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Auguri a Zdenek Zeman, l’uomo che ci ha insegnato a vincere perdendo

Compleanno 70 anni Zeman. Auguri all’uomo che ci ha insegnato a vincere perdendo

Nicola Tolomei, oltre che un mio grande amico è responsabile Marketing della Germani Basket Brescia e titolare dell’agenzia “Sport&Ideas”. Uomo che da sempre vive nello Sport. Praticato. Organizzato. Sofferto. Immaginato. Innamorato del Foggia, gli abbiamo chiesto di fare gli auguri a Zdenek Zeman per i suoi 70 anni. Ci ha regalato questa perla.

Entrammo a San Siro molto presto, in una domenica estiva del 1977. Faceva un caldo torrido, eravamo in 20.000 e ci univa la fede per il Foggia. Eravamo alquanto scombinati, un po’ cialtroni, meridionali, giovani con i baffi e i capelli ricci e meno giovani, anche loro con i baffi e i capelli ricci.
Come le curve dei tifosi italiani quando l’Italia, in quegli anni, giocava in Svizzera e in Germania.

Quando Giacinto Facchetti spiazzò il suo portiere Ivano Bordon con un autogol che ancora oggi nessuno (a parte lui e qualche suo compagno di squadra) potrebbe spiegare, pensammo di avercela fatta. Come tutte le partite di fine stagione, le cose erano state messe a posto ma si doveva solo aspettare il novantesimo, come sempre accade sui campi di calcio italiani, all’ultima giornata.
Il destino crea però strane traiettorie e una di queste, disegnata da Odoacre Chierico (giovane talento che debuttava quel giorno in serie A) condannò il Foggia alla serie B a pochi minuti dalla fine. Non sappiamo cosa poi sia successo negli spogliatoi ma certo Giacinto non sarà stato molto felice di sapere che il suo fanta-gol non era servito a nulla…

Abbandonammo lo stadio tristemente. Avevo 14 anni, mio padre mi diceva che avrei rivisto il Foggia in Serie A l’anno successivo. Ma non fu così. Uscimmo bastonati, imbruttiti, consapevoli della nostra condizione di sofferenza sportiva, sociale, generazionale… In quegli anni era tutto davvero più difficile, anche tornare a casa e pensare al domani.

Quando rientrammo in quello stesso stadio, sempre contro l’Inter, 16 anni dopo il mondo era cambiato.
Eravamo sempre gli stessi, ma non eravamo più noi. Qualcosa ci aveva modificato, certamente gli anni che erano passati, ma il cambiamento maggiore, nel cuore e nell’anima ci era stato dato da Zdenek Zeman. Non eravamo più i cialtroni del ’77. Non eravamo più brutti di altri, non eravamo più tristi di altri. L’orgoglio ci precedeva e la consapevolezza che noi, come lui, rappresentavamo qualcosa di diverso.

Fini 1-1, andammo in vantaggio e l’Inter pareggiò a fatica, speravo lo facesse con un nostro autogol, per ripagare quel goffo tentativo del grande Giacinto che ricorderò per sempre.

La festa durò tre anni. Pochi per divertirsi, abbastanza per capire tutto. Di Zeman. Del calcio. Del calcio degli altri.
Zeman ci aveva restituito dignità e orgoglio, ci aveva trasformato, aveva trasformato una piccola città del sud in una città brasiliana, ricca di idee e ironia. Foggia era tornata quella fucina di creatività che era stata un tempo, nel dopo guerra, grazie a personaggi come RENZO ARBORE e tanti altri artisti locali che si erano affermati nella musica e nel Jazz, in modo particolare.

Zeman era profondo, ironico, ma allo stesso tempo sapeva regalare sorrisi intensi; come tutte le persone intelligenti e sensibili, parlava con gli occhi. La sua profondità era unica.
E anche quando un manipolo di tifosi foggiani, ancora non in procinto di prendere le distanze da quelle forme di tifo becero e cafone che ci eravamo trascinati dietro per anni, gli bruciarono l’erba dello stadio Zaccheria, lui non si perse d’animo: “Infilate le scarpe da ginnastica, oggi ci alleniamo sul piazzale dello stadio. Sull’asfalto”.
Tra un allenamento sul campo in terra e polvere del San Ciro e una camminata in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo da Padre Pio, nasceva e cresceva il mito di un uomo che sapeva andare oltre, che sapeva essere maestro, padre e amico di un’intera città, di una generazione.

Ho sempre invidiato come un matto quel signore che prima di tutte le gare gli regalava la caramella, passandola tra le sbarre delle paratie di bordo campo. Non so se si conoscessero ma la loro complicità li rendeva unici.

Avevano instaurato un rapporto quasi amoroso, sensuale, fatto di un semplice gesto, due mani che si sfiorano per passare una caramella e un immenso sorriso di ringraziamento.

Amo Zeman perché ha saputo trasmettere tramite il calcio principi e valori nei quali ci riflettiamo tutti noi, che ci alziamo la mattina per arrivare al traguardo di tutti i giorni, convinti che nessuno ci regalerà niente, ma altrettanto convinti che nulla è impossibile.

Il lavoro e il sacrificio come modello e stile di vita per crescere, come i gradoni del Pino Zaccheria che tutti i giocatori del Foggia dovevano fare, per giocare la domenica. Come le corse degli atleti nel caldo della Sicilia estiva. Come la voglia di emergere di atleti che arrivavano dall’Est e da Paesi emarginati.

La fame come stimolo per colmare la propria ambizione, per ribellarsi al proprio destino, perché con Zeman questo era possibile.
Zeman ci ha fatto sognare. Zeman ci ha educato. Lo sport italiano con lui ha perso la più grande sfida di civiltà e di etica, emarginandolo e relegandolo a mondi remoti dai quali ha sempre saputo far sentire la sua voce. Dominando col suo sguardo e il suo pensiero da gigante un mondo di nani.
Zeman, esattamente come accade nella vita, ci ha insegnato a vincere perdendo. A differenza di altri che vincevano, insegnando a perdere.

Grazie Sdengo. A nome mio e di mio padre che non c’è più. A nome di tutti i tifosi del Foggia, dei tifosi delle squadre che hai allenato e anche a nome dei tifosi di quelle squadre che, purtroppo per loro, non hai mai allenato.

Buon compleanno, Maestro.
Nicola

Ieri Zdenek Zeman ha festeggiato 70 anni. I nostri auguri all'uomo che ci ha insegnato a vincere perdendo

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