Maratona Boston
Carlo Viani ha 49 anni. Nella vita fa mille cose, tutte bene. Marito. Padre. Impiegato. Attore. Comico. Cabarettista, all’occasione. Ma soprattutto Runner. Una passione che ha cambiato in meglio la sua vita e che ci racconta in queste righe, prendendo spunto dalla sua ultima Maratona. Quella corsa a Boston qualche giorno fa…
Corro.
Corro perchè mi piace, m’appassiona. Si ok farà anche bene al corpo, alla mente, tutto giusto, ma se non mi piacesse mi incatenerei al divano e tanti saluti a tutti.
Ci tengo a precisare che io corro, non rincorro. Lo faccio perchè mi appaga fisicamente e nello spirito, forse è per questo che corro a due velocità: quella delle gambe, che cerco sempre di aumentare e quella della testa che cerco di diminuire drasticamente. Stancare il corpo per rinforzare l’anima (che detta così mi fa sembrare Osho de’ San Paolo Ostiense). E comunque corro e non rincorro perchè non devo superare nessuno se non me stesso.
Capita poi che alla soglia dei 50 anni tu scopra di avere il tempo certificato per poterti iscrivere alla Maratona di Boston…e allora che fai? Ci stai ancora pensando? E quando ti ricapita?? Ti iscrivi alla più antica maratona moderna (121 edizioni, non me ne vogliano i newyorkesi, anche perchè nella grande mela basta pagare le agenzie viaggi…qui NO) e inizi a sognare.
Quando atterro al LOGAN Airport di Boston (6.30 del venerdì pomeriggio) ancora non mi rendo conto di quello che sta per succedere, ma basta attendere il mattino seguente per iniziare a farsi un’idea. Si va all’EXPO a ritirare il pettorale e la fila per entrare gira tutto intorno all’isolato.
Siamo tantissimi, 32.000 iscritti più accompagnatori, a Roma sarebbe già tutto in tilt, qui la macchina organizzativa è pressochè perfetta e in una quarantina di minuti pendiamo pettorale e pacco gara.
Adesso è tutto fatto, bisogna solo attendere le 10:25 di lunedì mattina, il Patriots’ day. Cammini per strada e senti che man mano che le ore passano l’atmosfera cambia, l’aria monta. I senesi che aspettano il palio sanno cosa voglio dire. Ma qui si corre su due gambe e i Runners riempiono Boylston street (l’area del traguardo) per immortalare i momenti che precedono una gara da sogno.
Si cerca di conoscere un po’ più da vicino questa città bellissima a metà fra ‘700 e grattacieli cercando di preservare le gambe. All’uopo l’ATAC del Massachussets (solo un tantino più efficace) ci da una grossa mano scarrozzandoci nel campus di Harvard prima e in quello del MIT poi (va bene il corpore sano…ma pure un po’ di mens non guasta, che dite?).
La domenica la dedichiamo al Freedom trail, al Quincy markey, al waterfront e alla cena ufficiale pre gara, offerta a tutti i maratoneti. Efficienza imbarazzante, saranno pure esportatori di democrazia, ma per ciò che riguarda l’organizzazione degli eventi bisogna solo inchinarsi. Certo la pasta è scotta, ma metticele tu sedute a tavola 64000 natiche.
Si va al letto presto perchè domattina alle 7:40 ci portano a Hopkinton.
L’arrivo all’Athletes Village di Hopkinton ha un sapore biblico, sembriamo un popolo in corsa verso una terra promessa che dista 26.2 miglia. Al confronto 40 anni di deserto sembrano un gioco da ragazzi.
Anche li, lezione di logistica: migliaia di bagni chimici (e chiunque abbia fatto una gara podistica ne capirà l’importanza), carboidrati, potassio, acqua e caffè in grande quantità sono a disposizione di tutti. Gli altoparlanti chiamano a raccolta le varie ondate di partenza e allora capiamo che è arrivato il nostro momento.
È l’attimo che ricorderò con maggiore emozione, si entra nel percorso delimitato dalle transenne e uno stuolo di volontari (9400 su tutto il percorso) è li a sorriderti, a darti il cinque, a dirti di goderti la gara. Enjoy the race! Good Luck guys! Sento il sangue che mi bolle dentro, lo stomaco si chiude, ma non come quando ero all’università in attesa della chiamata per l’esame, è un meraviglioso magone che quasi mi fa piangere di gioia.
Per ora è solo un fatto di gambe, leggera discesa e controllo del respiro. Il fiume umano scorre fra due argini ininterrotti di folla che non ci lasceranno mai per tutta la durata della gara. Ci incitano, urlano, applaudono, sono carburante umano. Bambini che allungano la mano per chiederti un high-five, per porgerti uno spicchio d’arancia o cubetti di ghiaccio a compendio dei ristori ufficiali, uno per ogni miglio, a scandire una via crucis al contrario. Al 20° km si passa davanti al college femminile di Wellesley, dove la tradizione vuole che le studentesse si sporgano dalle transenne per ghermire i corridori e baciarli.
‘Pain is temporary, GLORY is for EVAH’ recita un altro cartello. L’idea di mollare non mi sfiora lontanamente e allora metro dopo metro in questo magma umano mi abbandono ad una sorta di estasi podistica. Non guardo più l’orologio, guardo negli occhi la gente oltre le transenne.
Adesso sono loro a spingermi, sono il mio personale doping umano utile ad affrontare l’ultima lieve salita che da Hereford st. vira a 90° e mi innesta su Boylston street dove affronto gli ultimi 400 metri di un rettilineo che sembra non finire mai. Il rumore è assordante e quando sento lo speaker annunciare il mio nome, mentre passo sul tappeto di riscontro cronometrico, riesco a trovare la forza di levare in alto le braccia e alzare il pugno in segno di vittoria.
Il cronometro recita 3:36:26, che in assoluto non è un gran tempo, ma oggi non è
portante portarsi questo momento nel tempo; e mentre una volontaria mi infila al collo la medaglia vengo folgorato dall’ultimo cartello: ‘if Trump could run so, America would be a better place’.
Come si fa a non amare Boston?
#beBoston, the best Marathon evah!!!