Alan Shearer parla dei danni provocati dai colpi di testa

Da anni si parla di problemi cerebrali dovuti agli impatti ripetuti della testa con il pallone. L'ex attaccante inglese Alan Shearer sta cercando di saperne di più

In Inghilterra il 12 novembre, sui canali della BBC, è andato in onda un documentario relativo ai possibili collegamenti tra il colpire ripetutamente il pallone di testa, pratica calcistica talmente comune da essere considerato un gesto automatico, e danni cerebrali di vario genere fino ad arrivare ad una vera e propria forma di demenza. Il documentario non è stato realizzato da un nome qualsiasi ma da Alan Shearer, leggenda del calcio inglese e icona calcistica anglosassone che a metà degli anni Novanta – quando la Premier League non era ancora il fenomeno globale che è adesso – fece innamorare tanti appassionati italiani delle sue gesta con la maglia del Newcastle.

Shearer, che ha giocato ad alti livelli per oltre venti anni e ha segnato 260 gol in Premier League con le maglie di Blackburn e Newcastle – tra i quali 46 di testa – è partito dal presupposto che uno con il suo background calcistico potesse essere particolarmente a rischio visto che ha calcolato di colpire di testa il pallone fino a 100 volte in una giornata di allenamento. Ha parlato con ex giocatori colpiti da demenza, con i loro familiari, con dottori e specialisti e si è sottoposto a vari test con l’obiettivo di capire meglio il fenomeno e se alcune tipologie di giocatori siano più a rischio di altre. La demenza, che solitamente colpisce gli essere umani in età avanzate, è un progressivo declino delle funzionalità del cervello. Non può essere curata e progressivamente e inesorabilmente influenza la capacità di chi ne è colpito di svolgere le più comuni attività quotidiane.

Shearer è partito dalla morte di Jeff Astle, attaccante della nazionale inglese e del West Bromwich Albion, al quale era stata diagnosticata demenza prima di morire a 59 anni nel 2002. Il medico legale coinvolto nell’inchiesta sul suo decesso dichiarò che i danni al suo cervello erano stati provocati da anni di impatto della testa con il pallone.

All’epoca, quindici anni fa, si parlò di una vera e propria malattia professionale ed è sorprendente che il tema non venga mai toccato, se non marginalmente, mentre gli atleti professionisti ricevono aiuto e supporto dalle federazioni quando hanno problemi con l’alcool, con la droga, o in situazioni di rischio specifico – vedi la presenza a bordo campo di defibrillatori e personale qualificato in caso di problemi cardiaci che a volte hanno provocato la morte sul terreno di gioco. Alcune vite, riporta Shearer, sono state salvate mentre quasi niente è stato fatto per approfondire le conseguenze del colpire quotidianamente per anni il pallone con la testa.

L’ex attaccante riporta come questo genere di demenza non abbia influenza soltanto su chi viene colpito direttamente, ma anche sui loro familiari e chi vive al loro fianco. Un altro esempio citato è Nobby Stiles, uno dei leggendari campioni del mondo inglesi del 1966, in avanzato stato di demenza, constatando che nell’ambiente dei calciatori è comune credere che a fine carriera si possa convivere con acciacchi perenni alle ginocchia, alla schiena, alle caviglie, ma quasi nessuno realizza e prende in considerazione l’ipotesi di riportare danni al cervello a causa dei colpi di testa.

Un terzo esempio riguarda Matt Tees, un prolifico attaccante tra gli anni Sessanta e Settanta, considerato uno specialista del colpo di testa con le maglia di Grimsby, Luton e Charlton. Le sue cifre parlano di 93 gol segnati in 196 partite con la maglia di queste squadre e oggi, all’età di 78 anni, non riesce a ricordare i club per i quali ha giocato e nemmeno dove vive. Molti ex giocatori sanno che potrebbero avere un problema ma non riescono a ottenere una diagnosi specifica.

E’ un problema che da anni viene affrontato e investigato dalla Nfl vista la grande quantità di ex giocatori che soffrono di danni cerebrali che spesso conducono alla morte dopo avere smesso di giocare. Di recente la Lega professionistica americana ha dovuto rimborsare una cifra esorbitante a coloro che le avevano fatto causa. Non a caso Shearer ha avuto l’idea per il suo documentario dopo avere visto il documentario ‘Concussion’ – tradotto in italiano con Zona d’Ombra – del 2016 nel quale si approfondivano i problemi degli ex giocatori Nfl sottoposti per anni a traumi cerebrali e soggetti a CTE, encefalopatia cronica traumatica. Shearer si è sottoposto a una serie di test alla Stirling University colpendo ripetutamente di testa un pallone lanciato da una macchina che simulava la velocità di battuta di un calcio d’angolo e si è sottoposto a una risonanza magnetica all’ospedale della Queen Elizabeth University a Glasgow.

In passato c’erano anche stati due studi dell’Einsten College di New York che riportarono come i giocatori che colpivano il pallone di testa tra le 1000 e le 1500 volte in un anno erano più soggetti a sviluppare lesioni cerebrali simili a quelle conseguenti a un trauma cranico di piccola entità, andando incontro a difficoltà nella memoria verbale e piccoli deficit nella coordinazione psicomotoria. Michael Lipton, il coordinatore della ricerca, riportò che il colpire di testa il pallone ripetutamente non danneggia direttamente le fibre nervose, ma a lungo termine può generare una serie di eventi che nei casi più gravi possono portare alla degenerazione delle cellule cerebrali.

Studi come questo, principalmente perché solitamente effettuati su amatori e su atleti non professionisti, vengono generalmente accolti con una certa diffidenza nel mondo del calcio e anche questo è un elemento in comune con l’ambiente del football americano, che inizialmente sembrò indifferente di fronte al crescente numero di ex giocatori che riportavano danni e problemi cerebrali. L’obiettivo di Shearer è cercare di ottenere maggiore consapevolezza e chiarezza su un problema che, a livello mediatico e sportivo, non è considerato tale da professionisti, addetti ai lavori e tifosi.