X

I 60 anni di Larry Bird, la leggenda bianca della Nba

‘E’ grasso, è lento, non salta’. Ed era pure bianco. Ve lo ricordate ‘Chi non salta bianco è’, film geniale sullo streetball della West Coast ma castrato in Italia da una grossolana traduzione del titolo, che era ‘White men can’t jump?’. I bianchi non saltano. Era vero fino a un po’ di tempo fa ed era ancora più vero nel caso di Larry Bird. Questo dicevano di lui all’inizio della sua carriera universitaria e Nba. Se lo diceva da solo, perché nella genialità del personaggio c’è anche una forte dose di autoironia. Larry Bird che compie oggi 60 anni ma che è rimasto incastrato, congelato, immobile nell’epoca d’oro del basket americano, gli anni Ottanta, che grazie a lui e a Magic, ai Celtics e ai Lakers iniziò ad arrivare nelle nostre case con costanza.

Se nasci contadino nell’Indiana, terra di campi e motori ma soprattutto di pallacanestro, sai già che sarai un tiratore. Se sei bianco, appunto, è ancora più che destino, è ineluttabilità. Bird è stato il primo grande esempio di rivoluzione nei confronti dell’establishment cestistica. La mente che si ribella al corpo. La testa che rifiuta Indiana University del leggendario e temutissimo Bobby Knight perché troppa pressione fa male alla salute. Si mise a fare lo spazzino e poi si convinse che tutto quel talento non andava sprecato ma messo sotto teca in un ambiente domestico. Se ne andò a Indiana State, università minuscola, e la portò in finale Ncaa nel 1979 contro Michigan State. Fu la prima sfida tra Bird e Magic Johnson. Vinse Magic ma contava poco perché quella gara tuttora è ricordata come la finale più seguita e sentita nella storia della pallacanestro americana. Molto più di qualsiasi finale Nba.

Subito dopo, Bird vs Magic, Celtics vs Lakers diventarono i primi veri hashtag sportivi della storia. Molto più di una rivalità. Due filosofie distinte a stelle e strisce. La spettacolare spensieratezza degli abitanti del Pacifico e la concreta durezza di una città laboriosa. Il caldo costante, in spiaggia e sul campo, contro il freddo glaciale dell’inverno e della difesa quando non ti fa muovere il pallone. A seconda della propria indole ci si schierava da una parte e dell’altra. Andavano sempre loro in finale, Bird ci fece tre titoli, Magic quattro. Ma contava poco anche lì. Erano loro i padroni della Nba. E però c’è un però.

Che Magic era un play di due metri abbondanti, era avanti anche atleticamente, un’eredità poi raccolta da LeBron James venti anni dopo. Bird era Bird. Grasso, lento, non salta. Ma a che ti serve essere atletico quando hai un senso perfetto della posizione? A che ti serve essere veloce quando leggi il gioco un secondo prima degli altri e sai dove andrà il pallone, o dove mandarlo, sempre con un passo di anticipo? A che ti serve saltare se hai probabilmente la tecnica più pura e impeccabile nella storia del gioco? Mescolate tutto con un’etica del lavoro feroce. ‘C’è gente là fuori che in questo momento si sta allenando per superarmi, come posso fermarmi?’. Lo ripeteva nelle infuocate estati dell’Indiana, dove si faceva quaranta miglia in bici e poi su un campo all’aperto senza mai smettere prima di avere segnato ottocento tiri.

Poi Bird era autoironico, ma anche sarcastico. Re del trash talking se ce n’è stato uno. C’è una sorte di perverso senso di giustizia nel vedere uno sgraziato bianco, biondo, pallido 206 cm prendersi gioco di atleti più veloci, più aggressivi, più atletici per tutta la sua carriera. ‘Allora, chi arriva secondo oggi?’ esordì entrando nello spogliatoio prima della gara del tiro da tre punti all’All Star Game del 1988. Quella in cui alza il dito in segno di vittoria prima ancora che l’ultimo pallone impatti il nylon. Riguardatelo qua.

Che non ci sono parole migliori delle immagini. Il tempo è passato anche per lui ma curiosamente sembra esserci una patina che impedisce al mondo di ricordare quello che ha fatto dopo. Per esempio essere un allenatore geniale, agli Indiana Pacers. Mise in crisi Michael Jordan e i Bulls nelle finali della Eastern Conference del 1998, costringendoli a gara 7. Li portò in finale contro i Lakers, sempre i Lakers sul suo cammino, nel 2000. Ma, ancora, troppa pressione, troppo stress, troppo tutto per uno che ha sempre avuto chiaro il concetto di qualità della vita. Smise presto di allenare. Continua a stare dietro una scrivania, è presidente dei Pacers. Indiana e Boston, terra di lavoratori e palla che rimbalza. Non è casuale che siano stati gli unici due stati ad accogliere i frutti, in campo e in panchina, di un uomo che ha trascinato la Nba nell’epoca moderna.

Articoli correlati