Spalletti e l’allergia alle sfide decisive con la Roma

Spalletti potrebbe non rinnovare con la Roma se non riuscisse a vincere in questa stagione. Ma la sua carriera è ricca di partite decisive perse con atteggiamento e scelte sbagliate. Vediamo quali

Se ne riparlerà, perché l’intervista di Spalletti a France Football uscirà solo a gennaio, ma intanto è stata anticipata prima di Natale e un passaggio recita così. ‘Ho scritto a Babbo Natale di farmi vincere, perché altrimenti me ne vado’. Il tecnico toscano rimane alla Roma solo se da qui a fine anno si alzano trofei? Difficile dirlo in un mondo dove si cambia idea più spesso di un modulo tattico. Ma che Spalletti sia refrattario a rinnovare un contratto che scade nel 2018, legando il futuro ai risultati del presente (e anche a possibili allettanti offerte dalla Cina), non è una novità. Intendiamoci, parliamo di uno dei migliori allenatori d’Italia che nel 2016 ha eguagliato il proprio record di punti nell’anno solare con i giallorossi, 85 come nel 2006. E che rimane l’ultimo allenatore ad avere alzato trofei in città, due coppe Italia e una Supercoppa nella sua prima esperienza capitolina. Intanto, però, c’è una ricorrenza che stona nel suo rapporto con la Roma. Una certa allergia alle sfide decisive, nell’approccio della squadra e nelle scelte tattiche provenienti proprio dalla sua panchina. Come gli animali domestici rispetto ai proprietari, si dice che le squadre somiglino ai propri allenatori. Abbiamo scelto alcune partite emblematiche.

2006-07, Manchester United-Roma 7-1 – E’ forse la più celebre disfatta spallettiana che solo in epoca Garcia, purtroppo, è stata eguagliata. Quarti di finale di Champions 2006-07, la Roma va a Old Trafford dopo avere vinto l’andata 2-1. Bisogna, per completezza di informazione, ricordare come Spalletti vinse 2-0 a Lione agli ottavi e come l’anno successivo espugnò il Bernabeu eliminando il Real Madrid. Anche quelle erano partite decisive. Ma qui la Roma è a novanta minuti dall’entrare nelle prime quattro d’Europa, risultato che manca in Champions dal 1984, anno della finale persa con il Liverpool, e dal 1991 in coppa Uefa, finale persa con l’Inter. Gli si rompe Taddei (decisivo a Lione) nel riscaldamento e sorprende tutti mettendo al suo posto Vucinic, che è più attaccante e meno ala, sicuramente non ha caratteristiche da centrocampista come il brasiliano. La Roma incassa due gol con i primi due tiri e Ferguson stordisce Spalletti tatticamente disegnando un 4-2-3-1 con Giggs, Rooney e Cristiano Ronaldo larghissimi ad aprire gli spazi. Segna per primo Carrick, fine primo tempo 4-0, il gol di De Rossi è bellissimo e inutile.

2007-08, Inter-Roma 1-1 – Nella prima esperienza di Spalletti alla Roma la sua squadra giocava il calcio più bello d’Europa ma spesso si specchiava nella propria bellezza. Un difetto più volte sottolineato dal tecnico, come vedremo più in basso. La sintesi di questo concetto è nella sfida scudetto di San Siro del 2007-08. E’ il 27 febbraio e Mancini ha l’attacco dimezzato. Gli mancano Ibrahimovic e Cruz, gioca Crespo come unica punta. La Roma domina letteralmente, va in vantaggio con Totti. Al 21′ del secondo tempo l’Inter perde anche Maxwell, infortunato quando i tre cambi sono già esauriti. I giallorossi sono padroni del campo ma anche leziosi, sprecano una quantità industriale di palle gol. E si fanno prendere da un nervosismo inspiegabile. Mexes si fa espellere per doppio giallo da Rosetti in uno degli episodi più contestati della stagione, Zanetti a due minuti dalla fine trova il gol del pareggio. La Roma perderà quello scudetto all’ultima giornata, iniziata con 81 punti e l’Inter a 82. Se avesse vinto il confronto diretto, avrebbe avuto tre punti di vantaggio. E il pareggio di Catania avrebbe significato scudetto.

2009-10, Roma-Juventus 1-3 – E’ il prologo alle dimissioni e alla fine della prima esperienza sulla panchina romana. Non lo si può considerare uno scontro decisivo perché arrivò alla seconda giornata, ma sancì la crisi dopo la sconfitta 3-2 all’esordio sul campo del Genoa. Quella Juve di Ferrara vinse all’Olimpico con i gol di Diego, doppietta, e Felipe Melo generando una grande ma momentanea illusione sui sogni di gloria poi riposti nel cassetto. E quella Roma imbambolata mandò su tutte le furie Spalletti, nel suo leggendario sfogo sul tacco e sulla punta e sui tackle.

Sembrava la fine di un ciclo ma arrivò Ranieri a dimostrare che quella squadra aveva ancora da spremere un’altra annata magica. Lo scudetto perso con l’Inter del triplete, quel Roma-Sampdoria 1-2 con doppietta di Pazzini a traguardo quasi raggiunto rappresentano per la generazione dei millenials ciò che Roma-Liverpool era stata venticinque anni prima.

2016-17, Roma-Porto 0-3 – E’ storia di quest’anno. L’1-1 dell’andata permette ai giallorossi di avere due risultati su tre a disposizione per andare ai gironi di Champions. Invece torna un altro classico di Spalletti poi rivisto a dicembre, la scelta tattica apparentemente incomprensibile. Per la difesa avrebbe a disposizione un Fazio poi dimostratosi affidabile in autunno, ma a sorpresa sceglie De Rossi come centrale difensivo. Invece il capitano si fa espellere per un fallo senza senso dall’altra parte del campo al 40′ quando la Roma è sotto di un gol, nella ripresa arriva anche l’espulsione di Emerson. Incomprensibile il nervosismo di una squadra che all’andata aveva dimostrato di potere essere superiore ai suoi avversari e una sconfitta che, emotivamente, ancora non è stata riassorbita.

2016-17, Juve-Roma 1-0 – Storia di questi giorni e altra scelta che continua a fare discutere, quella di schierare un Gerson sempre ai margini della prima squadra nella partita decisiva del girone di andata. Anche qui la Roma potrebbe essere contenta di un pareggio ma lascia i primi venti minuti, proprio come aveva fatto contro il Porto, ai bianconeri. Anche qui De Rossi si prende un giallo evitabile, un nervosismo tipico delle partite più sentite, e la Roma ci mette un’ora prima di decidere che vale la pena giocarla a viso aperto quando non ha più niente da perdere. Finisce comunque 1-0, proprio com’era finita a febbraio con gol di Dybala alla seconda partita dal ritorno sulla panchina giallorossa, in una squadra che ancora non era sua. Ma se riascoltate lo sfogo pubblicato in alto, troverete un filo ricorrente che probabilmente è l’anello debole dello Spalletti allenatore. L’incapacità, oltre ad alcune scelte tattiche poco chiare, di dare alla sua squadra una mentalità vincente e convincente nelle partite più importanti. ‘Se non si fanno i contrasti non si vincono le partite’, diceva. Ed è un difetto che lo Spalletti del 2009 ha trascinato nello Spalletti del 2016 senza una vera soluzione. Perciò la domanda del 2017 sarà: è la Roma a essere un’eterna incompiuta, o lo è anche il suo allenatore?