Il compleanno di Roberto Baggio, genio amato e discusso del pallone

Il 18 febbraio è il compleanno di Roberto Baggio, emblema di un calcio che non c'è più, talento fuori dal normale, giocatore che più di tutti ha diviso e fatto discutere

C’è un paesino in Toscana, si chiama Castel del Piano, pendici del Monte Amiata. Gli appassionati di calcio che erano già tali negli anni Ottanta ricorderanno che all’epoca diverse squadre di serie A fissavano lì il proprio ritiro estivo. Ci andò il Napoli e Maradona ci giocò la sua prima partita italiana, ci andò la Lazio, in epoca successiva ci andò anche il Genoa dell’ultimo Tacconi e di Tomas Skuhravy. Soprattutto, sul finire del decennio, prese ad andarci con una certa costanza la Fiorentina, anche per ragioni logistiche vista la vicinanza con il capoluogo toscano. E quella non era una Fiorentina qualsiasi. C’era Marco Landucci, portiere, oggi inseparabile vice di Allegri alla Juve. C’era Stefano Borgonovo, sfortunato fuoriclasse a cui la vita ha tolto più di quanto abbia dato. E poi c’erano due compagni di squadra agli antipodi. Il primo, che fosse fuori dagli spogliatoi del campo sportivo o la sera nei dintorni dell’Hotel Impero, dove la squadra dormiva, andava sempre in giro con un cubetto di ghiaccio in bocca e l’aria suprema da capitano, quale in effetti era. Il secondo, un giovane riccioluto ancora privo di codino, era un poco più che ventenne timido che in mezzo alla folla di adolescenti a caccia di autografi ci stava malvolentieri. Entrambi, circa sei anni dopo, si sarebbero ritrovati avversari sull’erba bruciata di Pasadena a giocarsi un mondiale ai rigori. Il primo era Carlos Dunga. Il secondo Roberto Baggio.

Quella finale di Los Angeles, persa contro il Brasile di cui Dunga era capitano per via di un rigore calciato nell’oceano da Baggio, rimane un emblema del nostro sport. E forse è questo il punto. Che Roberto Baggio, pure oggi che ha smesso di giocare da oltre dieci anni e si è eclissato completamente nel proprio silenzio alternato agli schioppi assordanti di un fucile da caccia, si è conficcato nella memoria sportiva del paese e non ha avuto bisogno di parole, interviste, poltrone federali, panchine o altri ruoli per ricordarci chi è, e chi è stato. Lo ha fatto principalmente con due gesti distanti tra loro, in antitesi, esattamente la stessa distanza che corre tra chi l’ha amato come un artista rinascimentale del pallone e chi l’ha odiato per quel suo carattere schivo, da dribblatore perenne, di difensori come di autografi come di attenzioni.

Il primo gesto rese definitivamente magiche le notti magiche di Italia ’90. Quello slalom speciale in mezzo alle maglie bianche della Cecoslovacchia, immobili come paletti su una discesa alpina, lo fece entrare nel cuore della nazione. Non era lui il titolare di quella nazionale, come non doveva esserlo Schillaci. Ma rimane uno dei gol più belli nella storia del gioco. Se è vero, come è vero, che Bruno Pizzul, uomo dal multiforme ingegno nel definire nei modi più fantasiosi anche un banale colpo di vento, di fronte a questo capolavoro non seppe dire altro se non: ‘Grandissima impresa di Baggio, veramente bravo. Ha fatto una cosa che veramente…’ Puntini di sospensione. Non gli venne altro per alcuni secondi. Probabilmente, voi che c’eravate quella sera, vi ricordate anche dove e come e cosa stavate facendo.

Che poi, proprio nella stagione precedente a quel mondiale, nella propria bottega di artigianato privata con la maglia della Fiorentina, qualcosa di simile l’aveva ingegnata e realizzata contro il Napoli. Era il 17 settembre 1989. Al San Paolo. Proprio esattamente nella stessa porta dove, dieci mesi dopo, Caniggia segnò di nuca contro l’uscita scriteriata di Zenga, costringendo l’Italia ai rigori e a perdere la semifinale di un mondiale che doveva essere suo e diventò quasi per caso della Germania. Guardate qua. Lui e Borgonovo erano la pioggia viola del campionato italiano. E la citazione della canzone di Prince, la preferita di quello che sarebbe diventato il codino, è ampiamente voluta.

L’estate successiva, prima dei mondiali, fu ceduto alla Juventus. E giustamente i fiorentini se la presero e diedero in escandescenza, come se Michelangelo fosse stato separato dalla corte dei Medici in cambio una ventina di miliardi. Baggio le emozioni le consumava tutte, senza nasconderle, esattamente come le cartilagini delle sue ginocchia martoriate.

Per questo a Pasadena fu la sublimazione del genio e della sua contraddizione. Perché a quella finale infuocata di mezzogiorno ci aveva trascinato lui. Senza mancare di mandare a fanculo – perché il genio non edulcora e non manda a quel paese, va dritto al punto –  Sacchi dopo la sostituzione con la Norvegia, segnando una doppietta con la Nigeria, e poi il gol decisivo con la Spagna, e poi un’altra doppietta con la Bulgaria in semifinale. Unico giocatore azzurro a segnare in tre edizioni consecutive del mondiale. Giocò quella finale sciancato, immobile, per non farsi mancare un infortunio nella giornata più bella. Dopo la semifinale, lui che aveva segnato una doppietta, uscì in lacrime e con una coscia stirata, consolato da Riva, che aveva capito perché ci era passato anche lui. Non ce la faceva e Sacchi non ce la fece a non affidarsi a lui per l’ultima volta. Tanto plastica, dinamica, travolgente è l’esecuzione dalla metà campo contro la Cecoslovacchia, quanto statica, stanca, tormentata nel proprio inesorabile destino quella trasformazione dal dischetto contro Taffarel, mandata oltre il tetto dello stadio.

In quel punto della storia ormai Pizzul, da Baggio che era, lo chiamava semplicemente Roberto. ‘Ecco Roberto’ dice. Certo, un po’ per differenziarlo da Dino, che Baggio faceva di cognome pure lui e che insieme al codino alla Juve aveva vinto una Coppa Uefa, nel 1993. Solo che lui faceva il mediano e l’altro vinceva il Pallone d’Oro, ultimo italiano a riuscirci. Ma soprattutto Roberto era lui, era noi, era un brand, era come il baffo della Nike senza la scritta sotto, bastava dire ‘codino’ per srotolare di fronte a te il mondo del pallone. Questo rigore sta dentro il libro dei ricordi indelebili come Livio Berruti, come i fratelli Abbagnale, come Pietro Mennea, come Grosso contro la Germania. Come Roberto, quando era ancora solo Baggio, contro la Cecoslovacchia. Ha scandito la storia del paese. Quella sera, in quel momento, Baggio a fanculo lo mandammo tutti. Grandi e piccini. Poi l’abbiamo perdonato, subito dopo o quasi. Se avesse segnato, probabilmente quel mondiale non l’avremmo vinto lo stesso. Però forse di lui si sarebbe parlato in maniera diversa.

Ora Baggio, con la sua assenza, riempie i vuoti con i dibattiti che genera. Se vi azzardate a dire che tutto sommato, con quel talento, la sua indole non andava di pari passo ai suoi piedi, potreste venire sbranati, in un bar di periferia o nella piazza virtuale dei social network. Baggio è il calcio e non si può contestare. Vedrete che, anche abbastanza velocemente, verrà fuori qualcuno a ricordare questo episodio.

Il ritorno a Firenze, il primo da ex, fu scandito da un altro rigore. Un altro rigore sbagliato. Non da lui, che contro la città che amava si rifiutò di tirarlo, ma da De Agostini che lo calciò al suo posto. Maifredi per quell’episodio andò fuori di testa, anni dopo disse che quella decisione l’aveva presa lui ma comunque sostituì il codino, e quello se ne andò sotto la doccia con una sciarpa viola al collo. Agnelli, l’avvocato, per questo e altri episodi lo chiamò ‘coniglio bagnato’ sostenendo che era impossibile tenerlo di buonumore. Il che è un altro simbolo di chi è stato Baggio. ‘Le punizioni che avvicinano a Dio’, lo chiamavano. E a proposito di punizioni.

Nel nostro immaginario, che qui diventa soggettivo, Baggio è legato a questa partita specifica. Semifinale di ritorno di Coppa delle Coppe, mai abbastanza compianta, tra Juve e Barcellona. All’andata 3-1 per i blaugrana. Quella Juve di Maifredi, bistrattata e maltrattata allora come nei ricordi di oggi, quella sera del 10 aprile 1991 giocò una delle partite più belle del calcio moderno. Fece girare la testa alla squadra allenata da Crujiff, molto di più e molto prima di Capello, che ci riuscì in finale di Champions League tre anni dopo ad Atene. Le servivano due gol ma, in un diluvio di occasioni sprecate, riuscì a segnarne uno solo. Di Baggio, su punizione. Divino sì, ma non abbastanza. Emblema o parabola dell’uomo e del giocatore.

Ha vinto poco rispetto al talento, e ha brillato tanto dove le luci erano meno forti. In pochi ricordano qualche sua giocata con il Milan, e con l’Inter, maglie che ha indossato quando di lui si parlava già quasi al passato. Tutti ricordano le magie al Bologna e al Brescia, come se il fuoriclasse che era stato di tutti dovesse necessariamente tornare a illuminare la provincia del calcio, la periferia invece che la nobiltà, nella quale forse si era anche sentito a casa, per pedigree quantomeno, ma mai completamente accettato. Se avesse avuto un’altra testa, chissà. Se avesse avuto le ginocchia sane invece di due arti quasi inservibili che gli consentivano di fare miracoli la domenica e poi lo costringevano a stare fermo fino a mercoledì. Chissà. Compie cinquant’anni, nato il 18 febbraio 1967, l’anno di Sgt Pepper’s dei Beatles, magari non è casuale. E cinquanta è un numero perfetto, che rimane. Finito. Come il 10. Quello che aveva sulle spalle. Quando il numero 10 indicava spesso il genio e quasi sempre la superiorità tecnica di chi lo indossava. Baggio oggi è da qualche parte in Argentina a caccia, a riempire quei silenzi sparando. E rimane uno dei calciatori più amati, più odiati, che più ha diviso le opinioni e le tifoserie. Uno di quelli che, in definitiva, quando ci facciamo prendere dalla nostalgia del calcio che è stato e che non c’è più, ci manca. Più degli altri.