
Dobbiamo prendere atto che per un po’ di sport giocato non ne avremo, perciò se vogliamo sentire ancora il rumore di un pallone che rotola e rimbalza dobbiamo andarci a rivedere vecchie partite, vecchie gare, vecchi eventi sportivi oppure direttamente in videoteca, facendoci cullare dalle opportunità che la rete ci offre per stare a contatto con le nostre passioni. Ecco una lista per forza di cose incompleta di film sullo sport che meritano di essere visti, senza stilare una classifica con considerazioni tipo ‘migliori’ o ‘più belli’ che sono necessariamente soggettive, ma che per contenuti, trama ed emozioni meritano di essere visti o riscoperti. E sì, abbiamo volutamente tenuto fuori il calcio al quale dedicheremo un articolo a parte.
Coach Carter
Film del 2005 e tratto da una storia vera, racconta la storia di un ex cestista di un liceo californiano (Richmond High School) dalle parti di Oakland che accetta la sfida di allenare una squadra (e una scuola, come confermerà la preside) allo sbando. Poco conosciuto e celebrato rispetto a film più famosi sullo sport, l’interpretazione di Samuel L. Jackson è abbondantemente una delle migliori della sua carriera. In questa pellicola si vede anche la California meno scintillante e più degradata sul piano sociale e urbano, le scene di basket giocato sono tra le più convincenti mai catturate sullo schermo e nel cast come membro della squadra c’è anche Rob Brown, protagonista insieme a Sean Connery di un altro capolavoro sportivo come Scoprendo Forrester.
Moneyball – L’arte di vincere
Se c’è un film sullo sport che merita di essere visto per capire come si è evoluta la visione e l’analisi statistica nelle competizioni sportive professionistiche nell’ultimo decennio è questo capolavoro del 2011 con un Brad Pitt monumentale nei panni di Billy Beane, gm degli Oakland Athletics di baseball nella stagione 2002. Si introduce il concetto di sabermetrica in un condimento di contrastanti emozioni personali e la spietata competitività dello sport professionistico americano. C’è una colonna sonora calda e scarna, c’è suggestione in ogni inquadratura, c’è ancora la California che non finisce sulle copertine e c’è un Jonah Hill perfetto nel ruolo di spalla.
Invictus
Clint Eastwood ha dimostrato di avere tocco fatato anche quando si è confrontato con il mondo dello sport e lo ritroveremo in questa lista. Qui racconta la storia della coppa del mondo di rugby 1995 vinta dal Sudafrica in casa, ma è in realtà quasi solo un pretesto per raccontare la storia di Nelson Mandela, la situazione contraddittoria e a tratti spietata di un paese diviso in due, la capacità di riunire un paese intorno a una squadra capitanata da Francois Pienaar che è interpretato da un altro gigante come Matt Damon. Storico, oltre che magnetico.
Million Dollar Baby
Sempre Clint Eastwood che in questa pellicola del 2004 dirige una memorabile Hilary Swank e il solito impeccabile Morgan Freeman. Quattro premi Oscar che non sono nemmeno la parte più importante di un film che per la prima volta si sofferma sul pugilato femminile, mentre quello maschile è stato ampiamente visitato da Hollywood, e che dal ring si sposta verso la tragedia umana, la sofferenza e la forza, la consapevolezza dell’essere umano di fronte all’orizzonte che diventa oscuro. A tratti cupo, crudo, disincantato, ha anche il merito di fare riflettere su temi delicati e attuali come l’eutanasia.
Toro scatenato
Martin Scorsese, un Robert De Niro irriconoscibile, un film in bianco e nero e la storia di Jake LaMotta. Si potrebbe chiuderla qui visto che stiamo di fronte a una delle interpretazioni più intense nella storia del cinema a cospetto di una pellicola biografica che tocca New York, il Bronx, il degrado e tutto ciò che sta dietro e sotto le luci del ring. La boxe è una conseguenza, Joe Pesci che recita nel ruolo del fratello e manager di LaMotta vale ogni grammo dell’Oscar vinto come migliore attore non protagonista. E anche Scorsese raramente, dopo, ha raggiunto queste vette.
Cinderella Man
C’è anche Ron Howard che si è confrontato con la boxe in questa lista, raccontando la storia vera di Jim Braddock che finisce per combattere e vincere il titolo dei pesi massimi al Madison Square Garden nel 1935. Qui il tema vero è quello della grande depressione, di immigrati a New York che provano a lavorare e quando non ci riescono si arrangiano come possono, a volte combattendo. Il cast è stellare con Russell Crowe, Renée Zellweger, un Paul Giamatti a tratti irresistibile nel ruolo di manager e un Craig Bierko sorprendente nel ruolo del campione del mondo Max Baer, insolente e insopportabile come poteva essere l’uomo che aveva mandato al tappeto Primo Carnera.
Jerry Maguire
Il mondo senza scrupoli degli agenti americani in leghe come la Nba, la Nfl, la Mlb, attraverso un Tom Cruise che si fa venire una crisi di coscienza e si ritrova improvvisamente senza clienti tranne uno, lo scatenato Cuba Gooding Jr che per l’interpretazione di Rod Tidwell si prese l’Oscar come migliore attore non protagonista. La storia d’amore con Renée Zellweger tende al melenso, ma il mondo di squali che popola l’oceano dello sport professionistico è reso alla perfezione e c’è di tutto. Fidanzate arriviste, genitori di potenziali fenomeni che non esitano a tradirti alle spalle, colleghi che hai fatto crescere che all’improvviso ti pugnalano. La morale finale è tipicamente hollywodiana ma rimane un meraviglioso affresco di ciò che ruota intorno alle leghe più famose del mondo.
Glory Road
Titolo imprescindibile per chi ama la pallacanestro, meno conosciuto di altre pellicole ma con il merito di raccontare la storia di una squadra e di un coach, Texas Western e Don Haskins, che cambiarono per sempre il basket Ncaa e lo sport americano. Haskins decise di puntare quasi esclusivamente su giocatori di colore in un paese che nel 1966 era ancora ferocemente diviso dal razzismo, spaccato in due. Texas Western vinse il titolo Ncaa e in questa pellicola Josh Lucas nei panni di Haskins è ai suoi massimi, come Jon Voight che interpreta Adolph Rupp, coach geniale e razzista di Kentucky dal 1930 al 1972 che era semre stato apertamente ostile ai giocatori di colore.
Ogni maledetta domenica
La scena di Al Pacino che motiva i giocatori alla fine del primo tempo di una partita di playoff è ormai usurata e logora per quante volte è stata citata in ambito sportivo, ma ormai addirittura sociale. Ma in questa pellicola di Oliver Stone a parte una collezione di grossi calibri che va da Cameron Diaz a Jamie Foxx passando per Dennis Quaid ci sono tante altre cose. La voglia di emergere dei rookie, la paura di perdere gli ultimi momenti di gloria dei veterani, la necessità di giocare a tutti i costi da parte di uomini che non hanno alternative al campo e l’etica discussa che diventa discutibile di medici che per non interrompere i loro sogni li mandano in campo anche quando non dovrebbero. Peccato non ci siano le licenze delle squadre Nfl originali.
The Fan – Il mito
Questo film del 1996 di Tony Scott con uno scatenato Robert De Niro protagonista tende a deragliare nel finale, ma ha il merito di raccontare il sottile confine tra la passione e l’ossessione che separa i tifosi dai loro idoli. De Niro è un fan sfegatato dei San Francisco Giants, si scopre progressivamente che è anche uno squilibrato, e va in estasi quando la squadra annuncia di avere ingaggiato da Atlanta il suo idolo Bobby Rayburn (Wesley Snipes) che però delude le attese. De Niro fa di tutto per aiutarlo, e con di tutto intendiamo di tutto, ma resta sconvolto quando scopre che i suoi sforzi non vengono apprezzati dal suo idolo. Da qui parte una girandola inverosimile, ma il tema rimane interessante.
Chi non salta bianco è
Premio per la peggiore traduzione senza senso da un titolo originale, che è White men can’t jump e che da solo spiega tutto. E’ il mondo della pallacanestro di strada, quella dei playground, delle scommesse illegali, dei bidoni che puoi tirare a chi il giorno prima era tuo compagno di squadra e della giungla della Los Angeles dei bassifondi nella quale sopravvive il più forte. E’ anche il mondo dei pregiudizi, qui riassunti con ‘i bianchi non hanno mezzi atletici per giocare contro i neri’ e ‘i neri pensano prima a fare bella figura e poi al risultato della partita’. In mezzo ci sono Wesley Snipes e Woody Harrelson ai loro picchi di interpretazione e c’è anche probabilmente la migliore fotografia sociale di una Los Angeles che all’epoca, nel 1991, stava per essere sconvolta dai disordini provocati dal pestaggio di Rodney King che diede vita alla rivolta.
Rocky I e II
Teniamo fuori tutti i film della saga dal terzo in poi perché Stallone diventa irriconoscibile sia fisicamente che nella sceneggiatura che parte per la tangente verso una celebrazione in salsa stelle e strisce della superiorità americana prima sul piano filosofico che sportivo. Ma il primo e il secondo Rocky rimangono capolavori ambientati sulla East Coast, in una Philadelphia per niente ospitale e quasi sempre glaciale, e anche se la storia dell’uomo che ce la fa contando solo sulle proprie forze è lisa e ritrita, la caratterizzazione di Rocky Balboa rimane un unicum nella storia del cinema.
Lo spaccone
Se vogliamo considerare il biliardo come uno sport, non si può prescindere. Eddie lo Svelto, ovvero un magistrale Paul Newman come non si sarebbe più visto fino a La Stangata, la nemesi di Minnesota Fats. Ovvero il talento sregolato senza confini contro la metodicità e la freddezza di mano e di pensiero. Naturalmente in una cornice fatto di gioco d’azzardo, soldi facili, crimine e degrado. Il colore dei soldi, seguito del 1986, merita una citazione per il conflitto permanente che segna il rapporto tra l’anziano Paul Newman e il giovane Tom Cruise.
Io, Chiara e Lo Scuro
Che è praticamente la versione italiana de Lo Spaccone, con il Francesco Nuti dei primi lavori che ancora brillava per originalità e intenzione. A tratti dimenticabile, ma la scena in cui Nuti descrive la creazione dell’universo con la stecca in mano resta irresistibile, soprattutto quando si ricorda che ‘ah già, dio era mancino’.
Un mercoledì da leoni
Surf, grandi onde e il concetto di vita visto come lo descrive il regista John Milius, ovvero l’alternarsi delle stagioni, delle varie fasi della vita dell’uomo, come mareggiate o come tempeste che ne scandiscono la quotidianità. Le atmosfere di questa pellicola sono tra le più suggestive di ogni epoca, c’è in mezzo la maternità, la paternità, la guerra in Vietnam, il fallimento, la rinascita, la consapevolezza.
Momenti di gloria
L’atletica in mezzo alle due guerre mondiali, la religione e la fede in continua interferenza o se volete simbiosi con lo sport e la storia vera di Eric Liddell e Harold Abrahams, due velocisti britannici impegnati nelle Olimpiadi del 1924. Uno cristiano, l’altro ebreo, un film sull’amicizia e sui valori dello sport in maniera certamente edulcorata ma indubitabilmente suggestiva.
Colpo vincente
Altra traduzione senza senso dall’originale Hoosiers, è un film quasi introvabile e per lunghi tratti in Italia quasi sconosciuto che racconta la storia della Milan High School che nel 1954 vinse il torneo di basket dei licei dell’Indiana, una competizione gigantesca tra scuole a volte minuscole. Candidato a due premi Oscar, un geniale Gene Hackman è Norman Dale, turbolento coach che viene reclutato a Hickory per allenare l’high school. C’è un meraviglioso Dennis Hopper nel ruolo di un alcolizzato assistente allenatore e per l’epoca, film del 1986, le scene di basket giocato anche riguardandole oggi resistano di una verosimiglianza impressionante. E se non avete mai visto la scena in cui Gene Hackman bisticcia volutamente con gli arbitri per farsi espellere, è ora di colmare questa lacuna.
Rush
Ron Howard torna nello sport con la storia della rivalità tra Nicki Lauda e James Hunt, che è molto di più della competizione tra due piloti che lottano per il titolo di F1 nel 1976. La storia non è priva di errori, ma conta poco. Il duello è emblematico tra il freddo teutonico che calcola ogni rischio, compreso quello eccessivo al Fuji dopo l’incidente del Nurburgring, e del focoso britannico che corre per il tutto e subito. Il ritmo in un film sulla F1 fa la differenza, e qui la fa.
Tonya
Margot Robbie è strepitosa, lo sapete tutti, ma qui è addirittura superlativa nell’interpretare la pattinatrice Tonya Harding che nel 1994 fu protagonista di un episodio che ebbe clamore mondiale insieme a Nancy Kerrigan, sua rivale che fu aggredita prima delle Olimpiadi invernali di Lillehammer. La passione per lo sport che diventa ossessione, un rapporto malato con la madre, conflittuale con il compagno, le infinite contraddizioni e il bigottismo della provincia americana che formano insieme una ricetta esplosiva.






