Walter Sabatini: genio incompreso o incallito perdente?

Se n’è andato a modo suo. Salutando tutti con una conferenza stampa pirotecnica, torrenziale, infarcita di citazioni cinematografiche, filosofiche, romantiche.

Walter Sabatini se n’è andato a modo suo. Salutando tutti con una conferenza stampa pirotecnica, torrenziale, infarcita di citazioni cinematografiche, filosofiche, romantiche. “Ma il calcio è prosa, non è poesia”, ha aggiunto senza pensarlo.

Cento minuti di showtime assoluto, con una breve pausa per fumare una sigaretta (“Faccio due tiri, questione di tre minuti e torno più efficace di prima”). 

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Walter Sabatini, il direttore sportivo più controverso del calcio italiano, ha salutato la Roma dopo cinque anni. Cinque stagioni che sembrano cinquanta per le mille storie vissute all’ombra del Cupolone dal suo arrivo.

Atterrò a Fiumicino con presidente Di Benedetto, Baldini direttore generale e la “Revolucion” da scatenare con Luis Enrique in panchina. Poi l’idea meravigliosa di Zeman abortita in pochi mesi, il dramma sportivo del 26 maggio, il cambio di strategia, la “chiesa al centro del villaggio” riportata con Garcia e il rifugio-Spalletti.

Sabatini se ne va perché da mesi la sintonia col presidente Pallotta è svanita. “Rimango attaccato alla mia idea di calcio romantico, adoro studiare un giocatore alle 4 di notte e sentirne l’odore. Mentre la Roma ora preferisce l’algoritmo per trovare il calciatore perfetto”. Filosofie inconciliabili. Jerry Maguire con la sigaretta in bocca da una parte, Brad Pitt di Moneyball dall’altra.14520618_1018461941604270_5218625379861766752_n

Unico superstite insieme a Totti e De Rossi dall’avvento degli americani, potete amare e detestare Walter Sabatini ma certo non siete autorizzati a rimanere indifferenti rispetto alle sue parole. A Roma su di lui, come spesso accade da quelle parti, se ne sono dette tante. Troppe. “Un perdente, un visionario, un laziale, uno che firma calciatori per incassare tangenti sulle commissioni, uno che fa la bella vita alle spalle della Roma”.

Tanto che ieri Sabatini ha aperto una parentesi accorata per difendere l’onestà intellettuale del proprio lavoro. Legittimo. Come autentiche sono sembrate le parole di un professionista che nel calcio del 2016 interpreta la parte del genio disadattato. “Mi troverò un pertugio nei prossimi giorni e sparirò dal mondo. Poi tornerò in pista. Non cerco un grande club ma una società che mi dia la possibilità di fare il mio lavoro come piace a me. Io sono un direttore sportivo, la vita è un corollario”.

Sabatini lascia una Roma che anche grazie a lui ha gonfiato il proprio patrimonio tecnico e risistemato il bilancio. Ma si separa anche dalla Roma che anche per colpa sua non ha vinto nulla. Il re delle plusvalenze, l’hanno etichettato, definizione contabile che poco avrà entusiasmato un dirigente che ieri ha confessato di aver provato dolore fisico alla cessione di Erik Lamela.14516418_1018107821639682_7342540789175350449_n

Il primo colpo giallorosso targato Walter, quello che nella sua testa doveva spaventare il potere e scatenare la Revolucion. Fenomeni pagati una miseria e rivenduti a peso d’oro, milioni spesi inutilmente per calciatori che a Roma hanno fallito miseramente (Doumbia, Iturbe, Ucan), una miriade di giovanissimi talenti rastrellati in ogni punto del pianeta e poi persi per strada.

Calciatori acquistati spesso perché rubavano l’occhio, accendevano la fantasia dell’esteta Walter. Terzini pochi, semmai fluidificanti, ali aggiunte, dribblomani incalliti. “Non innamoratevi dei calciatori”, consigliò ai tifosi giallorossi lo scorso anno. Dimenticandosi di aggiungere “…che già lo faccio io”.

C’è tutto e il contrario di tutto nel lustro trascorso da Sabatini a Trigoria. Momenti nei quali ha vissuto da separato in casa ed altri nei quali è stato il presidente in pectore, con Pallotta di là dell’Atlantico e un club con troppa distanza tra i reparti, come la recente Roma di Spalletti. “La Roma per me non è stata un brandello di vita, è stata la vita”, ha detto ieri rischiando di commuoversi, emozionato.

Ci ha pensato una sigaretta a ristabilire la giusta tensione emotiva nella conferenza stampa. L’idea romantica di una Roma Antica è andata in fumo. Nel suo fumo che spesso è stato poco arrosto.

Ma in questo calcio di “cross importanti” e “ci aspettano undici finali, vogliamo fare bene”, 10-100-1000 Sabatini.