A cinquant’anni dalla fine dei Beatles, la loro connessione con lo sport

Il 10 aprile 1970 Paul McCartney lasciò i Beatles e a cinquant'anni esatti di distanza ripercorriamo la loro connessione con lo sport

Mancavano un paio di giorni alla festa scudetto del Cagliari, il primo storico titolo di una squadra ispirata da Gigi Riva di cui parleremo a breve. Era il 10 aprile 1970 e se ogni anno questa è una data che nel mondo viene ricordata, nel 2020 e a cinquant’anni esatti da quel giorno la ricorrenza è ancora più iconica. Il mondo di allora non era nemmeno vicino all’idea di connessione, fisica o digitale, che conosciamo oggi e per questo ciò che i Beatles sapevano già da molti mesi, ovvero che la loro avventura insieme stava per terminare, il resto del pianeta semplicemente non lo sospettava. Lo venne a sapere all’improvviso e anche quella fu una magia dei Fab Four. L’ultima. La notizia fece il giro del mondo a una velocità tanto sorprendente quanto inaspettata. Inaspettata come la reazione di milioni di persone che non vedevano soltanto una band leggendaria finire, ma insieme a lei anche un decennio irripetibile come gli anni Sessanta e l’illusione stessa che si potesse cambiare il corso della storia con armi che non fossero quelle da fuoco. L’arte, la musica, la libertà. Oggi fa cinquant’anni dalla fine dei Beatles.

La fine

La storia ufficiale vorrà che a sorpresa sia Paul McCartney a mettere la firma sul divorzio. Sul Daily Mirror dichiara conclusa l’avventura, il titolo è ‘Paul is quitting the Beatles’ e la stringa superiore ‘Lennon-McCartney song team splits up’. Questo concetto di squadra, molto più sportivo che musicale e sinceramente inedito fino alla fusione dei quattro di Liverpool nel 1962 con la formazione definitiva e Ringo Starr alla batteria, era diventato presto una peculiarità evidente che aveva caratterizzato l’ascesa e la conquista del mondo. Fate conto che sia stato il primo Dream Team della storia molto prima di quello di Barcellona nel 1992 perché sinceramente quattro talenti del genere tutti nella stessa rosa, e con quei due un gradino anche sopra gli altri, non si era mai visto e non si sarebbe più visto dopo. Nei Beatles le decisioni si prendevano tutti insieme almeno fino al 1966 e se c’è un momento in cui inizia la separazione è proprio quando il successo trasforma quattro sublimi uomini squadra in quattro talenti individuali che nella band iniziano a vedere un ostacolo verso la propria felicità più intima. E’ un ciclo vincente senza precedenti proprio come quello delle squadre più forti nella storia dello sport. Prima conquistano l’Inghilterra, poi l’Europa, quindi l’America e di conseguenza il mondo. E quanto può durare un ciclo vincente del genere prima di implodere? E quanto puoi dare fisicamente ed emotivamente alla causa prima di esaurire le energie? Dal 1962 al 1970 è poco in termini assoluti, ma anche tanto e forse troppo in termini di pressione che quei quattro avevano dovuto sopportare nel pieno della gioventù. Quando McCartney anticipa per l’ultima volta Lennon in tackle annunciando la fine che l’altro più volte aveva quasi reso concreta, non ha ancora 28 anni. Quando George Harrison a fine gennaio 1969 sale sul tetto con gli altri per l’ultima esibizione dal vivo nel leggendario Rooftop Concert, ancora non ne ha compiuti 26. Immaginate di essere dei poco più che ventenni con gli occhi del mondo costantemente puntati addosso, da quando vi alzate a quando andate a dormire, che dai sobborghi di Liverpool diventano l’emblema stesso di un decennio irripetibile, che hanno avuto un impatto economico enorme sull’economia britannica, che non possono permettersi di sbagliare una canzone – e non la sbagliano – per 2920 giorni consecutivi. La pressione degli sportivi che conosciamo oggi, dal punto di vista mediatico, i Beatles la conobbero mezzo secolo fa. Ma gli sportivi di oggi del mondo sono la scia. All’epoca era il mondo a essere in scia dei Beatles. Per questo non potevano durare più di quanto durarono. E per questo, una volta finiti, avevano ancora musica da pubblicare. Let It Be era stato registrato agli inizi del 1969 e uscì l’8 maggio 1970, quando i Beatles non esistevano più.

I Beatles e lo sport

Naturalmente i Beatles e lo sport hanno avuto una connessione stretta, a volte diretta e a volte indiretta. Se calciatori come David Beckham sono stati definiti le prime pop star sportive, è perché quel termine era stato coniato per loro. Se oggi concepiamo il concetto di stadio come luogo di aggregazione, in cui prima o poi torneremo, non soltanto di eventi sportivi ma anche di grandi concerti è perché i Beatles aprirono la strada, con l’esibizione allo Shea Stadium di New York nel 1965 che di fatto è uno dei momenti che cambiano la storia del ventesimo secolo. L’attenzione che loro per primi si videro riversare addosso dai media non soltanto per la musica che facevano ma anche per il loro stile di vita, dall’abbigliamento all’acconciatura, l’avremmo ritrovata da quel momento parallelamente e poi successivamente anche nei confronti di tutti gli sportivi più famosi. I Beatles nella loro prima tournée americana, nel febbraio 1964, ebbero un ruolo centrale nel fare impennare la prevendita a Miami dei biglietti per il mondiale dei pesi massimi tra Sonny Liston e Cassius Clay, che ancora languiva. Furono portati a incontrare entrambi i pugili e se Liston li snobbò apertamente, la sequenza fotografica dei Fab con il non ancora Muhammad Alì è entrata anche quella nella storia. Della loro fede calcistica non si è mai saputo molto e uno dei motivi è che il loro manager Brian Epstein impose a tutti e quattro di non parlare mai di calcio in pubblico e di evitare di farsi vedere alle partite. E se McCartney qualche volta fu visto alle gare dell’Everton ma senza mai nemmeno avvicinare la passione dei fratelli Gallagher per i Toffees, una mente illuminata come George Harrison sintetizzò il diktat con qualcosa come ‘a Liverpool ci sono tre squadre, io tifo per la quarta’. Si è molto discusso se la sciarpa bianca e rossa che si vede intorno al collo dei quattro nel film Help!, nelle scene sulla neve, fosse quella del Liverpool. Di sicuro ad Anfield si iniziò a cantare con regolarità She Loves You prima che l’inno ufficiale diventasse You’ll Never Walk Alone, pezzo scritto per un musical americano nel 1945 e reso leggendario da Gerry and the Pacemakers, altro gruppo di Liverpool appartenente alla scuderia di Epstein e che con i Beatles avevano contatti costanti. Altrettanto sicuramente, per anni, Yellow Submarine è stata una canzone cantata in un gran numero di stadi del Regno Unito e poi nel resto dell’Europa. In quella che è la più celebre copertina di tutti i tempi, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, è presente Albert Stubbins ex attaccante del Liverpool e c’è un altro riferimento sportivo, proprio quel Sonny Liston che li aveva snobbati e che invece troneggia con i pugni incrociati accanto alle statue di cera dei quattro. In una versione alternativa di Glass Onion, dal White Album, che potete reperire sull’Anthology il brano si chiude con ‘It’s a goal’, esclamazione tratta dalla telecronaca della finale dei mondiali ’66 vinti dall’Inghilterra sulla Germania. Così come in Dig It, su Let It Be, Lennon inserisce il nome di Matt Busby, epico manager del Manchester United che insieme a Bobby Charlton e George Best aveva portato i Red Devils sul tetto d’Europa nel 1968 travolgendo in finale 4-1 il Benfica.