
A Roma di paradossi ce ne sono in continuazione, a tutti i livelli, come non potrebbe essere altrimenti in una città tanto bella quanto ingovernabile, sul piano burocratico quanto su quello sentimentale e sportivo. Roma non vuole padroni, i suoi re sono tutti finiti male a parte Falcao e non si è chiusa tanto bene nemmeno con Totti, ma a volte le capita anche di avere padroni che non vogliono venire da lei. E’ quanto successo negli ultimi mesi con James Pallotta, proprietario in contumacia di una società in potenziale crescita, non ancora completamente solida ma nemmeno fragile, che dentro il raccordo anulare non si è mai più fatto vedere nonostante in primavera avesse promesso di essere più presente. Del resto gli annunci degli ultimi tempi valgono quello che valgono, cioè poco, se anche Monchi che da Pallotta aveva ottenuto pieni poteri aveva dichiarato di avere bisogno di tempo per lasciare il segno e invece ha lasciato segni, o più precisamente cicatrici e macerie, prima di scappare di corsa a Siviglia. Insomma la Roma, intesa come società sportiva, non disconosce la via americana e anzi raddoppia. Da James Pallotta a Dan Friedkin, da East Coast a Midwest, da Boston a Houston con un nodo cruciale a Tor di Valle.
Il passaggio di proprietà
Prima erano voci, poi si è capito che non si trattava di favole che ogni tanto infestano l’urbe quando compaiono fantomatici nuovi futuri proprietari che altrettanto velocemente svaniscono sui social, infine si arriverà a dama. Dan Friedkin rileverà la società da James Pallotta, la farà propria senza entrare in punta di piedi con una quota di minoranza come ipotizzato inizialmente. An american billionaire, come lo definisce Wikipedia, californiano nato a San Diego ma texano di adozione, patrimonio superiore ai 4 miliardi di dollari con l’esclusiva di vendita delle Toyota in alcuni stati degli States, 5600 dipendenti, proprietà sparse tra alberghi di lusso, investimenti nel cinema, partner commerciale degli Houston Rockets cui ha dato il nome all’arena (Toyota Center) in una staffetta con Pallotta che aveva quote con i Boston Celtics. L’affare si fa su una cifra intorno a 790 milioni di euro, all’interno dei quali finiscono anche i 270 di debito della società e i 150 previsti per la ricapitalizzazione, una transizione che durerà circa un mese. Pallotta era arrivato ottimisticamente a valutare la società un miliardo di euro, ma avendo speso per l’acquisizione nel 2012 circa 200 milioni, si porta a casa una discreta plusvalenza e in fondo è questo il suo lavoro, investire, rivendere a prezzi più alti e guadagnare. Questo il comunicato ufficiale emesso dalla società, dal quale emerge che la trattativa non è ancora chiusa ma in fase avanzata:
‘Su richiesta di CONSOB, con riferimento ad alcune notizie apparse recentemente sugli organi di stampa in relazione ad una possibile operazione che vede interessati AS ROMA S.p.A. ed il Gruppo Friedkin, AS ROMA SPV LLC, società che detiene il controllo indiretto di AS ROMA S.p.A., tramite la sua controllata NEEP ROMA HOLDING S.p.A., informa il Mercato che sono in corso negoziazioni tra il Gruppo Friedkin e AS ROMA SPV LLC in merito ad una potenziale operazione che interessa NEEP ROMA HOLDING S.p.A. e le sue società controllate – inclusa A.S. Roma S.p.A. – (di seguito, il “Gruppo AS Roma”).
Al riguardo, AS ROMA SPV LLC informa che ad oggi non è stato ancora formalizzato alcun accordo definitivo per la cessione di NEEP ROMA HOLDING S.p.A. e delle società controllate e che qualsiasi operazione con il Gruppo Friedkin è subordinata al completamento con esito positivo delle attività di due diligence legale sul Gruppo AS Roma.
In caso di perfezionamento di accordi definitivi aventi ad oggetto il trasferimento delle partecipazioni detenute in A.S. Roma S.p.A., AS ROMA SPV LLC fornirà adeguata informativa al Mercato nei termini di legge‘.
La prima epoca americana
Quello che non è riuscito a fare come presidente è stato vincere e contestualmente convincere il popolo romanista. I suoi rapporti con la città e i tifosi non sono mai stati esaltanti, sono scesi ai minimi storici dopo il celebre ‘fuckin’ idiots’ rivolto ad alcuni facinorosi e diventati praticamente inesistenti nell’ultimo anno e mezzo, quando non si è più visto a Roma principalmente a causa della costruzione del nuovo stadio, di cui parleremo più in basso. Pallotta è stato poco amato perché, come tipicamente succede a chi viene dagli States e considera lo sport un business puro, è stato proprietario ma non presidente e la differenza è più ampia di quanto sembri. Ha sempre delegato, con alterni successi, ma non è stato presente e la contestazione più diffusa che gli è stata mossa è proprio che non puoi capire il calcio europeo, e quello italiano in particolare e quello romano nello specifico, se non lo frequenti tutti i giorni. La sua Roma dal 2012 a oggi non ha alzato trofei ma è cresciuta di valore ed è spesso stata la più insidiosa antagonista all’interno della tirannia bianconera dell’ultimo decennio, viene ricordata ogni tanto per qualche disfatta (il 7-1 contro il Bayern Monaco o quello contro la Fiorentina in coppa Italia) e per qualche impresa (la celebre rimonta contro il Barcellona nel 2018 che diede una semifinale di Champions League che mancava da 34 anni). All’interno del FFP la Roma si è mossa con i piedi felpati, ha acquistato giocatori pregiati per rivenderli a prezzo più alto, proprio come sta facendo lui con la proprietà, non è mai uscita dal seminato e raramente ha rischiato più di quanto potesse permettersi. Niente trofei, ma una quantità impressionante di enormi talenti passati per la capitale e poi rivenduti, spesso dopo dichiarazione presidenziale che dichiarava l’incedibilità e anche questo ha fatto precipitare i rapporti, proprio come con Monchi. Al volo Alisson, Marquinhos, Rudiger, Pjanic, Nainggolan, Salah solo per stare al ruolo per ruolo, a cui si possono aggiungere Romagnoli, Benatia, Paredes, Emerson Palmieri, Strootman. La gestione con il cuore romano della squadra, Totti e De Rossi, è stata pessima benché inevitabile e anche per questo Pallotta non ha scaldato il cuore dei romanisti. Che hanno avuto una squadra competitiva ma hanno anche visto alzare alla Lazio due coppe Italia, nel 2013 in finale contro di loro, e questo in una città come Roma si paga in termini di popolarità. Lascia una squadra in corsa per tornare in Champions League e ricca di giovani promettenti e italiani come Pellegrini e Zaniolo. Probabilmente Pallotta verrà ricordato freddamente, come un presente che diventa passato e si sfoglia all’interno dei libri di storia all’avanti o all’indietro alla ricerca di capitoli più esaltanti, non necessariamente migliori.
Lo stadio di Tor di Valle
Il motivo principale per cui Pallotta vende è in realtà lo stallo senza fine nel quale è finito il progetto del nuovo stadio a Tor di Valle, ed è anche il motivo per il quale non lo si è visto in città per lungo tempo, scottato e amareggiato nel non comprendere come sia possibile che un progetto nato nel 2012 sia ancora in fase non di definizione, ma di discussione. Non è stato nemmeno fortunato perché è finito in mezzo a tre cambi di sindaco, a Mafia Capitale, al tracollo di Eurnova e alla bufera che ha coinvolto Parnasi, alle giravolte dei 5 Stelle che erano prima contrari e poi favorevoli allo stadio purché il progetto venisse ridiscusso e ridotto in maniera abbondantemente discutibile. L’iter lentamente è andato avanti, ma senza più fiducia da parte del proprietario. ‘Se nel 2020 non avrete lo stadio dovrete cercarvi un altro proprietario, perché io non ci sarò’ disse. Pareva una boutade travestita da minaccia e invece si è trasformata in realtà. E mentre è impossibile immaginare come cambierà la Roma con Friedkin, anche se nei prossimi mesi non sono previsti cambi strutturali nel management, se già iniziano le suggestioni di un ritorno di De Rossi e forse anche di Totti nei quadri dirigenziali, di sicuro il nodo dell’impianto riguarderà anche la nuova proprietà. Perché la via americana nel calcio italiano conferma che un asset del genere è prioritario e imprescindibile per lo sviluppo di una società moderna e la sua assenza è probabilmente costata a Pallotta un abbassamento delle richieste economiche nella trattativa con il magnate texano, visto che lo stadio è fuori dall’accordo. Si potrebbe andare avanti con il progetto Tor di Valle ma non è escluso che la faccenda si sblocchi in altre direzioni, con il comune di Roma che evita lo spettro di vedersi fare causa dal vecchio proprietario come più volte minacciato, anche se esiste la volontà di andare avanti nel progetto, e Friedkin che nella peggiore delle ipotesi potrebbe guardare altrove, Fiumicino o un’altra area dalla quale ripartire da zero. Ciò che è difficile immaginare è che il cambio di proprietà comporti una svolta anche dal punto di vista sportivo, niente sceicchi che arrivano con il libretto degli assegni aperti a spendere cifre folli, che è quanto segretamente sogna da anni una parta della tifoseria e della comunicazione. Con gli americani si seguono strade virtuose ed è questo ciò che Pallotta ha insegnato, visto che la Roma è stata venduta a una cifra record, superiore a quella servita per acquistare il Milan, superiore anche al proprio reale valore. Se saranno vincenti, lo dirà il tempo.









