I Rockets di D’Antoni, lo small ball è tornato

D'Antoni Rockets small ball, a Houston la leggenda di Milano con un quintetto piccolo e la fantasia di James Harden è tornato a stupire. Vediamo come

D’Antoni Rockets small ball, breve cronologia – Se c’è un coach Nba che divide le opinioni da quasi quindici anni è Mike D’Antoni. La leggenda di Milano in campo ha allenato e vinto in Italia. Ha allenato, senza vincere, negli Stati Uniti. E’ stato sulle panchine di Denver, Phoenix, New York, Los Angeles sponda Lakers, Houston da quest’anno. Ha avuto modo, senza successo, di stare al timone di comando di Knicks e Lakers, le due squadre più ambite e difficili da allenare del pianeta nel nuovo millennio. Noi curiosamente, in due stagioni successive, lo abbiamo visto all’opera dal vivo, al Madison Square Garden e allo Staples Center, su entrambe le panchine. Contestato (per quanto sia plausibile il concetto di contestare in un’arena Nba, che si limita al coro ‘Fire D’Antoni) dai tifosi di casa. Eppure ha rivoluzionato la Lega nella sua accezione di gioco moderno.

Small ball è una definizione di un modo di giocare che prevede l’utilizzo di giocatori più bassi e leggeri in un ruolo che per cm e kg non sarebbe loro. Fu inventato da Don Nelson ai Golden State Warriors a inizio anni Novanta, trovò in Rudy Tomjanovich un prosecutore da due titoli con i Rockets nel 1994 e 95 e in Steve Kerr il finalizzatore definitivo per completare il cerchio partito da Oakland. Ma D’Antoni lo ha trasportato nel nuovo millennio, dal 2003 al 2008, con i Phoenix Suns. Dove aveva a disposizione Steve Nash e il suo pick’n’roll letale. Decise di spostare Amare Stoudemire, un quattro, nella posizione di centro e Shawn Marion, un tre, da ala grande. Trascinò i Suns al 60% di vittorie complessive e due volte alla finale di Conference. Nash con lui vinse due volte il titolo di Mvp. Si scontrarono però con la difesa e i ritmi bassi di San Antonio, nella più classica sfida tra gli attacchi che vincono le regular season e le difese che vincono gli anelli. Vinse Popovich con la sua difesa e D’Antoni iniziò a girovagare senza successo tra l’Atlantico e il Pacifico. Quindi, storia dell’estate scorsa, l’arrivo in Texas, nel deserto, a Houston.

D’Antoni Rockets small ball, via Howard, dentro Capela – Ai Rockets avrebbe trovato Dwight Howard, uno che con lo small ball di Stan Van Gundy era andato in finale nel 2009 con Orlando, battuto dai Lakers 4-1 nell’ultimo titolo di Phil Jackson e Kobe Bryant. Invece il centro è stato ceduto ad Atlanta e la storia si è ripetuta. In quintetto è stato promosso Clint Capela, il quattro lo fa Trevor Ariza e James Harden guida gli esterni con il tiratore Ryan Anderson ed Eric Gordon a coprirgli le spalle. Con un quintetto leggero il barba ha modo di aprire le difese, Anderson può esplodere come specialista del tiro e anche Capela si sta dimostrando tutt’altro che banale interprete del ruolo, non a caso i Rockets negli ultimi dieci giorni hanno risentito del suo infortunio. Risultato: i Rockets in dicembre hanno avuto anche una striscia vincente di 10 partite consecutive e si sono installati come terza forza della Western Conference dietro Golden State e San Antonio. Striscia interrotta proprio dall’incubo ricorrente di D’Antoni, gli Spurs di Popovich.

L’impronta offensiva è evidente: dopo i Warriors sono il secondo migliore attacco della Lega con 113.8 punti a partita. Sono la quinta squadra per percentuale dal campo, il 46.8%, e sono secondi per assist distribuiti con 25.5 di media. Dall’arco tirano il 38.1%, che ne fa la quinta percentuale della Nba, e al 30 dicembre hanno segnato 493 triple, ovvero 96 in più rispetto ai Cavs e 102 in più di Golden State che pure ne ha fatto un credo e un anello al dito nel 2015.

D’Antoni Rockets small ball, i numeri individuali – Perso un rimbalzista come Howard, come detto, si è lasciato spazio alla fantasia di Harden. Che, insieme a Westbrook, è l’unico giocatore della Lega tra i primi cinque per punti segnati e assist distribuiti. Segna 27.7 punti a partita, quinto, e 11.8 assist di media, primo. I Rockets hanno anche in Capela un giocatore dal 64% dal campo, terzo più preciso al tiro dietro Gobert e DeAndre Jordan, e un Gordon che a Houston ha trovato finalmente la sua dimensione ideale e sta segnando 17.5 punti a partita con il 44.1% dall’arco. Lo stesso Anderson, 13.5 a partita, tira da tre con il 40%, mentre Ariza viaggia a 12.7 di media con 5 rimbalzi e Capela a 11.8 e 8 rimbalzi in appena 24 minuti a partita.

D’Antoni Rockets small ball, i dubbi – Poi si andrà ai playoff e ancora una volta D’Antoni avrà di fronte Popovich, con l’aggiunta di Steve Kerr e dei suoi Warriors. La critica più diffusa al suo sistema di gioco è che dove servono peso e presenza in area per vincere le serie a sette partite le sue squadre non riescono a trovare dimensione e costanza quando si gioca a metà campo invece che a tempo accelerato. I suoi Suns somigliavano a questi Rockets, ma nel frattempo Golden State a dimostrato che con la death lineup si possono vincere i titoli anche giocando piccoli e veloci. I Rockets non sono strutturati per vincere e non è il loro obiettivo per quest’anno, ma in assoluto la sensazione è che D’Antoni nella Nba sia un coach in grado di portare le sue squadre a un alto livello di competitività senza riuscire a compiere l’ultimo salto, il più difficile. Risposte più dettagliate in primavera. Intanto, spesso, Houston è la squadra più divertente della regular season.