Roma e Juve, le squadre che si scambiano il destino e travolgono il calcio spagnolo

La Roma e la Juve si scambiano il destino per una notte, vincente quello dei giallorossi e sadico quello dei bianconeri, travolgendo l'invincibile calcio spagnolo degli ultimi anni

Pare uno di quei film che tanto piacevano a Hollywood negli anni Ottanta e Novanta nei quali all’improvviso, dalla notte alla mattina, un adolescente si ritrovava adulto nei panni di Tom Hanks. Oppure un ragazzo si risvegliava nel corpo di una ragazza e viceversa. Oppure, semplicemente, i protagonisti si scambiavano la personalità. Tra martedì e mercoledì è successo anche a Roma e Juve, di scambiarsi la carta d’identità, le emozioni, i risultati e i sentimenti.

Poteva essere il primo aprile e sarebbe stato uno scherzo perfetto, è successo una decina di giorni più tardi ma lo stesso si fatica a crederci. La Roma aveva perso 4-1 al Camp Nou, la Juve 3-0 nel proprio inespugnabile fortino, chi avrebbe avuto l’audacia di immaginare che una settimana più tardi l’arido calcio italiano avrebbe fatto vacillare, e rischiato di fare crollare, il florido calcio iberico? Eppure è successo. E non solo è successo, ma quella minuscola differenza tra qualificazione ed eliminazione, quel soffio dentro un fischietto che decreta un rigore a tempo scaduto nella notte leggendaria e poi solo amara del Bernabeu, tocca alla Juventus viverla. Non alla Roma.

Eppure la storia aveva insegnato il contrario. La parte giallorossa della capitale era convinta a ragione che la legge di Murphy fosse stata coniata dentro le sue mura. Il destino della Roma è circolare, è anulare, proprio come il raccordo, magari fa un giro di 68 km intorno a sé stesso ma poi torna immancabilmente al punto di partenza a ricordare che le imprese le puoi sfiorare, accarezzare, quasi abbracciare, ma poi ti sfuggono dalle mani. ‘Grobbelaar’ in tutti gli altri paesi del mondo era un portiere con i baffi e un carattere bizzarro. A Roma non è un cognome, è un aggettivo sinonimo di angoscia, ansia e disperazione. Come lo sono Barbas (doppietta), come pure lo è Rizzitelli (che nel 1991 fece solo metà della rimonta in finale di Coppa Uefa contro l’Inter, prima di fare palo a Mosca nella gara che doveva dare, ma tolse, gli Europei all’Italia di Vicini), come Vavra, come Pazzini Giampaolo. La casistica è smisurata ma Roma-Liverpool, Roma-Inter, Roma-Slavia Praga, Roma-Sampdoria del 2010 sono tutti episodi consumati dal destino sadico sul prato dell’Olimpico. E invece. Ti viene la partita perfetta contro la squadra più forte, quella che di solito è perfetta e invece sbaglia tutto. Dall’inizio alla fine. C’è un momento, dopo il 3-0 di Manolas, nel quale lo scenario sembra apparecchiato per la beffa. Invece Messi diventa Fantozzi in scapoli e ammogliati, vince per caso un paio di rimpalli e poi mette fiaccamente la palla nelle mani di Alisson, a un passo dalla porta. Come fai a crederci? E infatti a Roma si festeggia tutta la notte. Si festeggia per la rotonda perfezione dell’impresa ancora più che per l’ingresso tra le prima quattro squadre d’Europa. E’ il destino ribaltato a generare incredulità ancora prima del risultato.

Eppure la storia aveva insegnato il contrario. Ovvero che è la Juve quella a cui i rigori nel dubbio si danno a tempo scaduto. E’ raro vedere un’impresa incompleta dei bianconeri, pure se in Champions League sono capaci di incredibili opere di masochismo pregiato. Per questo pareva che il 3-0 del Bernabeu non potesse essere scalfito almeno fino ai supplementari. Sembrava il solito copione: la Juve fa l’impresa che non è mai riuscita a nessuno, denuda il Real nel proprio giardino, e poi magari va a perdere in finale in un altro modo incomprensibile e imprevedibile. Ma dopo, non prima. Invece il destino si fa Cristiano Ronaldo, uno che va in cielo due volte. La prima allo Stadium, con quella rovesciata contraria alla fisica. La seconda a tempo scaduto, al ritorno, saltando dove forse nella storia era arrivato soltanto Pelè nella finale del 1970 contro l’Italia, trasformando un innocuo spiovente destinato oltre la linea di fondo in un assist di testa che genera il rigore di Benatia. Su cui si discuterà per sempre. E non conta se ci fosse o meno. Conta l’epilogo, Buffon che voleva alzare l’unica coppa che mancava alla sua collezione e l’ultima cosa che vede alzarsi per aria nella sua carriera europea è un cartellino rosso. E’ Cristiano, amico intimo di Piccinini e Pardo che lo chiamano così da anni, che tira un rigore perfetto all’incrocio dei pali. E’ la Juve che diventa Roma, che si arrende a un singolo, minuscolo episodio che in un paio di secondi diventa più grande e decisivo di 93 minuti leggendari.

E’ la storia che si ribalta, così come il calcio italiano ribalta quello spagnolo. Finisce 6-1 il conto dei gol delle due partite, la Roma va avanti, la Juve no, ma Barcellona e Real Madrid vengono sgretolate. Vengono fatte a pezzi le squadre che hanno vinto le ultime quattro Champions League. Roba da non credere. Poi, silenziosamente, in mezzo al delirio romanista qualcuno si sarà anche accorto che a circa 1719 km in linea d’aria dalla capitale, un egiziano che fino all’anno scorso vestiva la maglia della Roma sta trascinando il Liverpool dove mancava da undici anni. E che le probabilità di incontrarli entrambi nel sorteggio di venerdì sono del 50%. E che se non è in semifinale, allora potrebbe essere pure in finale. E… ma questa la racconteremmo subito, se non fossimo dentro un film hollywoodiano. Ma siccome ci siamo dentro, vediamo se per una volta finisce come deve finire. Con il lieto fine.