Ridatemi il Basket degli anni 80, quello di Gervin e Dalipagic!

La pallacanestro di 30 anni fa, con gli stranieri che non lasciavano mai il campo e le rotazioni ridotte a sette giocatori.

Basket anni 80. Non faccio parte della categoria di nostalgici che pensano che John McEnroe non farebbe toccare palla a Roger Federer. O che Silvio Piola segnerebbe più gol di Gonzalo Higuain.

Traslato al basket, non sono affatto sicuro che Larry Bird si divertirebbe con LeBron James e che Bill Walton schiaccerebbe in faccia a Kevin Durant.

Credo semplicemente che si tratti di mondi non paragonabili, come se uno provasse a confrontare Beethoven con i Rolling Stones. Detto questo, i 50 anni che festeggerò a maggio e che come dicono a Sky corrono sul tassametro, mi impongono doverosa una riflessione vintage.

Sulla qualità della pallacanestro odierna non mi sbilancio ma non ho dubbi sul fatto che il basket degli anni 80 fosse infinitamente più divertente di quella attuale.

Basket anni 80. Ridatemi le squadre con otto italiani e due americani, meglio se di colore, meglio se mai sentiti o visti. Meglio se fenomeni alla prima uscita e impresentabili alla seconda. C’era il fascino della scoperta, la leggenda metropolitana era parte integrante nel prezzo del biglietto.

Ridatemi le squadre con le rotazioni ridotte a 7-8 giocatori e gli stranieri in campo sanguinanti e con un menisco rotto. Un cambio era previsto per gli esterni, un altro per i lunghi e al limite c’era spazio per uno specialista. Gli altri due a fare tappezzeria e a sventolare asciugamani.

Niente roster a 12 o 14, non c’erano le rotatorie e non c’erano le rotazioni. Si stava tutti un po’ meglio. Ora si gioca 21.3 minuti di media e chi ne sta in campo 25 tende a girarsi stranito verso la panchina per chiedere il cambio.

Ridatemi gli americani che quando mettevano 24 punti di media venivano guardati in cagnesco. E talvolta rispediti al mittente.

Basket anni 80. Ridatemi leggende come Abdul Jeelani, Darryl Dawkins, Spencer Haywood. Che una notte bruciò nel camino una sedia del ‘700 della sua abitazione sul Canal Grande di cui lo aveva generosamente dotato la Reyer. Aveva freddo, il pupo.

Ridatemi i due tiri liberi su tre e la possibilità di rinunciare alla lunetta per guadagnare tempo con la rimessa laterale. Si divise l’Italia, su quel dilemma. Altro che referendum.

Ridatemi gli allenatori che prima di affrontarsi in settimana si stuzzicano, si confrontano e si smarcano dal “politicamente corretto”, dal “vogliamo fare bene”.

Ridatemi i capelli a panettone e i completi attillati, non gli spinnaker attuali. Quanta stoffa sprecata…

Ridatemi i palazzetti dello sport mezzi affumicati e la sana goliardia incontaminata dal falso perbenismo delle signore con la bava alla bocca che pascolano oggi in qualche parterre.

Ridatemi il basket dei personaggi e delle performance memorabili. Delle sfide fragorose in cui uno vinceva e uno perdeva. E non era tutto così maledettamente distribuito.

Non era quella la pallacanestro perfetta ma ci si divertiva. Tanto. E quando non ci si divertiva, si poteva fantasticare sui 52 punti con i quali George Gervin poteva rispondere ai 56 di Drazen Dalipagic.

Ridatemi quel basket. Non questo dei 66-62 col top scorer, gran bravo ragazzo austriaco, a 12 punti in 19 minuti. Ma anche 4 rimbalzi e 2 falli subiti. Ah, be’ allora…