E’ la rivalità della Nba di questo decennio, forse del millennio: Curry-LeBron. L’anno scorso il primo, quest’anno il secondo anche se con un peso specifico forse diverso. Le Finals sono state anche uno straordinario duello individuale tra due giocatori che non si amano ma che si rispettano. Ecco cosa è successo nel più incredibile epilogo nella storia recente del basket americano.
Come la vince LeBron – Perciò ha ragione il Re. Che ha legittimato la sua sovranità diventando il terzo giocatore di sempre a siglare una tripla doppia in gara 7 di Finale. E’ stato talmente dominante, che è quasi ironico raccontare che la sua superiorità è avvenuta esattamente dove veniva considerato debole, e dove inattaccabile Curry. Nel tiro da tre per esempio: è una sua tripla a mandare avanti i Cavs nel finale di gara 7. E’ il suo tiro da lontano, che ha preso a entrare con regolarità da gara 5 in poi, a scardinare la difesa dei Warriors, che non possono più limitarsi a mandarlo verso l’aiuto di Green. E’ la sua onnipotenza cestistica a violare due volte consecutivamente la Oracle Arena, un palazzo che in stagione regolare aveva conosciuto una sola sconfitta. Dicevano che non era decisivo, e ha deciso (se volete una fotografia, non la cercate in un suo canestro: sta nella stoppata al vetro su Iguodala che tiene il punteggio pari a tre minuti dalla fine). Dicevano che se non aveva la squadra più forte non poteva vincere, e ha vinto senza la squadra più forte ma semplicemente con un secondo violino di superbo impatto come Irving. Ha trasformato la guerra in una battaglia individuale e ne ha vinte tre di seguito. Ha dato senso al ritorno a Cleveland, ha vinto il suo terzo titolo in carriera, ma questo porta la sua firma totale, non condivisa come a Miami. Fate caso: i più grandi della storia sono anche stati allenati dai più grandi della storia. Michael Jordan e Kobe Bryant avevano Phil Jackson, Magic Johnson aveva Pat Riley, Bill Russel aveva Red Auerbach, Tim Duncan aveva Gregg Popovich. LeBron ha avuto Erick Spoelstra e Tyronn Lue. Due esordienti assoluti. E’ un altro indice della grandezza di un giocatore che per essere talmente grande, e avere portato da solo squadre che da sole in Finale non ci sarebbero mai andate, è stato considerato un perdente. Adesso il tabellino dice 3 titoli vinti e 4 persi. Ma conta poco. Qui siamo dentro la leggenda e l’immortalità, e verrà raccontata come l’impresa individuale più grande nella storia della Nba. Forse, dello stesso sport americano.
Come la perde Curry – C’è un vincitore e c’è uno sconfitto. E’ banale ridurla così, ma è l’essenza delle rivalità. A primavera pareva che Curry avesse l’universo in mano, ogni volta che in mano aveva un pallone. Inarrestabile, inconcepibile, rivoluzionario. Non si fa quello che ha fatto lui se non si è un numero uno assoluto. Però ha perso, e vinceva 3-1, ed è stato rimontato e sconfitto con le stesse armi con le quali aveva sconfitto il record dei Bulls ’95-96. E poi racconteremo gli ultimi cinque minuti di gara 7, dove è crollato come una diga: la palla persa. Le tre triple sbagliate. L’assenza di leadership. Le scelte avventate. La testardaggine nella lettura della difesa di Cleveland. L’incapacità di trovare un’alternativa a un tiro da tre che non è entrato mai con regolarità da inizio serie. Mentre di là quello a cui aveva rubato lo scettro se lo riprendeva. Sembra la più gigantesca cartolina che separa un vincitore meritevole da uno sconfitto impensabile. Fa impressione vedere uno del genere, padrone assoluto del gioco, che gioca come il più inutile dei panchinari quando la partita senza futuro si decide. Ma Curry, competitivo più di quanto il suo personaggio faccia filtrare, gioca limitato dall’inizio dei playoff per un problema alla caviglia. Dire che non è stato lui, che per l’assenza del suo peso specifico i Warriors hanno perso contro Cleveland, è vero ma significa limitarsi ai fatti. Quanto lui e la squadra siano stati limitati da una stagione di intensità emotiva e fisica pazzesca non è quantificabile, ma è da tenere in considerazione. Come il fatto che, senza autonomia fisica, la sua pallacanestro a questi livelli non è giocabile in una serie a sette partite. Mentre quella di LeBron sì. E’ un errore valutare Curry per la sconfitta di cui è protagonista assoluto per il nome che porta e per il ruolo che ha. La differenza è che LeBron, come nessun altro prima, può dominare il gioco anche fisicamente. E Curry solo tecnicamente. Adesso stanno 1-1, ma il titolo di James, per quello che rappresenta e per come l’ha ottenuto, pesa di più sulla bilancia. Sarà un estate di grandi chiacchiere. La speranza è che l’anno prossimo si ritrovino ancora, al massimo del loro potenziale, per giocarsi la bella.