
C’è un evidente momento di stallo tra lo sport e la scienza. Il primo problema è che finora nessuno ha stabilito con certezza cosa significa ‘in sicurezza’. Non è sicuramente il rischio zero, che non esiste e non esisterà fino alla scomparsa del virus. Allora in cosa consiste? Non è mai stato specificato, anche se da febbraio in avanti i protocolli per la ripresa delle attività sportive sono stati scritti, aggiornati, ottimizzati. La conseguenza è che la ripresa dello sport professionistici è avvenuta e ha permesso di completare i campionati di serie A, Liga, Bundesliga, Premier League, coppe europee. Di fare partire la stagione di F1, MotoGp, ciclismo. A breve ripartirà il basket europeo mentre la bolla Nba ha permesso a quello americano di completare la stagione e negli Usa si gioca anche nella Mlb e nella Nhl. Messa così sembra che la parte più difficile sia stata superata e il 2019-20 archiviato come un’anomalia irripetibile. E per questo c’è una domanda di fondo ancora più grande di cui ancora non si è mai voluto parlare a livello mondiale, forse perché le risposte in questo momento sono un bene di prima necessità di cui non disponiamo o più probabilmente perché una risposta comporterebbe dovere prendere in considerazione scenari cui nessuno vuole essere messo di fronte.
Le domande a cui nessuno vorrebbe rispondere
La domanda è molto semplice. Posto che esistono e sono state trovate le condizioni per fare ripartire il calcio o gli altri sport di squadra, quali sono le condizioni per fare in modo che non debba fermarsi di nuovo? L’interrogativo è centrale, perché porta con sé delle conseguenze ovvie. Allo stato attuale, cioè a fine agosto, che garanzie ci sono che possano essere non solo iniziati ma anche completati gli eventi sportivi della stagione 2020-21, quella che si dovrebbe completare con gli Europei di calcio e le Olimpiadi di Tokyo? In altre parole in molti stanno calcolando quante perdite ha generato il 2019-20 in termini economici, ma nessuno si sta domandando cosa significherebbe non riuscire a completare la stagione successiva o a vederla di nuovo interrotta a tempo indeterminato. Il concetto di ‘disputare’ qui è quello che fa la differenza. Significa contemporaneamente farlo partire, fare in modo di non interromperlo e infine completarlo. Togliete anche solo una di queste tre condizioni essenziali e avrete di nuovo una stagione incompleta. La questione si gioca su molti tavoli, primo tra i quali quelle economico, ma il calendario sportivo già adesso è intasato in modo tale da rendere difficili eventuali recuperi. Esiste margine per coprirsi le spalle nel caso in cui la condizione sanitaria peggiorasse ulteriormente, specialmente in autunno e in inverno? La Ligue 1 ha già dovuto rinviare una partita della prima giornata e molte squadre di serie A stanno facendo i conti con giocatori positivi al virus di rientro dalle vacanze.
Il lungo termine
Sono considerazioni che nessuno si pone perché le risposte potrebbero essere spaventose. La prima è che anche la stagione 2020-21, che per motivi misteriosi viene tuttora considerata nell’immaginario collettivo come l’approdo sicuro della ripartenza, è abbondantemente a rischio. La seconda è a cosa va incontro lo sport professionistico se non potesse avere la certezza di vivere una stagione senza interruzioni di calendario e nella quale, almeno nella seconda parte, sia possibile ricominciare ad avere il pubblico agli eventi sportivi. E per sport professionistico non si intendono solo squadre e federazioni, si intendono anche i professionisti che in ogni ambito, da quello mediatico a quello sanitario a quello logistico, vivono con lo sport. Intere categorie sparirebbero. Un buco nero che inghiottirebbe centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Ora è chiaramente uno scenario estremamente pessimistico, ma non utopistico visto che i contagi continuano a essere in crescita su tutto il territorio europeo. Stupisce che a vari livelli, in un momento di emergenza del genere e con prospettive del genere, lo sguardo continui a essere posato verso un orizzonte temporale tanto limitato. Ma adesso è necessario che queste domande vengano poste e che il mondo dello sport possa arrivare preparato anche ad affrontare le conseguenze peggiori provocate dal Coronavirus. In caso contrario sarebbe solo la conferma che la falsa illusione di stabilità e prosperità inaugurata dopo la fine della seconda guerra mondiale abbia prodotto una società, e con essa una classe dirigente, incapace di fare i conti con il futuro mentre è impegnata a fare i conti con un presente che non riesce a decifrare.




