Ayrton Senna, il casco giallo e il destino degli eroi morti troppo giovani

Trenta anni dalla scomparsa di Ayrton Senna, il ricordo di quel primo maggio è ancora indelebile. Come la storia di un campione che ha cambiato la F1

C’era il sole, il primo maggio 1994. Esattamente trenta anni fa. A Imola, ma non solo. Quando hai una memoria fotografica è la tua più grande fortuna se di mestiere fai il narratore di vicende sportive, ma anche la tua più grande condanna. Perché ti ricordi tutto quello di cui hai bisogno nei minimi dettagli senza andare a consultare le fonti, ma vale lo stesso anche per tutto quello che non avresti voluto vedere, né raccontare, che si siede lì in un angolo della memoria e non perde mai colore, né sapore. Come il primo maggio 1994.

Imola

C’era il sole e il gran premio di Imola, in un calendario di sedici gare e non una ventina come quello diluito di oggi, era bello per questo. Perché dei due appuntamenti della F1 in Italia, era quello che coincideva con l’inizio vero della primavera, con il caldo, le giornate che si allungano. Monza a settembre è il ballo finale, l’ultimo bacio estivo prima dell’inverno, è esaltante ma anche leggermente malinconico. E’ una storia che finisce. Imola ogni anno era una storia che iniziava. Era il sole, appunto. Potevi mai andare a pensare che invece avrebbe rappresentato una storia che finiva, un’eclissi di sole, un giallo luminoso proprio come il casco di Ayrton Senna che improvvisamente diventa pallido?

Il fine settimana maledetto

No che non era stato un fine settimana normale, quello. Il venerdì Rubens Barrichello, un altro brasiliano, si era ribaltato all’ultima chicane prima dei box con la Jordan. Ne era uscito solo con un braccio rotto. La domenica, un episodio che non viene mai ricordato, ci andò di mezzo anche Michele Alboreto, una ruota persa dopo una sosta ai box che ferisce cinque meccanici. Un altro nome amato e poi dimenticato, uno di quelli che se ne sono andati troppo presto facendo quello che amavano, non più in F1, durante un collaudo il 25 aprile 2001. Un’altra primavera che si trasformava in inverno al Lausitzring, pochi mesi prima dello spaventoso incidente di Alex Zanardi sullo stesso circuito. Ironia geografica della fatalità. Il sabato Roland Ratzenberger. Che meriterebbe lui da solo una storia a parte. Morire durante una qualifica a Imola, a bordo di una Simtek squarciata come una scatoletta di tonno in quelle trappole micidiali che erano le monoposto dell’epoca, per venire dimenticato appena un giorno dopo ed entrare dentro un girone dantesco nel quale l’ultimo degli ultimi condivide la sorte fatale col primo dei primi. Non si sarebbe dovuto correre, ma era quella l’essenza della F1. La morte che ti sorride e tu che acceleri un po’ di più.

Ma, appunto, sembravano vicende destinate a toccare agli altri, quelli matti abbastanza come i campioni da fare dei motori il proprio lavoro ma un po’ meno speciali. Anche se non è vero, come conferma la lunga lista dei caduti sul campo, intrisa di titoli mondiali e nomi leggendari. Senna era a bordo della Williams, l’aveva ereditata da Prost che l’anno prima aveva fatto incetta di vittorie e del quarto titolo mondiale, sembrava una formalità che ci arrivasse anche il brasiliano. Invece quella macchina aveva problemi inaspettati, un abitacolo estremo come il resto di un progetto malriuscito di Adrian Newey, troppo stretto. Doveva dominare e invece in Brasile, a casa sua, al primo appuntamento, era andato in testacoda lasciando la vittoria a un giovane sfacciato tedesco di nome Michael Schumacher. Al secondo appuntamento, ad Aida, giusto pochi metri dopo il via prima di finire in una carambola e lasciare a quel tedesco anche la seconda vittoria. Due pole position, e tre con quella di Imola, zero punti in classifica. Questa storia terrificante e seducente del passato – con la rivalità tra lui e Prost che aveva scandito il decennio precedente – e il futuro – con Schumacher che avrebbe condiviso con lui molte insospettabili conseguenze – che si intrecciano un anno e un attimo prima di portarti via la vita.

Tutti quelli che c’erano si ricordano quella gara, quei giri, quello schianto al via e quella curva. Il Tamburello. Ci era quasi andato arrosto Berger, pochi anni prima, e a un certo punto compaiono le immagini di una Williams accartocciata e di un casco giallo immobile al suo interno. Nemmeno Poltronieri se ne fece subito una ragione. Non sembrava un incidente grave, lo abbiamo pensato tutti subito prima di renderci conto che la dinamica e l’essenza di un singolo episodio possono essere drammaticamente opposte. Un piccolo movimento della testa, l’ultima illusione di vita prima che il sole si spegnesse per sempre, e il resto fu una orribile sequenza di comunicati medici e la conferma, nel tardo pomeriggio, che il più forte dei più forti non c’era più. Entrare dentro il futuro solo perché ti viene strappato il presente. L’inverno che torna, freddo e desolante, nel cuore della primavera. Non si può scordare.

L’icona del decennio

Senna stava accompagnando la F1 da ciò che era stata, una congrega di pirati pronti all’arrembaggio a ogni curva, a ciò che sarebbe diventata. Cambi automatici, monoposto ancora più veloci ma più resistenti, connessione televisiva perpetua un soffio prima che il mondo prendesse la direzione di internet. Quel misto di fede carioca, maniacalità teutonica nella preparazione fisica, quel raccontare che il giorno del primo titolo mondiale nel 1988 aveva sentito dio parlargli nel casco, quella capacità tutta terrena di guidare sotto l’acqua come nessun altro. Era il personaggio di quell’epoca, lo si detestava anche nel perdurare della siccità Ferrari di quegli anni, perché tanto in pole c’era sempre lui e davanti comunque pure, in alternanza con Prost sulle McLaren. Avrebbe vinto un quarto titolo mondiale nel 1994, venticinque anni fa, e poi un quinto l’anno dopo, o forse no, forse avrebbe abdicato comunque di fronte a Schumacher, forse avrebbe finito la carriera nell’abitacolo del suo sogno proibito e impronunciabile, quello della rossa. Ma che importa? A meno di un mese di distanza, quell’anno, il mondo aveva perso un altro biondo come il sole, Kurt Cobain, e Ayrton Senna. A volte la memoria fotografica è una dannazione e una condanna.

Senna e Schumacher

Poi certo, si va avanti lo stesso, si va avanti comunque, e allora Schumacher. Quante similitudini tra lui e Senna, curiosamente quasi mai citate. Senna che perde un titolo mondiale per un contatto pernicioso con Prost a Suzuka nel 1989, e chissà quante e quali se ne sarebbero dette se all’epoca fossero esistiti i social in una probabile guerra di religioni tra adepti del brasiliano e del francese. Schumacher che perde un titolo nel 1997 contro Villeneuve figlio perché il suo tentativo di speronamento a Jerez non va a buon fine ed è il momento più basso della sua storia Ferrari. Senna che vince un titolo mondiale allo stesso modo un anno dopo, sempre a Suzuka, sempre contro Prost vestito di rosso Ferrari, nel più celebre sabotaggio annunciato pubblicamente della storia delle corse. Aveva detto a tutti che gli avrebbe restituito ciò che gli aveva tolto e lo fece, senza mai andarne fiero. E Schumacher che vince il suo primo titolo mondiale, proprio nel 1994 ad Adelaide, facendo in modo di farsi speronare da Damon Hill, al quale si piegherà un braccetto della sospensione. Entrambi due titoli mondiali, uno perso e uno vinto, grazie a uno scontro.

Il destino degli eroi

Un braccetto della sospensione si piegherà anche a Imola, nel 1994, per conficcarsi nel casco giallo e toglierlo dal mondo. E’ incredibile la quantità di cose che possono andare storte e tu puoi sempre salvarti, ma basta che ne vada storta una sola per condannarti e a volte è la più banale. Bastava un angolo di impatto diverso di mezzo grado e sarebbe stato diverso. Così come quel giorno sugli sci, nel 2013, bastava mezzo metro avanti o indietro per non sbattere la testa su un sasso nascosto dalla neve per non piombare in un oblio di cui sappiamo poco, forse perché è meglio non saperlo. Senna che non c’è più, Schumacher che c’è ma è come se non ci fosse. Entrambi vittime di fatalità, uno forse danneggiato da un piantone dello sterzo tranciato in maniera criminale ai box per trovare qualche decimo in più nella lotta al mondiale, l’altro sopravvissuto alla pista ma non alla banalità della vita di tutti i giorni.

E’ come se gli eroi più grandi della F1 moderna dovessero pagare in un modo o nell’altro la loro grandezza smisurata. Senza sconti, senza pietà, senza mezze misure nel caso di Senna, con troppe mezze misure nel caso di Schumacher. E noi paghiamo il nostro tributo a una memoria fotografica rievocando ogni volta il dolore senza gradi di giudizio, senza che il tempo lo affievolisca o che almeno un po’ lo sbiadisca. Ma, a ben guardare, è anche un po’ la nostra fortuna. Perché insieme al dolore, anche il ricordo della grandezza e delle emozioni rimane intatto. Una grande fortuna, in un’epoca che inghiotte tutto alla velocità di una monoposto di F1.