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Cosa sta facendo la serie A per evitare di essere bloccata (di nuovo) dal Covid?

Risposta sintetica alla domanda del titolo: niente. Risposta concettuale alla domanda del titolo: sperare che i contagi coinvolgano meno possibile squadre e staff. Risposta concreta alla domanda del titolo: uguale alla risposta sintetica. Se si apre in tempo reale un sito sportivo italiano, oppure se si sfoglia un quotidiano sportivo cartaceo, che sia roseo o stampato su carta bianca, la risposta è la stessa. Non sembra essere un problema e nemmeno un tema di attualità. Eppure non è che mancherebbero gli spunti per almeno porsi l’interrogativo su come evitare che gennaio si trasformi in una maratona di gare sospese, rinviate o assegnate a tavolino tra campionato, coppa Italia e già che ci siamo anche la Supercoppa che rimane comunque il primo titolo da assegnare della stagione. In Inghilterra si gioca a oltranza ma dalla Premier League in giù hanno talmente tante gare da recuperare che non sanno dove metterle. Nella Nba si gioca a oltranza ma ci sono circa cento giocatori nel protocollo Covid e diverse partite posticipate. Più vicino a noi, anzi proprio qui, la serie B ha già posticipato due intere giornate di calendario. La serie A di basket nel fine settimana di Natale è riuscita a mandare in scena una sola partita del palinsesto. L’AX Milano ha già saltato due gare di Eurolega e, senza sapere se ce ne saranno altre, ha già il problema su come e quando recuperarle. E’ realistico pensare che questo problema coinvolgerà la serie A, e il fatto che non se ne parli solo perché le squadre sono in vacanza non significa che non sia un problema.


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Anzi, il rinvio di Udinese-Salernitana ha già dimostrato che la strada che a tutti i costi si vuole evitare nei fatti è già stata imboccata. C’è un protocollo studiato più o meno nell’estate 2020, in una fase completamente diversa della pandemia, che permetteva di giocare a patto di avere un certo numero di giocatori a disposizioni. Da Juve-Napoli dello scorso anno (che in maniera inquietante è la stessa gara che aprirà il 2022 e tra gli azzurri ci sono diversi casi di positività che potrebbero fare intervenire l’azienda sanitaria locale) fino appunto a Udinese-Salernitana, ci sono le Asl locali che di fatto superano il protocollo. Rimetti insieme un gruppo di professionisti che hanno passato le feste chissà dove, aumenta il numero di tamponi e di controlli, mescola con la nuova variante Omicron che contagia a velocità doppia e la domanda è subito ovvia: quante partite vedremo il giorno dell’Epifania, prima giornata del girone di ritorno? O anche: vedremo la serie A il giorno della Befana? La risposta più realistica, a entrambe, è no. No perché appunto le Asl hanno l’ultima parola ed è una parola che contiene variabili infinite: numero di contagiati, possibilità di focolaio, situazione epidemiologica del comune o della regione in cui risiede la squadra. Si potrebbe qui introdurre un’altra variabile, o variante a seconda di come la si voglia considerare, ovvero gli interessi spregiudicati di dirigenti che potrebbero farsi venire la tentazione di saltare una partita particolarmente delicata per via degli infortunati e dei contagiati facendo pressione sull’azienda sanitaria locale. Non ci sono evidenze che questo sia già successo o possa succedere, ma forti indizi che sia successo sì. Dovrebbe essere abbastanza perché federazione e lega si mettano a un tavolo a rispondere al quesito primario, ovvero ‘come si fa a mandare avanti la stagione in queste condizioni?’ Condizioni che peraltro peggioreranno dal punto di vista dei contagi andando incontro ai due mesi più freddi dell’anno e più favorevoli alla propagazione del virus e della variante Omicron. Ma non ce n’è traccia. Si trovano enormi approfondimenti sul mercato, interviste al ct Mancini che è sicuro di andare al mondiale e di avere anche un paio di nomi giusti a disposizione per vincerlo, si butta lo sguardo agli ottavi di Champions League. Solo spulciando sul sito di Repubblica si trova quasi invisibile un’intervista al dottor Castellacci che approfondisce il problema dei protocolli sanitari. Sulla Gazzetta dello Sport, più o meno a metà giornale, c’è un’intervista a Gravina che si interroga su come gestire il green pass rafforzato negli spogliatoi delle squadre professionistiche e apre all’obbligo vaccinale, ovvero un’analisi concettuale della situazione generale e non focalizzata su quella che si troverà a gestire la serie A tra una settimana. Si tratta insomma la materia calcio come se fosse tutto normale. E’ come preoccuparsi che la torta in forno bruci o non bruci mentre fuori dalle finestre sta bruciando tutto il paese.

Il perché questo succede richiede una risposta complessa all’interno di uno schema complesso come quello di una pandemia mondiale, senza dimenticare che navigare all’interno di un’emergenza mai vista prima in epoca moderna è difficile, a tratti impossibile e soprattutto non c’è nessuna certezza che un’azione di prevenzione abbia sicuramente un effetto positivo in relazione al risultato che si vuole ottenere. Certamente si possono citare gli interessi economici e i diritti televisivi che sono alla base dello spettacolo mandato avanti a tutti i costi (senza entrare nel merito tecnico, ovvero risultati e classifiche condizionati più dalle assenze che dalla presenza in campo di un numero più o meno ampio di protagonisti), anche se tecnici e giocatori della Premier League lanciano appelli inascoltati che a ben vedere non riguardano i rischi legati al Covid, non soltanto almeno, ma a quelli di un calendario che dall’estate del 2020 è stato sempre più intasato ed è alla base dell’aumentato numero di infortuni, soprattutto muscolari, che sta condizionando il calcio di vertice in ogni parte del mondo. Quindi non è naturalmente soltanto la serie A a non preoccuparsi di come velocizzare la propria capacità di intervento di fronte a una pandemia che cambia continuamente le carte in tavola, ma a livelli più ampi anche Uefa e Fifa. Riforma della Champions League, discussione sul mondiale biennale, come se si potesse aumentare all’infinito il numero di eventi senza prima o poi preoccuparsi della tenuta fisica ed emotiva di chi li deve mettere in scena. C’è una sovrappopolazione sul pianeta che nessuno considera alla base di eventi estremi come una pandemia e c’è un sovraccarico nei calendari che nessuno considera alla base dell’incapacità di governarli (il che, tra parentesi, era un problema già evidente ma appena dibattuto già prima della pandemia). Il caso della Salernitana che non gioca alla Dacia Arena ma rischia di non giocare affatto nel girone di ritorno se non avrà un acquirente entro il 31 dicembre è invece l’emblema dello stallo del sistema calcio italiano, la cui filosofia è ‘non preoccupiamoci di prevenire eventuali problemi ma preoccupiamoci solo quando rischia di essere troppo tardi per risolverli’. In concreto significherebbe iniziare già adesso a elaborare una cabina di regia univoca e non locale, stabilire un tetto di partite massimo da recuperare oltre il quale non si può andare, ritornare a un sistema di prevenzione più rigido almeno per il gruppo squadra (ma anche qui la complessità del tessuto sociale in cui si muovono gli individui, compresi quelli che hanno possibilità superiori alla media come i giocatori professionisti, rende particolarmente difficile recuperare anche la famosa ‘bolla’ che aveva salvato il campionato 2019-20, soprattutto in presenza di una variante così contagiosa) e appunto come diceva il dottor Castellacci un protocollo adeguato alla fase della pandemia che impedisca scene surreali come quella di Udinese-Salernitana in cui una squadra va allo stadio ad aspettare l’altra sapendo già che l’altra non è nemmeno partita. Cose che succederanno quasi certamente, ma altrettanto quasi certamente succederanno solo dopo avere visto rinviate un numero di partite tali che potrebbe essere difficile recuperare considerando che poi ci saranno anche i playoff per andare ai mondiali e il calcio italiano è unito soltanto quando si tratta di dichiarare che non ci si può permettere di saltarli per la seconda edizione consecutiva. Ci sarà di nuovo qualcuno che dirà ‘siamo stati colti di sorpresa’ o ‘non ci aspettavamo una crescita così rapida dei positivi’ che è come dire ‘ho puntato tutto sulle mie possibilità di fare sei al Superenalotto ma sono stato colto di sorpresa dal fatto di non esserci riuscito’. Ecco, la serie A sta puntando tutto sull’ipotesi che in casa sua non succeda quello che sta succedendo nelle case di tutto il resto del mondo. Il che è obiettivamente troppo poco per non pensare che almeno qualcosa di più poteva e doveva essere fatto.

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