
Un mese fa mi sento con Timothy Ormezzano, mio collega nella sventurata esperienza di “Dieci” e amico che sento empaticamente vicino, anche se l’ho visto tre volte negli ultimi dieci anni. Sarà per il patrimonio genetico ereditato da papà Giampaolo, genio della Comunicazione e anti-juventino fondamentalista. “Tim, e se venissi a Torino a vedere la Roma?”.
Timothy si attiva e mi trova un biglietto della Tribuna Granata. Mi organizzo e parto.
Domenica 22 ottobre, ore 11.55
Arrivo a Porta Nuova, giornata soleggiatissima e temperata. “Le condizioni ideali per giocare una partita di calcio”, direbbe Repice. Ho un paio d’ore di tempo. Coltivo un’avversione spontanea per Milano, amo Torino per tante ragioni e me la godo per due ore. Incrocio quattro decerebrati giallorossi che passeggiano per Piazza Castello sbraitando insulti di vario genere.
Domenica 22 ottobre, ore 13.20
Mi avvio a piedi verso lo stadio, 4 chilometri dalla stazione. L’appuntamento è fissato per le 14.30, di fronte all’ingresso della tribuna. Per par condicio, alla fermata del tram incrocio un distinto signore che ripete ossessivamente ad alta voce. “Tutta Roma vaffanculo, tutta Roma vaffanculo”. Bene. Segno che mi sto avvicinando allo Stadio, la direzione è giusta.
Domenica 22 ottobre, ore 14.15
Lo Stadio “Grande Torino” è affiancato al PalaOlimpico che nel 2016 ha ospitato il Pre-Olimpico della Nazionale di Basket. Pessimi ricordi, non alzo mai lo sguardo.
Domenica 22 ottobre, ore 14.25
Mi ritrovo immerso in un universo tutto granata, tra maglie, sciarpe, bandiere, foulard. Impressionante. Belotti domina il merchandising ma si trova di tutto, scorgo omaggi a bomber Muzzi, Junior, Paolo Pulici. Il Torino non mi è ostile e non lo sarà mai, non c’è niente da fare. L’atmosfera è festosa, Timothy via messaggio mi rassicura. “Gianca, sei davanti al banchetto della Curva Maratona”. “Ah, magari mi allontano”.
Domenica 22 ottobre, ore 14.40
Arrivano gli Ormezzano’s e sono tre. Timothy, papà Gian Paolo e il piccolo Matteo, ovvero la compostezza fatta bambino. Con loro Mattia Rossi, altro reduce dell’epopea Dieci. Fuori dalla curva Filadelfia gli ultra’ granata manifestano contro “Infami, Società e Digos”. Resteranno fuori per protesta. Pare che gli infami siano i tifosi dell’altra curva granata. Giampaolo mi saluta col consueto “Viva Noi” e poi si eclissa, visibilmente in clima partita.
Domenica 22 ottobre, ore 15.15
Il Settore ospiti è ben frequentato ma in modalità Silenziosa, la Roma si adegua e rispetto a Stamford Bridge abbassa toni, ritmo, aggressività. Per me e Timothy c’è quindi tempo per un dovuto Amarcord, per cattiverie sparse sulla Juve, per aggiornamenti familiari di vario genere. Più suoi che miei. In questi dieci anni il matrimonio con la dolce Elisa e due figli, ad esempio. Io nel frattempo ho comprato la PS3 e poi la PS4.
Domenica 22 ottobre, ore 15.31
Il motivo ricorrente della partita è la capacità di Sadiq di rimediare fischi contrari. Fuorigioco, spinte, simulazioni, cariche, violazione di passi. Niang gioca per noi, gli altri ex giallorossi sono invisibili. C’è tempo di dedicarsi al Fantacalcio, per i miei vicini di banco, mentre accanto a me si siedono finti tifosi del Toro, lupacchiotti dentro. Arriva la voce che Bonucci è stato espulso, il piccolo Matteo ne chiede il motivo. Dalla bocca di Papà Timothy sta per uscire una feroce requisitoria fondata sul passato gobbo del Nostro ma poi… “Capita, Matteo, è un difensore, capita”. Bravo Tim. E’ già un mondo difficile così com’è.
Domenica 22 ottobre, ore 16.25
Nessuno sa che come canottiera (invisibile al mondo) indosso la maglia numero 10 del Capitano, che proprio in questo stadio segnò il suo ultimo gol in campionato, sotto la Filadelfia, più o meno un anno fa. Nella stessa porta la infila in quel momento Kolarov e a me parte un pugnetto sobrio. Dalla tribuna si alzano una trentina di coraggiosi ma il clima è disteso, nessun focolaio. Questa curva e questo stadio, c’è un’enorme storia qui e mi viene in mente pochi minuti prima di avviarmi verso la Stazione. Testa al 10 maggio 1981. Il gol di Ramon Turone in quella porta, nel vecchio Comunale ora “Grande Torino”. Se non “Grande Turone”, con sacro rispetto per l’immortale Storia Granata.
Domenica 22 ottobre, ore 16.40
Ho il treno alle 17.40 e devo uscire con qualche minuto di anticipo, scelta che a livello scaramantico rasenta il drammatico. Ma non posso fare altrimenti. Mentre lascio lo stadio Di Francesco butta dentro Bruno Peres, accolto dagli applausi del pubblico di casa. Non per i trascorsi granata, credo, ma perché solo lui è in grado di rimettere in discussione una partita anestetizzata dal pigro possesso palla della Roma. Timothy e Mattia mi salutano con un occhio al campo, Matteo nel secondo tempo ha raggiunto il nonno. Io saluto i ragazzi e da quel momento cerco di interpretare i boati che arrivano dalle due curve. Gli ultras della Maratona sono ancora lì fuori e cantano senza sosta. “Non ve siete persi niente, a parte una robetta di Kolarov”, mi verrebbe da dire ma soprassiedo. La penso come Tim. “Perdere contro di voi è meno doloroso che con altri”, mi scrive. Lo stesso vale per me quando incrocio il Toro.
Domenica 22 ottobre, ore 17.40
Il treno riparte, quattro ore e sarò a casa. La Maglia invisibile del capitano ha sortito l’effetto sperato.
Una Roma bruttarella ma vincente a corredo di una giornata meravigliosa. Grazie Timothy!







