
La settimana del Giubileo giallorosso prevedeva che il colpo di testa di Dzeko fosse dieci centimetri più in basso rispetto alla traversa difesa da Strakosha.
Un derby tutt’altro che memorabile, quello di ieri, ma c’era da attenderselo. La Roma ancora con la testa colorata di blaugrana e più preoccupata di compromettere questi giorni incantati con un ko nella stracittadina, che intenzionata a vincerla. La Lazio ancora segnata dall’insensibilità del Salisburgo e provata dall’incornata presa 72 ore prima dal Toro Rosso.
Detto questo, poteva vincerlo la Lazio se El Shaarawy non avesse completato una diagonalona di 70 metri in chiusura su Marusic. Poteva vincerlo la Roma, che dopo l’espulsione di Radu ha sfiorato il vantaggio in 3-4 occasioni e sempre con Dzeko, dopo che Bruno Peres aveva deciso che deve essere il suo polpaccio e non il piede destro a entrare nella storia del club giallorosso.
Perché diciamocelo come va detto, e ripetete insieme a me battendovi il petto: la Roma è in semifinale di Champions League. Lo senti come appoggia bene, avrebbe detto il Manuel Fantoni di Borotalco. A me risulta un’espressione quasi irreale, paradossale, come “Italia campione del 6 Nazioni” o “Simone Inzaghi non parla degli arbitri”. Al punto che me la vorrò assaporare fino al calcio d’inizio di Liverpool-Roma, pare alle ore 20.45 del 24 aprile.
E’ chiaro che noi romanisti siamo talmente ammaccati da un passato infame che la gioia non riusciamo a godercela fino in fondo. Non è una questione di #maiunagioia, è che la gioia la consideriamo sempre il preludio di una successiva, colossale fregatura. Spiace rivangare giorni difficili, ma siamo sempre quelli che abbattono il Dundee e poi si consegnano al Liverpool, quelli che battono Inter e Lazio con doppietta di Vucinic e poi si consegnano a Pazzini, quelli che rimontano 10 punti alla Juventus e poi buttano nel cesso lo scudetto col Lecce, quelli che per due anni assaporano lo scudetto fino all’ultima giornata prima di essere superati dall’Inter, quelli che spazzano via il Lione e poi ne prendono 7 al Vecchio Trafford. Tranvata direttamente proporzionale alla gioia precedente, questo ha insegnato quasi sempre la nostra storia.
In genere, per un romanista autentico la gioia odora/puzza di mazzate. Ecco perché al 3-0 di Manolas c’era più gente angosciata che felice e per l’Olimpico serpeggiava diffuso il “chi cazzo ce l’ha fatto fare?” mentre un bell’1-1 ci avrebbe permesso di salutare l’Europa con dignità.
E invece no, ci siamo costruiti una serata da raccontare ai nipotini ma ora alberga, perlomeno nella mia testa, la paura dell’ignoto. Come finiremo per pagare tutta questa Grande Bellezza lupacchiotta? Temevo il derby, in questo senso, e l’abbiamo passato indenni.
Il 24 aprile è ancora distante, facciamo che allora non ci penso e mi rivedo Roma-Barcellona fino allo sfinimento.









