
Contro il “Michelangiolismo” di Sarri
Si è spesso dipinto Luciano Spalletti come un allenatore essenzialmente trasformista, camaleontico. L’idea che da una massa informe e soprattutto malleabile possano essere create diverse e differenti forme, a seconda del momento o dell’avversario, è puro «Spallettismo» al 100%. Le squadre a disposizione del tecnico toscano hanno sempre rappresentato creta da poter modellare perennemente, senza modifiche strutturali e/o irreversibili. Al contrario del duro marmo che è abituato a scolpire un Sarri, per esempio. Tanto che, nell’immaginario collettivo, i due allenatori (che in comune, per la verità, hanno molto, perlomeno dal punto di vista del curriculum: entrambi hanno avuto ad Empoli il proprio trampolino di lancio verso l’apprezzamento nazionale, per esempio) sono spesso messi in contrasto per evidenziare quanto siano effettivamente l’uno l’opposto dell’altro, sotto questo aspetto. Specialmente nel calcio moderno, credere che la medaglia abbia solamente due facce, è quanto mai riduttivo: in realtà, sarebbe più giusto parlare di una linea di ‘continuum’, all’interno della quale si possono porre sì due estremi, ma anche infinite sfumature. Ed il credo “Spallettiano” e quello “Sarriano” non sono altro che diverse gradazioni (molto distanti tra loro, questo sì) di questo spettro dinamico di colori.
Il don Diego de la Vega di Certaldo
E’ da sottolineare la quantità di cambiamenti a cui la squadra giallorossa è stata sottoposta, da inizio stagione ad oggi. Cambiamenti di gerarchie (basti pensare che, nella doppia sfida contro il Porto, Juan Jesus, Vermaelen e l’arretramento di De Rossi sono risultate tutte opzioni maggiormente percorribili di Fazio), di modulo (con il passaggio all’ormai nota difesa «a tre e mezzo», sulla quale tornerò più avanti, promesso) e di sistema di gioco. Partendo proprio da quest’ultimo aspetto, bisogna evidenziare innanzitutto come sia stata rivoluzionata la gestione del possesso della Roma, nel giro di una manciata di partite di Campionato. All’inizio della stagione, la parola d’ordine era “verticalità”. L’idea, una volta in possesso della sfera, era quella di risalire il campo nel più breve tempo possibile, possibilmente con 1-2 passaggi volti a raggiungere immediatamente il fronte offensivo (specialmente con Paredes in campo), oppure tramite i ‘break’ dei vari Bruno Peres, Nainggolan e Salah, che la capacità di spezzare in due il reparto avversario palla al piede, l’hanno sempre avuta. Addirittura, la combinazione costruttiva più frequentemente adottata dai giallorossi, era quella del lancio lungo di Szcz?sny per Džeko, soluzione cavalcata quasi costantemente, in determinate situazioni. Al movimento a scendere del bosniaco, per ricevere il «long lob pass» di apertura, ha fatto spesso da contrappeso il contromovimento di Salah, che subito andava ad attaccare lo spazio lasciato libero proprio dal numero 9 giallorosso. In questo modo, l’egiziano aveva la possibilità di ricevere palla o direttamente dall’ex-centravanti di Manchester City e Wolfsburg (il quale poteva sfruttare la propria tecnica abbacinante, quasi da trequartista), oppure dal centrocampista che riceveva l’appoggio corto di quest’ultimo: in quest’ultimo caso, se si disegnasse sullo schermo la scia del pallone, ne verrebbe fuori una “Z”. Oppure, per voler dare ancor più romanticismo alla cosa, una “S” rovesciata: come non pensare che sia la firma in stile Zorro, voluta lasciare da Spalletti, quasi come autografo su un’azione che in allenamento sarà stata provata decine, centinaia di volte?
Il verticalismo di Spalletti
Questo movimento bilanciato “ad ascensore”, aveva come fine massimo quello di sfruttare la folle velocità di Salah nel più breve tempo possibile, per impedire alla difesa di togliere campo all’egiziano. E non a caso, moltissimi dei gol del numero 11 giallorosso, sono nati proprio da azioni simili, quasi fotocopie di un unico originale, esclusa la sua prima rete realizzata nel 2016, a Sassuolo, ultima eco delle meravigliose perle à la Del Piero/Insigne, con cui aveva deliziato varie platee italiane, quando sulla panchina della Roma sedeva ancora Rudi Garcia, che adorava sfruttare il suo sinistro cotonato, con le combinazioni interne. Questa ricerca quasi ossessiva della verticalità è stata resa possibile, anche nonostante l’assenza di un giocatore come Pjani?, grazie ad un regista arretrato dai piedi fatati, come Federico Fazio, “il Bonucci” della Roma (non prendetelo come un paragone a 360 gradi, ci mancherebbe), ma anche grazie agli enormi progressi fatti registrare da Rüdiger, soprattutto con il pallone tra i piedi. Tra l’altro, proprio a proposito del tedesco di origine sierraleonese, è semplicemente e letteralmente incredibile pensare che lo stesso giocatore che oggi è un costante punto di riferimento della squadra, in fase di uscita del pallone, sia la stessa persona che, fino a qualche mese fa, a quella sfera di cuoio non aveva il permesso nemmeno di dare del voi.
Il passaggio a nuovi Orizzonti
La partita che forse più di tutte, tra quelle di questa prima parte di campionato, ha rappresentato l’apice di un tale orientamento verticale, è proprio quella contro l’Inter (un po’ come «Le déjeuner sur l’herbe» di Manet è stato IL Manifesto dell’Impressionismo francese): qui i concetti chiave di rapidità delle transizioni offensive, di aumento del numero di possessi e dei giri del motore vengono tirati, come un elastico, fino all’estremo. Il risultato prodotto è quello di una gara che è sembrata più la rielaborazione di un match di Wimbledon, che uno di Serie A. Forse, sono state proprio tutte le occasioni concesse ai nerazzurri, a convincere Spalletti che era necessario cambiare qualcosa. E quel “qualcosa” è stato effettivamente modificato, fin dal match successivo (che ha visto i giallorossi vincere a Napoli), in cui la Roma ha fatto registrare, in fase di possesso, il primo reale, anche se timido, abbozzo di una difesa a 3, con Florenzi pronto ad abbassarsi immediatamente, una volta che erano i partenopei ad attaccare, e Perotti a coprire in ampiezza, data la posizione strettissima di Juan Jesus. Ad ogni modo, nonostante questi accorgimenti tattici, resta il fatto che, in quel match, Spalletti ha sperimentato la difesa a 3 per la prima volta dal suo ritorno a Roma (se si esclude Roma-Frosinone della passata stagione: scendere in campo con quel modulo, sembrò essere dettato più da una temporanea, ma impellente necessità). L’idea di fondo resta quella di sfruttare maggiori soluzioni in fase di uscita del pallone, per eludere con più facilità il pressing avversario: infatti, tramite la superiorità numerica ad inizio azione, la Roma ha potuto, da quel momento in poi, orchestrare il proprio giropalla regolando (e soprattutto abbassando) i ritmi della partita a proprio piacimento.
In pratica, il possesso della sfera è diventata la migliore arma tattica, per la squadra di Spalletti, per minimizzare il numero di azioni pericolose degli avversari. Una filosofia del genere, del resto, a Roma non era affatto nuova: «Se la palla ce l’abbiamo noi gli avversari non possono segnare», infatti, era IL Mantra di Niels Liedholm. Diventato uno slogan esistenziale talmente noto, da quelle parti, che al campo di allenamento del Tre Fontane (dove all’epoca si allenava frequentemente la prima squadra giallorossa) una simile perla di saggezza è stata scolpita perfino su un murales, più di 25 anni prima dell’avvento del Tiki-Taka blaugrana. Tuttavia, il passaggio alla difesa a 3 ha comportato anche che il possesso finisse con l’essere inevitabilmente indirizzato in ampiezza, non più in profondità. Sebbene contro il Napoli il nuovo schieramento fosse orientato maggiormente ancora alla ricerca della verticalità e dell’attacco dello spazio centrale, già un paio di settimane dopo, contro l’Empoli, si sono registrate le prime reali modifiche anche del sistema di gioco. Analizzare il COME sarebbe ridondante, basta citare le parole pronunciate dallo stesso Spalletti, in quel post-partita: «Emerson e Rüdiger a piedi invertiti? Faceva comodo così da un punto di vista tattico, volevo far girare la palla e non spingere». La metamorfosi Ovidiana della Roma di questi ultimi 2 mesi, si riassume tutta in questa dichiarazione d’intenti, quasi come a voler affermare: “siamo più forti di quasi tutte le avversarie, dobbiamo solo attendere che questa superiorità si manifesti, senza aprirci o rischiare troppo. Tanto, con la maggior qualità dei nostri interpreti, la palla la teniamo noi”. In pratica, un pugno nello stomaco per tutti i seguaci di Zeman, altro allenatore che dentro il Raccordo ha lasciato eredità filosofiche impressionanti, anche se la disastrosa sua ultima annata a Roma ha provocato un’incessante opera di “damnatio memoriae” contro l’integralismo Boemo.
Un’apertura ai princìpi del gioco posizionale, l’ennesima in Serie A, che in Italia già aveva fatto breccia tra le mura, grazie all’opera di, in rigoroso ordine cronologico, allenatori come Conte, Montella, Sarri e Paulo Sousa: in pratica, perfino un cultore del Gioco di possesso come Spalletti, ha cominciato ad abbracciare l’idea che il possesso stesso debba diventare un mezzo, non il fine ultimo. La strategia alla base del gioco dei giallorossi è cambiata in maniera evidente: se prima l’ampiezza della manovra era un mero strumento per allargare le maglie della difesa avversaria e, in questo modo, attaccare gli «half spaces» che si venivano a creare, questa prospettiva, nelle ultime gare, si è diametralmente ribaltata. La verticalità è diventata il mezzo con cui costringere la difesa a chiudersi nelle zone centrali del campo, in modo da garantire l’1vs1 numerico sulla fascia semi-costantemente. Nell’ultima partita dell’anno, contro il Chievo, si è forse avuta l’estremizzazione di questa nuova mentalità: Salah ha giostrato quasi da seconda punta per tutto il primo tempo, occupando gli spazi centrali e lasciando praterie a Bruno Peres. Così messa in campo, la Roma ha potuto disporre di un controllo estensivo del campo, finalizzato al non perdere mai equilibrio e organicità (definita dal dizionario come «connessione ordinata, armonica e razionale delle varie parti di un tutto») tra i reparti. Sia chiaro, la Roma attuale è ancora lontana anni luce dalla sublimazione del concetto di «Juego de posición» di J. M. Lillo. Il possesso palla viene sì adoperato come mezzo per ordinare le proprie posizioni sul campo, e questo è evidente specialmente nel fatto che i difensori centrali non sono più costretti, salvo rare eccezioni, dettate più dall’esuberanza del momento, ad uscire palla al piede dal proprio raggio di competenza, come invece accadeva con Rudi Garcia. Al contrario, anzi, orientano la propria posizione proprio in relazione al mantenimento della sfera.
Tuttavia, quest’ultimo non rappresenta, al momento, la strada per disordinare lo schieramento avversario: ci sono ancora troppi pochi movimenti in avanti e tagli senza palla e le difese delle squadre italiane, genericamente, rimangono compatte centralmente, senza bisogno di smembrarsi eccessivamente. Insomma, manca ancora quel flusso dinamico e continuo di uomini sopra la linea della palla, che, per restare al contesto italiano, è già ben visibile al Napoli, per esempio. Certamente, questa differenza è dettata anche dalle diverse caratteristiche degli uomini a disposizione dei due allenatori: nelle dichiarazioni rilasciate prima del match contro il Chievo, Spalletti stesso ha affermato che El Shaarawy, a differenza di Insigne, ha difficoltà a ricevere palla tra i reparti e vuole la sfera direttamente sempre sui piedi, possibilmente esternamente, sulla corsia mancina, dove può rientrare per il tiro. In pratica, esattamente tutte caratteristiche che non potranno mai sposarsi con un gioco di posizione. E con Salah, le cose non cambiano sicuramente. Solamente Perotti ha le qualità perfette, tra i giocatori della batteria di trequartisti della Roma, per sposarsi con quel tipo di Calcio, ma una goccia non fa il mare. Tuttavia, questa strada a metà tra orizzontalità e verticalità (con la seconda che diventa un mezzo per favorire la prima) sta sicuramente dando i suoi frutti.
La squadra propone un buonissimo calcio, spicca per individualità e presenta un tasso tecnico generale fuori dal comune. Spalletti stesso, vero Re Mida della Roma, è la risorsa in più del club giallorosso e deve rappresentare la Stella Polare del futuro del club, colui che dovrà mantenere salda la rotta. A meno che la rotta non diventi di collisione, portando il tecnico toscano, sempre molto nebuloso riguardo il proprio futuro, a chiudere anticipatamente (anche se effettivamente il contratto è in scadenza), per la seconda volta, il proprio matrimonio con i giallorossi. E, soprattutto, costringendo la Roma a dover iniziare daccapo un nuovo progetto tecnico. L’ennesimo del -pur ancora breve- corso dell’attuale proprietà. Per la soddisfazione di michelangiolisti “Sarriani”, di puristi Zemaniani e di tutti i sergenti (Rudi) García di questo mondo. O forse, nemmeno per la loro.









