Il destino nel nome – A volte è una questione di vocali. Una, la prima, per la precisione. Togliete la prima ‘A’ al nome più gettonato della Nba in questo momento, Isaiah Thomas, e avrete un altro Thomas. Isiah.
La leggenda con la maglia dei Detroit Pistons negli anni Ottanta, due titoli Nba, una rivalità feroce sfociata in odio con Michael Jordan. Togliete quella vocale e il resto è praticamente identico. Stesso ruolo, playmaker. Stessa struttura fisica, minuscola, il Thomas dei Pistons era alto solo un po’ di più dei 175 cm ufficiali di quello dei Celtics. E proprio dai Celtics il play di Detroit veniva sistematicamente eliminato dai playoff a metà degli anni Ottanta, prima di diventare la squadra da battere insieme a Chuck Daly, Joe Dumars, Dennis Rodman, Vinnie Johnson, Bill Laimbeer, i più sporchi e cattivi della Lega subito prima che iniziasse l’era del numero 23.
Le origini – Ora il Thomas attuale, che si chiama così proprio per celebrare il suo predecessore (il padre scommise che se i Pistons avessero battuto i Lakers per cui tifava nelle Finals 1989 lo avrebbe chiamato come la stella di Detroit, la mamma pretese che la vocale venisse aggiunta in ossequio alla Bibbia), i Celtics li sta portando in alto. Quasi ai vertici della Eastern Conference, la settimana scorsa hanno sorpassato i Raptors al secondo posto dietro i Cavs, ed è stato giocatore del mese dalla parte dell’Atlantico. Il fatto è che il Thomas contemporaneo ricorda davvero quello leggendario. Gioca con una furia agonistica insospettabile, assorbe i contatti come se fosse di gomma, ha imparato ad alzare la parabola buttandosi nel traffico. E’ leader emotivo e tecnico di un gruppo che si affida a lui a occhi chiusi, soprattutto nel quarto periodo, e ci arriveremo. L’Nba stava per vederla da lontano, scelto al numero 60 del draft 2011, dai Sacramento Kings, dove divenne famoso per una pubblicità girata per la catena Pizza Guy che per ciò che faceva in campo. Ai Celtics lo portò Danny Ainge, uno che in campo il Thomas dei Pistons lo eliminava spesso dai playoff ma lo digeriva poco, per farne un sesto uomo promettente. Un lustro più tardi, a metà quarto periodo, il pubblico del TD Garden canta ‘Mvp’ affiancato al suo nome.
La follia statistica – A gennaio Thomas ha viaggiato a 32.6 punti a partita. Il che non è nemmeno la parte più folle del suo inverno da protagonista. Il play dei Celtics ha segnato 34.2 punti nelle seconde partite del back-to-back, cioè le gare più odiate dai giocatori che scendono in campo spesso meno di ventiquattro ore dopo la partita precedente. La Nba sta studiando se allungare il calendario di una o due settimane la prossima stagione proprio per evitare ai suoi protagonisti troppi impegni di questo genere, che ogni tanto si risolvono in qualche stella tenuta precauzionalmente in panchina (Popovich, maestro assoluto anche in quest’arte) e in molti mugugni del pubblico di arene della Conference opposta che hanno una sola occasione a stagione di vedere i migliori giocatori. Thomas in questa statistica è abbondantemente davanti a tutti, lo seguono Westbrook a 30.0 e Harden a 29.2. L’unico a fare meglio negli ultimi vent’anni è stato un altro piccoletto nello stesso ruolo, Allen Iverson, idolo di Thomas, che fece 34.9 nel 2004-05.
L’eroe dell’ultimo quarto – I Celtics in questa stagione, soprattutto per merito del loro play, sono 8-3 nelle seconde partite del back-to-back. Nelle ultime sette partite di questa serie ha virato a 39.1 punti a partita, con dentro anche una folle notte da 52 punti a dicembre contro i Miami Heat, quando con 29 punti nel quarto periodo segnò un nuovo record per la franchigia che era appartenuta a Bill Russell e Larry Bird. A dicembre Boston giocò quindici trasferte viaggiando per circa la metà della circonferenza terrestre. Mentre a gennaio i back-to-back sono stati quattro, chiusi con tre vittorie e una sconfitta. Non è che Thomas segni tanto solo nelle partite in cui teoricamente dovrebbe essere più stanco. Segna più di tutti gli altri giocatori della Lega nell’ultimo quarto. Sempre. La sua media, 10.7 punti nell’ultimo periodo di ogni gara, è la più alta della Nba. Superiore ai 9.6 di Bryant del 2006, record che potrebbe essere battuto. Sono cifre fuori dal comune se rapportate ai minuti. Quando i Celtics vengono da due giorni di riposo gioca 35.5 minuti a partita. Nei back-to-back sale a 35.7, passando dal 43.6% dal campo al 50.6%, dal 32.3% dall’arco al 44%. Follie di un giocatore che per fisico e ruolo nella Nba non dovrebbe nemmeno starci.
Lui e John Wall – Però ci sta e fuori dalla retorica del giocatore dal fisico normale (non è vero, forza nella parte superiore del corpo fuori dal comune come tanti piccoli che hanno fatto la differenza a quei livelli, da Spud Webb a Mugsy Bogues passando per Earl Boykins) che ispira tanti ragazzi col fisico normale a credere nei propri sogni cestistici, nella Eastern Conference lui e John Wall a Washington sono la dimostrazione che in questo momento Celtics e Wizards fanno la differenza perché i loro play li trascinano oltre i propri limiti. Più di quanto succeda in questo momento a Toronto con Lowry e a Cleveland con Irving. Thomas potrebbe superare anche Larry Bird, che nel 1987-88 chiuse a 29.5 di media, come migliore marcatore dei Celtics in singola stagione. Da qui ad aprile inoltrato altre magie non mancheranno. E nemmeno al draft, visto che il gm Danny Ainge si è assicurato le prime scelte 2017 e 2018 dei Brooklyn Nets in uno degli affari più sbilanciati della storia. Boston sceglierà molto in alto per due anni di seguito, il contratto di Thomas scadrà nel 2018 e verrà rinnovato a cifre infinitamente superiori ai circa 6 milioni a stagione che vale adesso. Il futuro dei Celtics, in scrittura al momento, appare intrigante.