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Flop All Star Game, cause e (improbabili) rimedi

Flop All Star Game 2017, il punto più basso – Diciamo la verità, l’All Star Weekend della Nba già da molti anni ha toccato il suo abisso più profondo dal punto di vista dell’intensità e della credibilità e nelle ultime stagioni ha raschiato rumorosamente il fondo del barile. Ma c’è un momento simbolico che potrebbe rappresentare, filosoficamente più che concretamente, il punto di non ritorno. Se anche un pubblico caciarone e amante dell’intrattenimento più sbracato come quello statunitense, nel primo periodo della sfida di New Orleans tra East e West, si mette a cantare ‘Defense, defense’ significa che il limite è stato raggiunto. E un’area che invoca la difesa nel territorio a stelle e strisce è come la cicciona che canta. Vuol dire che qualcosa di significativo è successo. Vuol dire che da questa formula, spremuta come un limone, non è più possibile ricavare succo. Il che non significa che si smetterà di spremerlo e non significa che verrà migliorato in tempi brevi. Vediamo perché.

Flop All Star Game 2017, le cause – L’All Star Weekend è inversamente proporzionale all’evoluzione della Nba in termini economici e di globalizzazione. E‘ e rimane un fine settimana di intrattenimento pensato con criteri di metà anni Cinquanta e un’innovazione sul piano spettacolare della metà degli anni Settanta, quando la Aba si proponeva come alternativa alla Nba. Il gioco si è evoluto, la posta in palio è cresciuta a dismisura, ma gli eventi sono rimasti gli stessi. Gara delle triple e delle schiacciate il sabato, gara delle stelle la domenica. Sono stati aggiunti eventi collaterali come il terrificante Skills Challenge, è stata aggiunta una partita il venerdì. Prima erano rookies contro sophomores, primo anno contro secondo anno, adesso è Stati Uniti contro Resto del Mondo, nessuno ricorda una singola edizione. L’All Star Game è come il Natale: è sempre lo stesso e ti eccita quando sei bambino e quando tu e lui invecchiate scopri che comincia a diventare ripetitivo perché si annacqua nei ricordi. Un tempo, quando i giocatori guadagnavano di meno, era questione di reputazione. C’era orgoglio che sprizzava a fontana in Bird che vinceva la gara delle triple, in Dominque Wilkins contro Michael Jordan a schiacciare più forte, nell’Ovest dei Lakers contro l’Est dei Celtics.

Oggi la reputazione riguarda principalmente l’essere selezionati, più che il partecipare. I giocatori vogliono esserci, ma solo quelli che partecipano la prima volta si divertono. Gli altri fanno passerella e si annoiano, tranne quando per caso gli ultimi cinque minuti sono punto a punto e si gioca sul serio. L’All Star Game è uno status quo da curriculum, più che un evento da onorare. Per questo negli anni si difende sempre meno ed è diventato talmente ridicolo che non solo ha smesso di essere divertente, ma ha perso ogni credibilità. Che senso ha avere sullo stesso parquet i migliori giocatori del mondo se si scansano ogni volta che hanno la palla gli altri? Sono state più saporite le settimane precedenti, con le polemiche intorno all’esclusione dal quintetto di Russell Westbrook. Che non a caso, insieme al padrone di casa Anthony Davis poi Mvp, è stato l’unico con qualche motivazione in campo.

Flop All Star Game 2017, i rimedi – Non è una situazione che si sblocca, per diversi motivi. In molti continuano a sostenere che la svolta sia fare giocare gli americani contro gli atleti del resto del mondo. Potrebbe funzionare? Forse, ma di sicuro non ha funzionato con l’evento del venerdì. E lì, gente alle prime armi, di motivazione dovrebbe essercene di più. La gara degli imberbi e quella degli adulti hanno una cosa in comune. Nessuno vuole mettere a rischio la propria incolumità fisica, farsi male in un evento del genere e rischiare di saltare il resto della stagione o perdersi un nuovo contratto con le cifre astronomiche garantite dal nuovo salary cap. Per questo ogni soluzione che costringa ad aumentare l’intensità, l’agonismo e i contatti di gioco è destinata probabilmente a fallire. E’ stato proposto da più parti di fare evolvere la gara delle schiacciate in un uno contro uno dove l’attaccante ha davanti un difensore. E’ stato suggerito che nella gara della domenica le stoppate possano valere due o più punti. Ma all’aumentare della fisicità aumentano anche i contatti ed è la Lega stessa a essere contraria. Non vuoi mettere a repentaglio i fornai che sfornano il pane che vendi in tutto il mondo.

Alcuni invocano la tecnologia, qualcosa tipo: un led illumina una certa zona di campo per determinati secondi e se tiri da quel punto preciso il canestro vale cinque punti. Ma diventerebbe caotico seguire la partita e, a quei ritmi, stare dietro al punteggio. Molti vorrebbero rivedere la sfida tra vecchie glorie o creare un contest apposito per i lunghi che tirano da tre. Spezie per insaporire il contorno, ma il piatto principale rischia di rimanere insipido perché è l’essenza stessa dell’All Star Game a non stare più al passo con i tempi. Per questo l’unica soluzione credibile, anche se non risolve il problema degli infortuni, è rendere appetibile l’evento pagando di più i partecipanti. Metti in palio cinque milioni per la gara delle schiacciate e forse LeBron James ci fa un pensiero. Paga dieci milioni il titolo di Mvp nella gara della domenica e forse a giocare scendono in dieci invece che in due. Pungolare il portafogli può essere la prima breccia per stimolare l’orgoglio e restaurare la rivalità. Negli uffici della Nba lo sanno e paradossalmente sanno anche che è uno dei problemi più difficili da risolvere. Nel frattempo, il pubblico continuerà a cantare ‘Defense, defense’ e noi a domandarci come mai ogni anno aspettiamo con trepidazione un evento che ha smesso definitivamente di essere sé stesso.

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