
Tornando a casa, la mattina del 9 giugno 1990, le strade erano tappezzate di grandi cartelloni pubblicitari della Panasonic che metteva in mostra i suoi nuovi videoregistratori e recitava così: ‘9 giugno, gioca l’Italia. Me la registro.’ Mi sembrò un’enorme ingiustizia che in casa non si fosse dotati di videoregistratori, perché era troppo bella l’idea di registrarsi tutte le partite e rivedersele nei mesi a venire. Invece fu una salvezza assoluta: nessuno può ipotizzare cosa avrei fatto, e come, con quelle videocassette a trauma avvenuto.
Era tutto pronto, e noi del resto già da tempo avevamo memorizzato il famoso rosario di Fantozzi sul tifo indiavolato, sostituendo la birra con una Coca Cola, la frittatona di cipolle che ci faceva schifo con un solenne piatto di pasta e mantenendo il rutto libero. Solo che il destino era cinico e baro e proprio per quel giorno mise in atto l’ultima trappola, quella che mi fece cadere definitivamente nella rete. Una volta a casa, comparì mia mamma e mi disse: «Ti piacerebbe andare allo stadio a vedere l’Italia stasera?»
E io non capii, perché quella era una domanda retorica e lei di domande retoriche non ne faceva mai. Così sventolò sotto il mio naso un paio di biglietti per la partita, ottenuti come ricompensa delle sue ottime prestazioni lavorative. Quello fu il punto più alto prima di precipitare: non solo stava cominciando il Mondiale di nostra proprietà, ma avrei vissuto l’esordio allo stadio. E neanche in un settore qualsiasi, ma in tribuna Monte Mario. Quella dei vip, quella più prestigiosa, quella dove si vede meglio. Un paio d’ore di smarrimento incredulo e poi, presa consapevolezza, iniziai a indossare i panni del gran sacerdote che celebra il rito supremo del calcio mondiale. Del resto io ero un mago dei pronostici, mica un tifoso qualsiasi. Mangiai davvero la pasta quel giorno, ma non a cena. Verso le cinque del pomeriggio, una tinozza di spaghetti al burro trangugiati mentre l’Unione Sovietica veniva spazzata via da una sorprendente Romania guidata da Marius Lacatus, che con quel caschetto e il fisico minuto pareva uno dei Beatles capitato per sbaglio su un campo di calcio. La storia vorrà che, solo poco mesi dopo, una mia foto in sua compagnia sarebbe andata a finire sulle pagine in bianco e nero di alcuni quotidiani. Mangiammo di pomeriggio, io e mio papà, perché allo stadio bisognava arrivarci almeno due ore prima del calcio d’inizio. Il fatto che l’Olimpico distasse a piedi non più di venti minuti fu un buon motivo per arrivarci ancora prima.
E quella fu una grande, enorme, appassionante storia d’amore. Prendete nota, fanciulle che state leggendo, di come siamo fatti noi maschi in questo genere di cose. Cuore e pallone non fa differenza. C’è sempre un inizio in crescendo, una fase centrale di assestamento, e un finale. Solitamente imprevisto e doloroso. L’inizio non poteva essere più bello, perché quell’Italia era già bella di suo ed entrava in azione a Roma, che a inizio giugno è calda e avvolgente come le donne più focose ma ancora non bollente e asfissiante come le donne più gelose. E come gli innamorati hanno solo i cuoricini al posto degli occhi, noi avevamo il tricolore ormai impresso sulla rètina. Non se ne videro mai più così tanti, nei Mondiali successivi: appesi ai balconi, alle finestre, alle stazioni di servizio, sui ponti e sui cavalcavia, sulle antenne delle macchine, in centro e in periferia. Un fiume di gente andava verso lo stadio, quasi tutti con la maglia azzurra, tutti con una bandiera in mano. Io all’Olimpico, quello vecchio e scoperto, c’ero stato altre volte. Ma non tantissime e sicuramente non abbastanza per saziarmene. E quando entri in Monte Mario, salendo quei pochi scalini che ti separano dagli spalti e dalla vista del campo, sai che stai per passare dal mondo reale a quello dei sogni. Era luminoso, era già gremito, era colorato di passione. Anche il tappeto verde sembrava più brillante.
I giovani di oggi poi non lo sanno, com’è l’Olimpico esaurito in ogni ordine di posto. Lo vedete con quei tristi vuoti che separano le tifoserie, lo vedete ridotto in capienza di almeno ventimila unità. All’epoca queste zozzerie non c’erano: ottanduemila era la capienza massima e ottanduemila anime c’erano quella sera e in tutte le successive. La curva Sud sventolava tricolori a tutto spiano e non c’era nemmeno bisogno di organizzarla, una coreografia. Era perfetta così. E l’odore. Si respirava qualcosa di buono. Ogni tanto arrivava il profumo dell’erba bagnata dagli idratanti, zaffate di pop corn e di fumogeni, l’aroma unico dell’estate che si adagia nella capitale e mette di buonumore anche i più incazzosi. L’inno nazionale cantato da uno stadio intero. I tabelloni luminosi che riprendevano i volti cubettosi dei giocatori schierati al centro del campo, ma a noi sembrava alta definizione con vent’anni di anticipo. Il boato della folla alla lettura delle formazioni. Lo studio dell’undici iniziale dell’Italia. Come sempre la tradizione del Mondiale vuole che un assetto di base studiato per mesi venga poi sconvolto in corso d’opera da una variante impazzita e imprevedibile. Vicini, per iniziare, aveva soprattutto da sciogliere un po’ di dubbi sulla coppia d’attacco. Il resto della squadra era fatto. La fase difensiva era tutta roba che apparteneva soltanto alle squadre milanesi: in porta Zenga con la sua spacconaggine e la passione insensata per le uscite a cazzo, linea arretrata a quattro con Bergomi e Maldini ai lati, Ferri e Franco Baresi al centro. La difesa più forte del mondo senza discussioni, come quel torneo dimostrò. Peraltro non vorreste mai uscire la sera da soli con uno come Riccardo Ferri, se vi ricordate la sua faccia. L’unica speranza per gli avversari era che si facesse autogol. O che non si capisse con il suo portiere. Il centrocampo era già più variegato, con al centro Ancelotti e De Napoli, e ai lati Donadoni e Berti. Ora Nando De Napoli era un simpatico e feroce scugnizzo napoletano che aveva appena vinto il secondo scudetto partenopeo e si occupava prevalentemente di tempestare di pedate gli stinchi dei suoi dirimpettai quando la palla ce l’avevano gli altri, che quando ce l’aveva il Napoli ci pensava Maradona. Berti invece, come da classica tradizione nostrana, fu il classico esempio del giocatore qualsiasi baciato dal colpo di culo improvviso col quale vivere di rendita per il resto della carriera. Non è che fosse proprio una pippa, ma discontinuo sì. Lo si ricorda per essere stato tra i primi della storia a passare quattro o cinque ore a strofinarsi il gel sui capelli prima delle partite, a giocare anacronisticamente coi calzettoni abbassati senza parastinchi e per l’episodio di Monaco di Baviera, all’Olympiastadion, quello che quasi ci costava la maturità scolastica. Era lì con l’Inter a giocare un ottavo di finale di andata contro il Bayern Monaco, coppa Uefa ‘88-89, quando d’un tratto gli capita di recuperare un pallone davanti alla propria area. I bavaresi, sbilanciati in avanti ma soprattutto colti dalla sindrome dell’imbecille impalato che colpisce le squadre tedesche quando giocano contro le italiane, restano a guardare questa capigliatura impomatata con sotto un esagitato che corre dritto per dritto, senza fare una piega o uno scarto, verso l’area avversaria e deposita in rete il gol dello 0-2 dopo una fuga di ottanta metri. I tedeschi poi si vendicheranno al ritorno, battendo l’Inter 3-1 a San Siro, mentre Berti da quella sera si persuade di essere uno dei centrocampisti più forti dell’universo e non c’è modo di staccargli dai capelli questa bizzarra convinzione. Completava il centrocampo l’idolo di Roma, il principe Peppe Giannini, che dietro le punte riservava colpi di classe assoluta, e anche pause incomprensibili, sotto una folta chioma nera e un’espressione che sarebbe stata bene addosso al Freddo della Banda della Magliana. Davanti invece bisognava accontentarne un paio e scontentarne altri quattro. Vicini per l’esordio scelse Vialli, privato del suo gemello del gol Mancini col quale faceva furore con la Sampdoria nello stivale e nel continente, vittoria fresca fresca in Coppa delle Coppe contro l’Anderlecht firmata da una sua doppietta, e Andrea Carnevale. In molti rimanemmo perplessi su Carnevale, che prevalentemente era un intruppone d’area di grosso peso e scarsa mobilità, anche lui appena scudettato con il Napoli, ma in precario stato di forma. Gli si poteva preferire non tanto Schillaci, che nelle gerarchie partiva da molto indietro ed era talmente inedito sui palcoscenici internazionali che la maggior parte scout stranieri manco sapevano chi fosse, ma almeno Baggio, il riccioluto genietto della Fiorentina che aveva già mostrato colpi d’arte insensati in campionato. C’era pure Aldo Serena, lo spilungone che colpiva solo di testa, poi passato alla storia per la sua relazione con Luisa Corna. Come tutti sappiamo, e come purtroppo diremo, sarebbe stato molto meglio se fosse rimasto a casa a rendere felice la sua fidanzata, invece che assassinare una nazione. Quella nazionale era talmente abbondante che vantava alternative di livello assoluto: il poliedrico De Agostini a coprire la fascia sinistra, da terzino o ala, un giovanissimo Ferrara e un espertissimo Vierchowod per la difesa, Marocchi a centrocampo. Tutta gente che avrebbe ricevuto una maglia da titolare nella maggior parte delle altre squadre presenti al Mondiale, e che nella nostra invece doveva accontentarsi di scaldare la panchina.
Ma il Ct è un mestiere difficile, le scelte sono necessarie e impopolari, la tensione dell’esordio tanta. Intervistato da Donatella Scarnati che chiedeva cosa lo preoccupasse di più, il romagnolo rispose: «Di non vincere la partita.» Risposta di grande e prolisso spessore. Quella partita contro l’Austria fu come il primo appuntamento con una donna che vuoi assolutamente conquistare e allo stesso tempo hai terrore, vedi la risposta di Vicini, di vederti sfuggire. E proprio come un appuntamento del genere si sviluppò. L’Austria, a parte il gigante Toni Polster già visto nel Torino e un paio di onesti mestieranti come Herzog e Schottel, era una squadra di scarpari che si preoccupava soltanto di sfanculare il pallone nella nostra metà campo ogni volta che per sbaglio gli capitava tra i piedi. L’Italia era colorata, loro giocavano proprio come le loro maglie, in bianco e nero. L’unico che rimase impresso di quella sera fu il portiere, un certo Lindenberger, che per l’occasione aveva scelto dei sobri pantaloncini a strisce gialle e blu, simili a quelli di Apollo Creed sempre dentro Rocky, e la fastidiosa idea di rovinarci la festa con parate che non sarebbero dovute appartenere al suo repertorio. L’Italia attaccava e incantava con il suo fraseggio, proprio come una donna che ti stupisce con un vocabolario ricco e fantasioso, ancora più vasto di quello che ti aspettavi. Ma non concretizzava. Carnevale induceva alla blasfemia anche i più forbiti aristocratici della Monte Mario con i suoi errori sotto porta, Ancelotti baciava l’esterno del palo. Tanti argomenti e tanto volume di gioco, ma a fine primo tempo ancora reti bianche. Noi iniziammo a farci inquieti: cantare a squarciagola ‘Italia, Italia’ non bastava, proprio come quando con una donna c’è qualcosa che non va ma non capisci cosa, perché stai facendo tutte le cose giuste, le battute nei tempi esatti, l’equilibrio in ogni fase della serata ma il ghiaccio non si rompe.
Il copione va avanti così fino a un quarto d’ora dalla fine, quando Vicini decide che Carnevale non è più presentabile ai palati fini dell’Olimpico e tenta la carta Schillaci, uno già contento semplicemente di essere lì, figurarsi calcare il terreno di gioco all’esordio. Ed ecco il guizzo che non ti aspetti e che risolve il tuo appuntamento, proprio appena prima del punto in cui non sai più cosa dire e stai per arrenderti alle peggiori stronzate che ti passano per la testa pur di non mandare su un binario morto la conversazione. Non passano nemmeno tre minuti: Donadoni fa viaggiare Vialli sulla fascia destra. Quello così lontano dalla porta non sa nemmeno che fare e se l’allunga quasi fino alla linea di fondo. Poi, per disperazione e perché il campo è ormai finito, la butta in mezzo. E a quel punto, proprio sotto i miei occhi quasi in linea con la porta, si vede sbucare questa macchietta azzurra in mezzo a due rocciosi austroungarici che, al pari dei tedeschi contro Berti all’Olympiastadion, decidono incredibilmente di lasciarlo fare. Schillaci incorna di testa da tre metri e lì viene giù lo stadio. Nel senso che tutte le file soprastanti si riversano verso il basso e ci travolgono. Il momento di delirio più grande nella vita di un diversamente adulto. E non c’è nient’altro da aggiungere, 1-0, esordio nel nuovo stadio Olimpico e vittoria batticuore. Passare da sognare un videoregistratore ad essere protagonista diretto di quella partita ti segna irrimediabilmente. Il copione dell’innamoramento rispettato fino all’ultima riga: l’eccitazione e l’ansia per il primo appuntamento, il timore di non farcela nonostante tutti gli sforzi, la carta a sorpresa che non ci credevi nemmeno tu e che invece la fa capitolare quando già ti immaginavi triste e solo in macchina sulla strada del ritorno, a rimuginare su cosa non ha funzionato. Come facevi a non farti prendere inesorabilmente da quell’esplosione di sensi, se eri stato perfino testimone oculare di quella storia d’amore? Come facevi a non perdere la testa, se l’uomo vittoria era stato un piccoletto che meno di due anni prima stava ancora giocando in serie B e che all’improvviso indossava i panni dell’implacabile rapace d’area?
Tratto da ‘La sindrome di Italia ’90 – Il mondiale che ha bruciato una generazione‘ di Marco Bonfiglio, edizioni Fermento







