
{"id":10412,"date":"2017-01-18T16:45:02","date_gmt":"2017-01-18T15:45:02","guid":{"rendered":"http:\/\/www.infobetting.com\/blog\/?p=10412"},"modified":"2017-01-17T14:07:22","modified_gmt":"2017-01-17T13:07:22","slug":"crisi-new-york-knicks","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.infobetting.com\/blog\/crisi-new-york-knicks\/","title":{"rendered":"I Knicks dimezzati, storia di un progetto che non funziona"},"content":{"rendered":"<p><strong>Da Mvp a Chi l&#8217;ha visto<\/strong> &#8211; La storia inizia, ma pi\u00f9 precisamente prosegue, la settimana scorsa al Madison Square Garden. Ci sono i Knicks nel loro palazzo alle prese con una striscia di quattro sconfitte consecutive e arrivano i Pelicans. Avversario morbido della Western Conference, l&#8217;occasione per invertire la tendenza \u00e8 ghiotta. <strong>Ma Derrick Rose, il play titolare strappato a Chicago in una delle trade pi\u00f9 discusse dell&#8217;estate, alla partita non si presenta. E nemmeno avverte che sar\u00e0 assente. E nemmeno entra alla seconda ora. E per avere una giustificazione, firmata dalla madre direttamente dalla Windy City, bisogna aspettare il giorno dopo. &#8216;Avevo un problema familiare&#8217; dir\u00e0 Rose. Esattamente quello che si scriveva sul libretto a scuola il giorno dopo le assenze in classe.<\/strong> I Knicks apparentemente non hanno fatto una piega. Non <strong>Jeff Hornaceck<\/strong>, coach dal dubbio futuro di successo Nba, che non si scompone. Non <strong>Phil Jackson<\/strong>, che con tutte le dita delle mani occupate dagli anelli, e gliene restano un paio che non sa dove infilare, da presidente dei Knicks \u00e8 molto lontano dal ripetere quello che aveva fatto ai Knicks da giocatore.<\/p>\n<p><strong>C&#8217;era una volta a New York<\/strong> &#8211; S\u00ec, ci fu un tempo lontano nel quale New York era una squadra simpatica. Trendy, hippy, alla moda. <strong>E infatti era intorno al 1970, Willis Reed era il capitano e il coach Red Holzman, quello che disse una frase rimasta scolpita nella pietra: &#8216;Il basket non \u00e8 l&#8217;ingegneria atomica. Bisogna mettere la palla nel canestro da una parte e difendere dall&#8217;altra. E giocare di squadra, sempre&#8217;.<\/strong> Peccato che da allora, quando i Knicks vinsero due titoli in tre anni con la leggendaria gara 7 che abbatt\u00e9 ancora una volta i sogni di<strong> Wilt Chamberlain<\/strong> e dei Lakers in finale, la franchigia pi\u00f9 difficile e sotto i riflettori del mondo abbia fatto tutto quello che poteva per complicare il basket e s\u00e9 stessa. Molto raramente ha giocato di squadra: successe solo a met\u00e0 degli anni Novanta, con i ruvidi Knicks di <strong>Pat Riley<\/strong> che andarono a una tripla stoppata da Holajuwon a John Starks per vincere il titolo. E circa un lustro dopo a quelli di <strong>Jeff Van Gundy<\/strong>, poco talento ma tanto cuore, in finale nel 1999 anomalo del lockout che tagli\u00f2 mezza stagione regolare, spazzati via dai <strong>San Antonio Spurs<\/strong> che proprio all&#8217;epoca iniziarono la loro dinastia targata Popovich e <a href=\"https:\/\/www.infobetting.com\/blog\/ritiro-tim-duncan-nba-perde-altra-leggenda\/\"><strong>Tim Duncan<\/strong><\/a>.<\/p>\n<p><strong>Tessuto temporale interrotto<\/strong> &#8211; A dire il vero c&#8217;era stato un momento nel quale i Knicks erano tornati a sembrare promettenti: <strong>nel 2010-11 c&#8217;era anche Danilo Gallinari in una squadra che comprendeva Wilson Chandler, Raymond Felton, un giovane Mozgov, David Lee, che correva e difendeva, che aveva ampi margini di sviluppo.<\/strong> Poi la dirigenza, il 22 febbraio 2011, decise di fare quello che all&#8217;epoca sembrava pi\u00f9 razionale: <strong>smantellare una squadra potenzialmente in crescita per portare nella mela un prodotto di casa, Carmelo Anthony, grande accentratore di gioco, mano raffinata come lo zucchero, faccia d&#8217;angelo e incapace per tutta la sua carriera di essere un leader che cambia faccia alla squadra in cui gioca<\/strong>. E c&#8217;era <strong>D&#8217;Antoni<\/strong> in panchina, quello che oggi fa meraviglie ai Rockets e che all&#8217;epoca quello scambio non lo diger\u00ec mai prima di essere licenziato nella stagione successiva (ed eravamo al Garden quando Gallinari vi torn\u00f2 da avversario per la prima volta: 38 punti, career high, e vittoria al supplementare di Denver).<\/p>\n<p><strong>Coach Zen senza filosofia<\/strong> &#8211; Come <a href=\"https:\/\/www.infobetting.com\/blog\/basket-nba-mio-diario\/\"><strong>dice Giancarlo Migliola<\/strong><\/a>, e parafrasando un enorme Corrado Guzzanti nella serie cult &#8216;Boris&#8217;, gli unici che provano a tifare i Knicks sono quelli che poi prenderanno a detestarli. <strong>Non ne azzeccano pi\u00f9 una, e occhio che da queste parti \u00e8 passato con tanti mugugni e pochi sorrisi anche un altro azzurro, Andrea Bargnani, ricordato prevalentemente per una sconfitta provocata a Milwaukee dopo avere tentato una tripla senza senso con i Knicks avanti di due a diciotto secondi dalla fine.<\/strong> L&#8217;arrivo sulla poltrona presidenziale di <strong>Phil Jackson<\/strong> doveva portare criterio, progetto e prospettive. L&#8217;uomo dei sei titoli a Chicago, dei cinque ai Lakers, il filosofo in grado di trasformare il modo di pensare di una franchigia. <strong>Ma da quel 18 marzo 2014, quando venne presentato per aprire una nuova era al Madison Square Garden, non \u00e8 cambiato granch\u00e9<\/strong>. La prima stagione con uno dei suoi adepti del triangolo in panchina, <strong>Derek Fisher<\/strong>, \u00e8 un disastro coronato dal nuovo record di sconfitte consecutive per la franchigia, sedici, e anche il 17-65 con cui finisce la regular season entra nei libri di storia come record negativo. Il 2015 vede l&#8217;arrivo di <strong>Porzingis<\/strong> dal draft, talento lettone di pregio, ma i playoff rimangono un miraggio. E che ti succede nell&#8217;estate 2016? Che i Knicks fanno pi\u00f9 o meno quello che avevano fatto portando a casa Carmelo Anthony. <strong>Vanno sul mercato in cerca di un play per il nuovo coach, Hornacek appunto, e prendono Derrick Rose.<\/strong> L&#8217;Mvp del 2011, che ha passato gli ultimi quattro anni a combattere i fantasmi di ci\u00f2 che era stato e non riusciva pi\u00f9 a essere dopo il ginocchio saltato ad aprile 2012, \u00e8 arrivato in compagnia di un altro nome illustre dei Bulls, <strong>Joachim Noah<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>In mezzo al guado<\/strong> &#8211; Risultato, i Knicks si sono trovati di nuovo nella terra di nessuno. Non hanno ricostruito e adesso hanno tre vecchie stelle che il meglio in carriera l&#8217;hanno gi\u00e0 dato e che passano molto del loro tempo in infermeria. Non sono diventati un instant team da titolo, come vedremo. <strong>Non hanno prospettive immediate perch\u00e9 il salary cap \u00e8 ingolfato e non si presta a scambi vantaggiosi. Non sono una squadra divertente nonostante a leggere un quintetto con Rose, Anthony e Porzingis si penserebbe a qualche prelibatezza.<\/strong> E non sono nemmeno una squadra che far\u00e0 i playoff se continua cos\u00ec. Sono per\u00f2 un gruppo di persone, dirigenti e giocatori, che si mandano messaggi pi\u00f9 o meno in codice. <strong>Carmelo Anthony, dopo l&#8217;infortunio a Porzingis, \u00e8 di nuovo sotto i riflettori.<\/strong> La stampa di New York, tra le pi\u00f9 feroci del paese, sostiene che le sue gambe siano finite e che sia il pi\u00f9 strenuo ostacolo che ci possa essere all&#8217;attacco triangolo con la sua tendenza all&#8217;uno contro uno smodato. Parole forse indotte da Jackson, che \u00e8 amico di molti giornalisti della mela, forse no, ma in grado di generare una reazione. <strong>&#8216;Se non mi vogliono pi\u00f9 ai Knicks ne parleremo. E&#8217; frustrante vedere che se vinciamo \u00e8 merito della squadra, ma se perdiamo \u00e8 colpa mia&#8217;<\/strong> ha detto Anthony nel fine settimana.<\/p>\n<p><strong>Le cifre<\/strong> &#8211; I Knicks non compaiono in nessuna statistica di squadra pregiata della Nba. Navigano nell&#8217;anonimato.<strong> Hanno il quindicesimo attacco della Lega, 105.3 punti a partita, sono ventesimi per percentuale dal campo con il 44.5%, sono dodicesimi per percentuale da tre con il 36.2%. Sono una delle squadre che produce meno recuperi a partita, 7.3, sono la quarta migliore squadra a rimbalzo offensivo, 12 a serata, ma solo perch\u00e9 con basse percentuali\u00a0c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 possibilit\u00e0 che il pallone torni nelle mani di chi l&#8217;ha tirato.<\/strong> Non difendono, <strong>quinto peggiore defensive rating<\/strong> della Lega con <strong>108.1<\/strong> e soprattutto non hanno identit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Chi siete, cosa portate (un fiorino)<\/strong> &#8211; Quando hai <strong>Derrick Rose<\/strong> e <strong>Carmelo Anthony<\/strong> sai che difficilmente la palla uscir\u00e0 dalle mani di uno dei due quando si tratta di opzioni offensive. <strong>Ma Rose, a parte la fuga non dichiarata, ha smesso da tempo di essere un giocatore che con la sua verticalit\u00e0 spacca le difese avversarie e non si \u00e8 mai trasformato in un tiratore costante, con il risultato che i difensori tranquillamente evitano di fare un passo in pi\u00f9 verso di lui. Anthony ha sempre segnato tanto, ha sempre tirato pi\u00f9 degli altri, va spesso fuori ritmo e quando succede diventa un buco nero che inghiotte gli altri quattro.<\/strong> Doveva diventare la squadra di <strong>Porzingis<\/strong> ma il lettone deve fare con le briciole che avanzano, e spesso \u00e8 positivo oltre i numeri. <strong>Noah<\/strong> ha speso il meglio della sua furia agonistica ai Bulls, giocatore con longevit\u00e0 inversamente proporzionale all&#8217;energia che mette in campo, sarebbe adatto a una squadra che ha bisogno di rimbalzi e difesa per completare il quadro (Golden State per esempio) e non a una creatura senza capo n\u00e9 coda. <strong>Lee<\/strong>, <strong>O&#8217;Quinn<\/strong>, <strong>Plumlee<\/strong>, <strong>Kuzminskas<\/strong> sono tessere poco rilevanti del mosaico. E <strong>Brandon Jennings<\/strong>, quel Brandon Jennings visto a Roma e &#8216;incartato anche da Peppe Poeta&#8217; (citazione di Roberto Sbrega, geniale tassista romano dedito alla Nba) non sta andando male nel ruolo di riserva di Rose ma \u00e8 anche lui vittima della contraddizione di una prima scelta del draft che finisce a svernare a Manhattan senza avere dato un senso concreto alla sua carriera.<\/p>\n<p><strong>New York batte Phil Jackson<\/strong> &#8211; I Knicks vinceranno qualche altra partita e apriranno altre strisce perdenti di quattro, cinque, sei sconfitte di seguito. <strong>Hanno abbastanza talento da vincere una quarantina di partite, se va bene, e se si allineano i pianeti anche di fare un ottavo posto per vedere che effetto fa affrontare LeBron James e compagni.<\/strong> Ma il progetto di Jackson, e la sua mano, non si vede all&#8217;orizzonte. Con grande rammarico del <strong>commissioner Adam Silver<\/strong>, che vede esplodere il prodotto Nba senza che la citt\u00e0 pi\u00f9 famosa del mondo ne sia protagonista attiva da quando \u00e8 iniziato il nuovo millennio. Figuratevi cosa succederebbe se i Knicks iniziassero a essere simpatici e a vincere qualche serie playoff.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da Mvp a Chi l&#8217;ha visto &#8211; La storia inizia, ma pi\u00f9 precisamente prosegue, la settimana scorsa al Madison Square Garden. Ci sono i Knicks nel loro palazzo alle prese con una striscia di quattro sconfitte consecutive e arrivano i Pelicans. Avversario morbido della Western Conference, l&#8217;occasione per invertire la tendenza \u00e8 ghiotta. 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