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Nba Finals, gara 5: la notte degli Splash Brothers

Si assegna il titolo nella notte Nba, se i Warriors battono i Cavs. Ed ecco le cinque chiavi, anche dal punto di vista delle scommesse, per orientarvi in quella che può essere l’ultima partita della stagione Nba.

Splash Brothers – Fino a gara 4 erano stati come le lucciole, intermittenti e a tratti perfino timidi. Non si erano mai accesi insieme. Poi, per espugnare la casa dei Cavs, 63 punti in coppia su 108 segnati da Golden State, 11 delle 17 triple a bersaglio con la loro firma. Naturalmente hanno aspettato il momento giusto per dire al mondo quello che il mondo già sapeva: che in questo periodo storico non c’è coppia di esterni più forte di loro. Nel senso più puro del termine: non è una questione di statistiche o di costanza di rendimento, quanto di essere decisivi nelle partite nevralgiche. L’avevano già fatto contro Oklahoma City, sotto 1-3, l’hanno rifatto a Cleveland portando i Warriors sul 3-1. La differenza è che questa serie non potrà essere ribaltata.

Raddoppi difensivi – Steve Kerr è solo al secondo anno da head coach, eppure ha studiato attentamente come lavorare su LeBron James: non lo raddoppia mai sul perimetro, accetta che il suo difensore venga battuto, chiede che venga mandato in un punto preciso dentro l’area. Ovvero dove ad attenderlo c’è Draymond Green. Risultato: il Re nervoso per colpi anche oltre il regolamento e strategia vincente. Ma Green per gara 5 è squalificato (colpo basso a James in gara 4, come avvenne con Adams in finale di Conference: allora graziato, oggi sospeso per una partita) e questo complica le strategie difensive dei Warriors. Di là Tyronn Lue si è dato la zappa sui piedi: ha ordinato il raddoppio quasi sistematico e altissimo su Curry in punta, uno dei difensori coinvolti è stato Irving che non brilla per letture difensive, risultato: record di triple mandate a bersaglio in una gara di finale per i Warriors.

Triple – Ed ecco qui l’altra chiave: nonostante sia stata una serie meno influenzata dalle percentuali da tre di quanto ci si aspettava, alla fine i Warriors hanno girato la partita più importante delle Finals con il loro marchio di fabbrica primario. Nessuna squadra nelle Finals aveva mai mandato a bersaglio 17 triple in singola partita. Che ci sia riuscita la Golden State dei record macinati è solo fisiologico. Che l’abbia fatto nell’inferno della Quicken Loans Arena, con l’inerzia in mano ai Cavs, nella partita grimaldello della serie, è conferma del fatto che questi sono i più forti in assoluto. Mentalmente, prima che tatticamente o fisicamente.

Difesa – Il marchio di fabbrica secondario dei Warriors? Se ne parla meno rispetto al loro attacco, ma è la difesa che li porta al secondo titolo consecutivo. In California avevano scelto di togliere dalla partita almeno uno tra Irving e Love, a Cleveland dovevano ridurre l’impatto delle seconde linee dei Cavs. Missione fallita in gara 3 ma compiuta in gara 4. LeBron James si è trovato di nuovo in compagnia del solo Irving, che a sua volta ha fatto canestro. Ma guardate come: con 28 tiri, e se sommate i 21 di LeBron avrete che in due si sono presi 49 tiri sugli 81 di squadra. Molto più della metà. E se ai Cavs, in casa, togli il cast di supporto, quello che succede è che a Oakland possono organizzare con calma la parata per il back to back.

Oracle Arena – Andateci voi, a espugnarla in una partita che se vinta regala l’anello ai padroni di casa, pure se non hanno Green. I Cavs, questi Cavs, hanno dimostrato di non poterlo fare in regular season e nemmeno nelle prime due partite della serie. Possono farlo con le spalle al muro, sapendo di non poter sbagliare? Paradossalmente è una situazione emotiva più facile che nel prologo delle Finals, ma vale anche il discorso opposto. Può, una squadra che non sbaglia mai le partite decisive, sbagliare proprio quella che li rende campioni Nba davanti al pubblico amico (cosa che non successe nel 2015)? No, e infatti è quello che credono anche i bookmakers, che li quotano tra 1.20 e 1.28 mentre Cleveland è lontanissima: tra 3.70 e 4.00.

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