
Nba Finals, Warriors-Cavs – Si sta trasformando nella rivalità più accesa del nuovo millennio. Nella storia della Nba non era mai capitato che due squadre si affrontassero in finale per tre stagioni consecutive, nemmeno nell’epoca dei Lakers e dei Celtics di Magic e Bird. E può essere considerata una sorta di spareggio. Il titolo del 2015 andò ai Warriors che vinsero 4-2 contro i Cavs privi di Love e Irving, quello del 2016 ai Cavs con la leggendaria rimonta da 3-1 a 4-3 che ha dato il primo titolo della storia a Cleveland. Ma erano state serie condizionate dagli infortuni dei Cavs due anni fa e dalla scarsa condizione di forma di Steph Curry lo scorso anno. Stavolta, con le squadre al completo, sarà resa dei conti integrale.
Cleveland Cavs – Se i Warriors hanno vinto 12 partite senza perderne, i Cavs hanno fatto appena peggio perdendo soltanto gara 3 della finale di Conference contro Boston in una serie nella quale si sentivano, e di fatto erano, padroni. Si comincia da qui perché il vero limite di Cleveland, ricomparso in un paio di partite ai playoff contro Indiana e contro i Celtics dopo essere costato il fattore campo al termine della regular season, è mentale. Ogni tanto i campioni spengono la testa e le gambe e subiscono parziali inspiegabili. E’ vero che è successo contro squadre nettamente inferiori, per talento e per momenti contingenti delle serie, e non dovrebbe succedere contro i rivali delle ultime due finali. Ma è il prezzo che paga una squadra che lo scorso anno è andata dove non era mai stato nessuno, a vincere il titolo recuperando da 3-1 con gara 7 in trasferta, e riconfermarsi senza flessioni emotive è impossibile. Dal punto di vista statistico i Cavs in questi playoff sono stati quasi impeccabili. Hanno segnato 116.8 punti di media facendo lievitare il loro rating offensivo nel momento più importante della stagione, soltanto i Warriors hanno segnato di più. Hanno tirato con il 50.7% dal campo e con il 43.5% da tre, nessuno ha fatto meglio, nemmeno la macchina da canestri implacabile della baia. Hanno viaggiato a 22.2 assist a partita con 12.9 palle perse, 7.5 recuperi e 5.1 stoppate di media, recuperato 41.6 rimbalzi a serata. Sono numeri di un dominio incontestabile che non può essere spiegato soltanto con un livello di talento non eccelso nella Eastern Conference.
Terza finale consecutiva per i Cavs e settima consecutiva per LeBron James. Quando hai il sovrano in queste condizioni di forma puoi essere quasi certo di arrivare all’ultimo appuntamento e LBJ in questi playoff sta viaggiando a 32.5 punti di media, migliore marcatore se escludiamo le cinque partite giocate da Russell Westbrook, tirando con un irreale 56.6% dal campo, il 42.1% dall’arco, 8 rimbalzi, 7 assist, 2.1 recuperi e 1.4 stoppate di media.
Immarcabile è l’aggettivo che sintetizza il suo dominio, soltanto il 71.2% in lunetta è appuntabile. Irving segna 24.5 punti a partita con 5.6 assist di media e il suo contributo a rimbalzo, 2.4, può ancora migliorare. Love si è inserito perfettamente nel ruolo di terzo violino e contribuisce con 17.2 punti, il 47.5% dall’arco e 10.4 rimbalzi. Il trio produce 74.2 punti di media, che su 116.8 di squadra significa il 63.5%. Per questo l’impatto del supporting cast, da Thompson dentro l’area a Smith e Korver sul perimetro, deve migliorare. Deron Williams aggiunge regia ed esperienza tra gli esterni ma il rischio sempre presente per i Cavs è che fuori dalla nobiltà ci sia la tendenza ad appoggiarsi sulle spalle delle stelle in ogni situazione di difficoltà senza alzare il proprio livello di rendimento in maniera direttamente proporzionale alle esigenze. E’ bastato per vincere la Eastern Conference, non basterà contro i Warriors.









