Tetto salariale NBA. Il calcio è nudo, perde i pezzi, il giocattolo si è rotto, rischia il tracollo, la festa è finita, si salvi chi può. Da tempo il suo futuro è accompagnato da previsioni catastrofiche. Nostradamus, se potesse, proverebbe a sdrammatizzare.
Di chi la colpa? Della manna piovuta dai diritti televisivi e che ora sta per diradarsi? Delle sentenze Bosman che hanno negato alle società più piccole la possibilità di produrre in casa artigianato locali da rivendere alle multinazionali?
Dell’ingordigia dei calciatori la cui smania da accaparramento rischia di trasformarsi nel più doloroso dei boomerang?
Non si può negare che le condizioni economiche in cui versa il calcio italiano siano preoccupanti. Il rapporto costi/ricavi (che ogni anno di più può essere semplificato nei termini ingaggi/diritti televisivi) si fa sempre più critico. La sensazione che occorra correre ai ripari è dato da alcuni segnali inconfutabili.
Mentre sulla medicina da adottare e sulla relativa posologia la discussione resta sempre aperta. Quanto la borsa di alcuni presidenti.
Tetto salariale NBA. Apparentemente si tratta di un concetto semplice, riassumibile in poche parole.
Ogni società non può spendere più di una certa cifra per stipendiare i propri atleti. In realtà annida, sotto il tetto appunto, tutta una serie di opzioni diverse che ne possono stravolgere il funzionamento e quindi gli effetti.
In Italia, ad esempio, ci si riempie la bocca con riferimenti alla realtà statunitense, quella dal basket americano, senza conoscerne però complessità e inflessibilità delle regole.
Negli Stati Uniti infatti la struttura che presiede l’NBA è una realtà organizzativa forte e rispettata dalle singole franchigie. L’NBA mantiene un margine di operatività anche riguardo a faccende interne alle squadre stesse.
Tetto salariale NBA. Il tetto salariale (introdotto nel 1984 a 3.6 milioni di dollari) serve per calmierare gli ingaggi dei giocatori e per garantire un principio di equa competitività a tutte e 30 le contendenti. E’ uno dei cavalli di battaglia della NBA che non ammette squadroni e provinciali, ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.
Sebbene il budget da spendere non sia uguale per tutti ma legato alla singola produttività, ogni squadra ha di fatto le medesime possibilità economiche per mettere sotto contratto un giocatore
L’NBA è un immenso fantabasket fatto realtà. Ogni proprietario deve scegliere allenatore, manager, giocatori e prospetti universitari. Vince chi ha l’occhio più lungo. Chi si affida all’intuizione geniale, chi sa riconoscere il fenomeno dal buon giocatore.
Nel 1984 Michael Jordan uscì dal college di North Carolina per sbarcare tra i professionisti. Ben due franchigie, Portland e Houston, gli preferirono giocatori Sam Bowie e Hakeem Olajuwon. Chicago scelse per terza, firmò MJ e contemporaneamente l’ingresso dei Bulls nella leggenda di questo sport.
Come dire che Totti poteva finire alla Roma o alla Ternana, indifferentemente, se solo i dirigenti umbri fossero stati più lungimiranti. Le regole del salary cap NBA sono tante. Non lasciano nulla di intentato. Vengono ogni anno aggiornate con accorgimenti utili a gestire nuove casistiche.
I ragazzi provenienti dai college non possono prendere una cifra superiore al 25% del budget e prevedono una crescita progressiva del proprio stipendio.
Esiste una luxury tax da pagare per le squadre che dovessero superare il limite consentito di spesa. E’ ammessa un’eccezione per l’ingaggio di un giocatore che abbia almeno nove anni di professionismo alle spalle.
Esiste anche un limite minimo di ingaggi sotto il quale non è possibile scendere (il 75% del tetto).
Tutte le franchigie rispettano le regole e chi sgarra paga, con multe salate e squalifiche che possono anche impedire l’accesso alle partite.
Niente a che vedere con le inibizioni che ai nostri dirigenti non fanno neanche il solletico. L’esperienza del salary cap NBA è però difficilmente esportabile. Presuppone un modello paritario tra le partecipanti. Non riconosce per sua natura il diritto sportivo acquisito.
Chi va a spiegare ad Agnelli che la sua Juventus e il Crotone avrebbero il medesimo potere d’acquisto?
C’è in Italia una Lega forte, rispettata e temuta come quella NBA, in cui il Commissioner è insieme amico dei club e giudice imparziale delle sorti del campionato?
Tetto salariale NBA. Negli Stati Uniti il tetto salariale è stato ideato per mantenere equilibrato il campionato e per contenerne i costi. Ecco perché in Italia viene accolto con diffidenza e pronunciato sottovoce…
Ovvero: il tetto può anche servire ma qui il problema sono le fondamenta…