19 marzo 1995: il ritorno di Michael Jordan (con un fax)

Il 19 marzo 1995, esattamente trenta anni fa, Michael Jordan faceva il suo ritorno nella Nba. Una storia leggendaria iniziata con un fax di due parole

Prima del 1995, il 19 marzo era già molte cose. San Giuseppe, la festa del papà, l’arrivo non solo cronologico ma anche biologico della primavera. Era, e sarà anche se quest’anno si è preso una pausa, l’avvicinarsi del momento più eccitante della stagione sportiva. Lo sprint finale dei campionati, l’arrivo dei playoff Nba. Dal 1995, il 19 marzo è diventata anche la data del ritorno del più grande. Ed è per questo che a distanza esatta di 25 anni, un quarto di secolo spaccato, è bello celebrare e ricordare questa giornata raccontando un ritorno mentre tutto intorno la vita è ferma. Ricomincerà e forse sentiremo in tutto il mondo la stessa emozione che provarono gli amanti del basket e dello sport quel giorno, quando non solo seppero ma videro che Michael Jordan era tornato. La quarantena era finita.

L’addio di Michael Jordan

E’ curioso parlare di quarantena in questo momento storico, nel quale ha tutt’altro significato. Ma in effetti è esattamente dove si pose Michael Jordan nell’ottobre del 1993, all’apice della sua carriera, ma più correttamente dovremmo dire all’apice del suo dominio sulla Nba, sul basket, su un mondo che anche con lo sport stava diventando iconico e universale. Decise di smettere all’improvviso, dopo tre titoli consecutivi e l’epocale passerella sul palco di Barcellona ’92 con il Dream Team. Quello era un uomo consumato, dalla propria voglia di competizione e dalla scomparsa del padre, trucidato a bordo della sua Lexus in una strada provinciale in estate, in una tipica storia di degrado americano che ogni tanto torna a ricordarci la faccia oscura del sogno. Se ne andò lasciando il mondo sgomento, proprio come è oggi per altri motivi, e decise di mettersi a fare quello che un pensionato precoce e di lusso può permettersi. Giocare a baseball per divertimento, come faceva da bambino quando era una star delle leghe giovanili prima di scoprire che il talento vero ce l’aveva per la palla più grande che rimbalzava, quella arancione. Durò un paio d’anni, mal sopportati, perché quello che era stato il più grande di tutti non riusciva a essere non diciamo il migliore, ma nemmeno uno che faceva la differenza nelle minors del baseball. Girava la mazza, mangiava la polvere, i cronisti intorno erano sempre in gran numero ma gli chiedevano conto di un fallimento. Non poteva durare e infatti durò meno di ventiquattro mesi, diciassette per la precisione. Ventitre era il numero di maglia ed era sparito pure quello, sostituito dal quarantacinque.

Il ritorno di Michael Jordan

Se sei Michael Jordan, non è che se hai voglia di farti un paio di palleggi al Berto Center, dove si allenavano i Bulls che aveva lasciato orfani, non ti fanno entrare. All’inizio del 1995 non c’erano ancora molte cose che ormai sono automatiche, tipo internet, i social media, la connessione veloce e Nba League Pass. Non c’erano le mail, non con la diffusione e la potenza comunicativa che hanno oggi e nemmeno quindici anni fa. C’erano i fax e lavoravano a manetta perché distribuivano le notizie ai vari angoli del mondo e lavoravano a getto continuo, anche di notte. Divennero chiaramente il mezzo preferito dalle squadre per fare girare statistiche e comunicazioni, e la comunicazione intesa come mass media faceva altrettanto. David Falk, l’agente di Michael Jordan, quando divenne certo che non si trattava solo di sgranchirsi le gambe con le vecchie passioni ma che si tornava a fare sul serio, si fece venire due o tre idee su un comunicato stampa da inviare ai media. Poi le sottopose a Jordan, a cui non piacquero. Se è mai esistito un minimalismo sportivo, iniziò qui. Il più grande di tutti disse che ci pensava lui, prese un pezzo di carta e un penna e ci vergò sopra, semplicemente ‘I’m back’. Sono tornato. Quel fax, era sabato 18 marzo 1995, prese a circolare prima negli uffici della Nba e poi, come una pandemia incontrollata e anche questo termine oggi non è casuale, in ordine sparso nelle redazioni di tutto il mondo. I fax erano forse anche più impersonali delle mail, perché di base si trattava di una fotocopia stampata a bassa risoluzione, e non hanno mai dato l’idea della tecnologia che avanzava. Non visivamente. Ma quello divenne il fax più famoso nella storia dello sport. Naturalmente era diverso il modo di lavorare, perché se un invio massivo di mail mette tutti nella stessa posizione dal punto di ricezione, un singolo fax arrivava in un determinato ufficio e poi tutte le persone coinvolte venivano chiamate al lavoro personalmente. Immaginate il terremoto scatenato da due semplici parole in un sabato che per molti era di riposo.

Il 19 marzo 1995

Dopo il fax, fu coach Phil Jackson ad andare davanti alle telecamere e spiegare com’era andata. Raccontò di una stretta di mano tra lui e Jordan con il più grande che disse altrettante poche parole, come nel fax. ‘It’s a done deal’. Affare fatto. I Bulls avrebbero giocato la sera successiva a Indianapolis, contro i Pacers, con Jordan in campo. Per quanto casuale, il fatto di tornare sul parquet nell’Indiana, la terra probabilmente più affezionata e devota alla pallacanestro tra tutti gli stati degli Stati Uniti, aggiunse un tocco di poesia a un evento che per quasi due anni si era osato pensare in silenzio ma non ci si azzardava a sperare in pubblico. Jordan tornò con il numero 45, giocò 43 minuti, fece 19 punti con 7/28 dal campo e i Pacers vinsero 103-96. Probabilmente la partita di regular season più ininfluente dal punto di vista del risultato nella storia della Nba. Alcuni dissero che era arrugginito, lui lo sapeva da solo. Poche sere più tardi, il 28 marzo, dopo cinque gare di rodaggio segnò 55 punti al Madison Square Garden contro i Knicks. Era tornato e quello era il palcoscenico per confermare che faceva sul serio. Ai playoff i Bulls si arresero contro i Magic ma Jordan ripristinò il numero originale, pure se era stato ritirato, perché Nick Anderson disse che certe cose poteva farle al nuovo 45, che al vecchio 23 una palla del genere non avrebbe mai potuto rubarla. Completato il puzzle, da quel fax di due parole partì il secondo three peat dei Bulls. Esattamente venticinque anni fa.