Liverpool o Tottenham, Klopp o Pochettino, la carriera e la reputazione che dipendono dalla finale di Champions

Liverpool o Tottenham in finale è anche Klopp contro Pochettino: una singola partita che deciderà carriera e reputazione di entrambi

Prima di tutto facciamo la conta di quelli che al Wanda Metropolitano volevano esserci, o dovevano esserci, ma non ci sono. Prima i giocatori o prima gli allenatori? Prima i giocatori. Partiamo da Messi, che all’andata in semifinale con quella punizione calciata direttamente da Rosario aveva spedito in orbita paragoni arditi, mica con Pelé e Maradona, ma direttamente con Leonardo da Vinci. Annientato insieme al resto del Barcellona ad Anfield, sulla carta stampata nazionale qualcuno si è chiesto testualmente ‘se Lionel ha le palle per affrontare battaglie epocali’. Da genio assoluto al vuoto nei calzoni nel giro di una settimana, nel solito tipico equilibrio nostrano. Poi ci sarebbe Cristiano Ronaldo, che doveva andare alla Juve per vincere la coppa ma invece la Juve è andata da Cristiano Ronaldo per non fargliela vincere, lui che aveva alzato quattro delle ultime cinque. Di base, per la prima volta dal 2013, la coppa non la alzerà nessuno dei due. E su chi c’era in panchina in quella finale tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund, ci torniamo più in basso. Citazione veloce per Buffon che se n’è andato dalla Juve per non perdere più a causa di un rigore fischiato da un arbitro col bidone dell’immondizia al posto del cuore ed è andato al Psg a perdere agli ottavi per colpa di un rigore fischiato da un arbitro che stavolta al posto del cuore aveva il Var e calciato da un ragazzino che poteva essergli figlio.

Poi ci sono gli allenatori e il primo è Allegri, che può pure vincere dodici scudetti di fila ma tanto è un pirla perché in finale perde sempre e poi si fa spianare da una squadra di ragazzini che agli juventini hanno insegnato come si gioca a pallone sul serio. Non importa che l’Ajax è uscita solo negli ultimi due anni da un’eclissi di quasi un quarto di secolo, e nemmeno che la gara decisiva l’abbia giocata senza Chiellini, Spinazzola, Cuadrado, Douglas Costa e Mandzukic. E’ un pirla e anche presuntuoso, perché Adani gli dice testualmente che sta parlando di ‘cose senza senso e poco serie’ e lui molla il microfono e se ne va. Tutte le volte che è stato un profeta visionario con le sue mosse tattiche negli ultimi cinque anni, non pervenute. E alla fine è pervenuto il divorzio dalla Juve. E che dire di Guardiola, che sì è il più forte e più fashion allenatore del mondo e fa sembrare anche un maglione spelacchiato e sdrucito il più fico capo di abbigliamento del pianeta, ma se va via dal Barcellona non è che abbia combinato granché? Seicento milioni di euro, o di sterline vai a sapere, e il City è sempre fuori dalla Champions. Pure se quella partita contro il Tottenham, a rigiocarla un milione di volte, non finisce mai 4-3. Ci sarebbe pure Valverde, che chissà perché non ne parla nessuno perché tanto è solo merito o colpa di Messi, però l’anno scorso aveva sciupato un 4-1 casalingo contro la Roma stigmatizzandolo con ‘un episodio che non capiterà mai più’, e quest’anno il 3-0 casalingo è stato solo il prologo del delirio di Anfield. A proposito, ci sarebbe anche quel 3-0 incassato dalla Juve allo Stadium nel 2017, allenava Luis Enrique, e il totale fa 9 gol incassati e nessuno segnato nelle tre trasferte decisive giocate nelle ultime tre stagioni in Champions. Vogliamo coniare un neologismo? Se avesse vinto Ten Hag dalla mattina successiva tutti a parlare di una nuova scuola, il Tenhagismo che spazza l’Europa firmato da uno che se lo cerchi su Wikipedia ha allenato i Go Ahead Eagles (!!), il Bayern Monaco II (cioè la squadra riserve di quella vera) e l’Utrecht prima dell’Ajax. Ci sarebbe stato il Deligtismo in difesa, il Tadicismo sulla trequarti e peccato che Onana non abbia potuto parare un rigore decisivo perché poi la scuola di portieri camerunensi del futuro si sarebbe chiamata Onanismo. Ma invece te l’avevo detto io che questi erano troppo giovani per arrivare fino in fondo, il solito calcio barocco ma perdente, la fase difensiva non curata come uno Zeman qualsiasi, come se arrivare quasi fino in fondo non significasse avere spianato Real Madrid e Juve in lungo e in largo. E chi se lo ricorderà tra sei mesi, quando questa squadra sarà stata spolpata dei suoi talenti in estate come si fa con gli scaffali del supermercato prima che arrivi la tormenta di neve?

Questo per dire che a Madrid non ci saranno squadre spagnole, per la prima volta dal 2013, ma ci sarà uno che nel 2013 c’era e che oggi ha tutta la nostra stima perché tutti vorrebbero allenare il Liverpool in finale ma nessuno vorrebbe essere Klopp prima della finale. Questo ha un cognome che se gli levi la L diventa il nome della curva di Anfield, è riuscito a fare 97 punti in Premier League, mica nel campionato bielorusso, e a non vincere il titolo che ai Reds manca dal 1990. Sei anni fa perse in finale di Champions contro il Bayern del triplete. Tre anni fa perse in finale di Europa League contro il Siviglia del triplete in Europa League. Lo scorso anno perse in finale contro il Real Madrid a causa di una barzelletta tra i pali che per comodità chiamiamo Karius. Se al Wanda vince, diventa una leggenda. Se al Wanda perde, diventa il più grande perdente di tutti i tempi e chissenefrega se il suo Borussia Dortmund prima e il suo Liverpool dopo hanno mostrato tra i brani di calcio più belli del nuovo millennio, o che ha ridicolizzato il Barcellona senza Firmino e Salah (che, a proposito, praticamente a Kiev lo scorso anno non giocò a causa di un contatto troppo ravvicinato con Sergio Ramos). La sua etichetta si decide in una partita. Auguri.

Dal 2013 in avanti, questo è il quarto derby tra due squadre dello stesso paese in finale. Dal 2008 è il quinto. E pensare che fino al 2003, Juve-Milan, non se n’era visto manco uno. Ma ora come la mettiamo con Pochettino? Insomma ve lo ricordate, quello che si disse un anno fa. Vinceva 1-0 con la Juve in casa, aveva fatto 2-2 allo Stadium e fu ribaltato in cinque minuti. Se cercate sull’enciclopedia alla definizione ‘squadra inaffidabile’ o ‘progetto incompleto’ o ‘squadra sfigata’ a fianco ci trovate lo stemma degli Spurs sotto il neologismo ‘spursiness’. Se vince, entra nella galleria degli allenatori sudamericani immortali e da qualche parte a Rosario o Bahia Blanca il prossimo Messi sarà allattato con il racconto di quella volta che Pochettino andò in finale perdendo 4-3 contro il Manchester City e vincendo 3-2 contro l’Ajax rimontando da 0-2 a fine primo tempo, sempre in trasferta, sempre senza Harry Kane. Se perde, lo sapete già. Quei quarti e quelle semifinali non si saranno mai giocate, perché Biff ha rubato il Grande Almanacco Sportivo generando un 2019 alternativo nel quale il Tottenham è solo quello che è sempre stato, ovvero il George McFly del calcio europeo prima che Marty lo trasformi in uno scrittore di successo: un perdente senza fascino. Con l’aggravante, per Klopp e Pochettino, di perdere non solo una finale, ma anche un derby. Lo abbiamo già detto, bello e maledizione della Champions. La coppa dei centimetri che è molto più facile non vincere, ma che ti rovina carriera e reputazione se la perdi.