. Non \u00e8 solo una squadra giallorossa a farti male, ma addirittura un romano ex romanista. Al 34&#8242;, e dopo diverse occasioni sbagliate dalla squadra di Eriksson nel tipico minimalismo sciupone di chi sa di avere il condannato sul ceppo e indugia ad assestare il colpo fatale, \u00e8 proprio Alberto Di Chiara a cambiare risultato, partita e futuro del calcio italiano.<\/strong> Il pareggio del Lecce \u00e8 identico al vantaggio della Roma. Ma in modo millimetrico, simmetrico, quasi ineluttabile nella sua incredibile dinamica. Va per aria un cross dalla trequarti che si alza a campanile sbattendo su Oddi, Di Chiara \u00e8 inspiegabilmente lasciato solo in mezzo ai due centrali giallorossi e in tuffo di testa pareggia. Ed \u00e8 qui il simbolo della partita. I due centrali della Roma che camminano, quasi immobili, e Di Chiara che corre e si tuffa e segna. Dovrebbe essere il contrario. Dovrebbe essere la Roma che corre verso lo scudetto e il Lecce che cammina verso una destinazione che conosce gi\u00e0, la retrocessione. Invece \u00e8 l&#8217;emblema dell&#8217;incubo, l&#8217;ostacolo che si materializza all&#8217;improvviso sullo sprint di una squadra che di botto scopre di non avere pi\u00f9 energie per saltarlo. Solo che ancora non lo sa, e non lo sa nemmeno lo stadio Olimpico che continua la propria colorata ordalia quasi senza curarsi del risultato. Bastano sei minuti. Giannini sbaglia un passaggio a centrocampo che \u00e8 di una pigrizia disarmante, Pasculli galoppa placidamente per una quarantina di metri prima di ricevere la palla al limite dell&#8217;area. Se riguardate l&#8217;uno contro uno che ne segue, in cui il difensore della Roma rotola malamente a terra come uno stuntman di quarta categoria, avrete un&#8217;altra fotografia del vuoto mentale in cui i padroni di casa sono incappati. Pasculli va verso Tancredi e Tancredi lo atterra con una scivolata a gambe unite senza senso che pare uscita da un film di Indiana Jones. Rigore. Barbas la mette alla destra di Tancredi, che capisce subito di essere spiazzato e nemmeno si butta. Sembra un portiere che svogliatamente fa compagnia agli attaccanti che provano dagli undici metri alla fine dell&#8217;allenamento, non un uomo in missione per mantenere la propria squadra in testa alla classifica. Altra anomalia. La Roma ha incassato due gol sotto la propria curva e nel frattempo, nitidamente, da dietro la collina di Monte Mario si vedono nubi nere e minacciose comparire all&#8217;orizzonte. Qualcuno capisce. Altri continuano a sventolare.<\/p>\n<div id=\"comparazione_bonus_tabella\"><\/div>\n<h2 style=\"text-align: center;\">Secondo tempo<\/h2>\n<p>Dunque la Roma prova a darsi una scossa nel secondo tempo e ci riesce pure. Ma si infrange puntualmente contro Negretti, il portiere subentrato a Ciucci che scopre una giornata di grazia in un pomeriggio in cui, da titolare che era in un&#8217;altra fase del campionato, dovrebbe solo godersi il sole in panchina. Boniek e Di Carlo vanno molto pi\u00f9 che vicini al pareggio, e quello glielo nega parando con le gambe, frapponendo disperatamente il corpo tra loro e il pallone, proprio come faceva Garella protagonista nello scudetto del Verona un anno prima. Otto minuti del secondo tempo, altra palla gestita male dalla Roma, altro contropiede e di nuovo la linea difensiva di Eriksson che \u00e8 troppo alta. Barbas riceve un filtrante fin troppo scolastico dentro l&#8217;area, Tancredi gli va incontro senza avere la minima idea di cosa fare, come uomo che incautamente si avventura nella terra di nessuno fuori dalla trincea e non da padrone della propria area di rigore quale dovrebbe essere, dribbling altrettanto scolastico e destro del 3-1 a porta vuota. <strong>Pi\u00f9 o meno negli stessi minuti, a Torino, si esulta per le notizie che arrivano dall&#8217;Olimpico quando Briaschi con tre finte all&#8217;interno dell&#8217;area di rigore attira a s\u00e9 due difensori del Milan, la mette in mezzo di sinistro e la matematica vuole che ci sia Laudrup da solo davanti alla porta. Gol del danese e la Juve va a pi\u00f9 due in classifica. L&#8217;Olimpico inizia ad annusare nuovamente quell&#8217;odore acre di sconfitta che si sparge sull&#8217;erba e la brucia, un odore con cui molti avevano gi\u00e0 inondato le proprie narici meno di due anni prima sugli stessi spalti. Il tempo si interrompe, si congela fino a otto minuti dalla fine, con Negretti che para tutto e quando non ci riesce lui \u00e8 Miceli a salvare di testa a porta vuota su un pallonetto di Boniek. Qui Pruzzo praticamente di petto gira in rete casualmente un colpo di testa di Tovalieri. Anche questo \u00e8 un gol che non somiglia a un gol perch\u00e9 ne servirebbero contemporaneamente altri due per farlo servire a qualcosa. Invece \u00e8 a malapena la dinamo che alimenta l&#8217;ultimo guizzo di Conti, nel frattempo buttato in campo da Eriksson, che sulla linea di fondo scodella un assist perfetto per Nela che all&#8217;altezza del dischetto arriva di rincorsa sul pallone e potrebbe fare tutto. Anche stoppare e aggiustarsela perch\u00e9 ci sono quattro giocatori del Lecce pi\u00f9 il portiere nell&#8217;area piccola e lui \u00e8 solo. Invece calcia di prima, con il baricentro rivolto verso la tribuna Monte Mario. Il pallone finisce dritto nel Tevere, sopra la curva Sud, che non canta pi\u00f9. Lui per poco, cadendo, non travolge Lo Bello. Non sembra nemmeno pi\u00f9 una partita di serie A, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 equilibro, n\u00e9 speranza e nemmeno tempo. Finisce cos\u00ec. L&#8217;impero colpisce ancora, i ribelli non sovvertono il sistema, l&#8217;epilogo \u00e8 una sorta di ipnosi collettiva talmente grande che non trover\u00e0 la propria corretta collocazione se non dopo molte settimane.<\/strong> Eriksson a fine partita risponde a Galeazzi come se stesse commentando un&#8217;innocua sconfitta a luglio nella prima amichevole della stagione. Quelli che prima della partita si erano fatti vedere accanto al presidente si sono gi\u00e0 eclissati. Il silenzio che segu\u00ec Roma-Liverpool era quello della delusione pi\u00f9 verace. Il silenzio che segue Roma-Lecce \u00e8 ancora pi\u00f9 poderoso nella sua crudelt\u00e0, perch\u00e9 \u00e8 figlio dell&#8217;incredulit\u00e0. Poi, metabolizzata la botta, un fiorire di leggende pi\u00f9 o meno suggestive \u00e8 soltanto la fisiologica conseguenza della consapevolezza che lo scudetto \u00e8 perduto, altro che spareggio. Chi dice che i giocatori del Lecce sono stati pagati per giocare allo stremo. Chi dice che i giocatori della Roma sono stati pagati per perdere. Chi dice &#8216;e allora come mai quel giorno al Totocalcio c&#8217;era solo il risultato del primo tempo da giocare?&#8217; E lo scandalo del totonero \u00e8 ancora vivo nel ricordo degli italiani. Fu il bomber Pruzzo a mettere fine alle voci, dichiarando che semplicemente dopo quella rincorsa insensata alla Juve, era finita la benzina. Niente energie fisiche e nervose di riserva. La partita sarebbe stata ricordata come uno degli esempi sportivi pi\u00f9 famosi in cui Davide batte Golia. Ma se venite a Roma, nel cuore pulsante della capitale, non troverete metafore fantasiose o banali similitudini. Ve la racconteranno tutti, chi c&#8217;era e chi non era ancora nato. E la chiameranno in un modo solo. Due parole. Roma-Lecce. Semplicemente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo stadio Olimpico pre Italia 90 era molto diverso da quello che conosciamo oggi. Non aveva la copertura, ospitava circa 60000 persone, era pi\u00f9 basso. 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