Toninho Cerezo: funambolo, fenomeno, personaggio. Indimenticabile!

Il mio ricordo del fuoriclasse brasiliano, che Dino Viola acquistò nel 1983 e poi cedette alla Sampdoria due anni più tardi. Giocatore pazzesco, personaggio amatissimo da tutti.

Correva l’estate del 1983 ma più di lei correva già, per i prati brasiliani, tra fili d’erba più alti del normale, Toninho Cerezo. La Roma aveva appena vinto il suo secondo scudetto, 41 anni dopo il primo e si apprestava a vivere la favola dell’anno successivo, la Coppa dei Campioni con finale da giocare allo stadio Olimpico.

Una sceneggiatura all’apparenza perfetta. La Roma di Liedholm, della quale il sottoscritto allora quattordicenne era abbonato in Curva sud (prezzo dell’abbonamento ‘ragazzi’ 35.000 lire), già zeppa di campioni aveva bisogno di qualcosa di più frizzante da mettere in mezzo al campo rispetto alla formichina che era stata, nell’anno dello scudetto, Herbert Prohaska. Ovvio che modificare la squadra campione d’Italia non fosse semplice ma di fronte alla possibilità di ingaggiare Cerezo l’utilissima “burocrazia” sbrogliata dall’austriaco poteva passare in secondo piano.

Toninho arrivò in piena estate accolto a Fiumicino come un imperatore: un anno prima lo avevamo ammirato ai Mondiali di Spagna regalare a Paolo Rossi il pallone del secondo gol dell’Italia. Già ci stava simpatico. Arrivava dall’Atletico Mineiro, titolare inamovibile del Brasile di Tele Santana, più di quanto non lo fosse Paulo Roberto Falcao. Sulle spalle l’ambita maglia numero 5 della Selecao ce l’aveva il moro, l’Ottavo re di Roma si era dovuto accontentare del 15.

D’altra parte, Toninho, giunto nella Capitale a un’età indefinibile, circoscrivibile tra i 23 e i 58, in Brasile era un’istituzione. Genio e sregolatezza, generosità sconfinata, qualità tecniche straordinarie al servizio di un dinamismo impressionante. Uno di quelli, insomma, che ti immagini fare magie sulla spiaggia di Rio (dove Bruno Conti raccontò di essere stato consigliato da alcuni ragazzi locali di mettersi in porta durante una partita…): Toninho amava più la poesia della geometria, più il tocco che il fraseggio. Per questo all’inizio alla Roma andò male.

La saudade era autentica, non un alibi di facciata: Roma l’aveva accolto bene ma Toninho era triste e il suo malessere in campo si rivelava, trasparente. Giocava alla Prohaska, orizzontale e banale. Come mettere McEnroe a spedire conti correnti, Jordan ad attaccare francobolli. Toninho non riusciva ad essere una parte di sé, voleva essere tutto o niente. Qualche lampo del genio ce l’aveva comunque mostrato, appena arrivato. Nella partita di esordio in Coppa Campioni col Goteborg, era stato suo il bellissimo gol del 3-0 al 90’.

Toninho non era felice e parte del pubblico della Roma si era imborghesito, tanto da metterne in discussione la compatibilità col calcio europeo. Gente che si riempiva la bocca di parole insensate, anche prima dei Social. Toninho doveva fare da contraltare al vero artefice dello scudetto, Paulo Roberto Falcao. Di cui era il complemento ideale. Uno pallido, l’altro cioccolata. Uno perfetto per via Montenapoleone, l’altro per Central Park. Uno imbronciato, l’altro sorridente. Uno tra le righe, l’altro caleidoscopico. Uno molto attento ai propri interessi fuori dal campo, l’altro troppo preso dai 90 minuti.

L’Olimpico si accorse delle difficoltà di Toninho e non andò mai oltre qualche mugugno fino a quando, con la Sampdoria, la Curva sud issò lo striscione “Vai nessa Toninho, la torcida te da una forca”. Bingo. La Roma non vinse quella partita e Toninho non risolse i suoi problemi ma da quel giorno fu un altro, consapevole del proprio ruolo e del grande amore di cui era già circondato.

Da quel giorno Toninho fu beniamino incontrastato anche se la Roma non vinse la Coppa dei Campioni. Contro il Liverpool uscì piegato dai crampi. In lacrime, dopo aver corso e lottato per lui e per il suo amico col 5 sulle spalle.

Qualche tempo dopo Dino Viola, nel periodo declinante della sua presidenza, decise che Toninho e Ancelotti dovevano cambiare aria. Carletto andò al Milan a vincere scudetti e Coppe Campioni, Cerezo finì alla Sampdoria, sostituito in giallorosso da… Klaus Berggreen, operaio specializzato del centrocampo acquistato per cinque miliardi dal Pisa.

Conservo un ricordo di Toninho, biondo, in festa, a Marassi: la sua età si era fatta ancor più indefinibile, il talento neanche scalfito dagli anni. Dopo la Samp tornò in Brasile ma come un personaggio del Bar Sport di Stefano Benni nel 1993, a 38 anni, vinse una Coppa Intercontinentale col San Paolo segnando in finale al Milan di Fabio Capello. Immenso Toninho.

Foto Ufficio Stampa AS Roma